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Su Tarantino e la decostruzione della critica

Anni e anni di cinefili nell’era di internet a cosa hanno portato?

Una marea umana di persone che, poiché le divinità hanno fornito loro le mani e Zuckerberg ha creato i social, credono di avere il diritto di esprimere un parere. Un parere autorevole.

Se c’è qualcosa che il web ha regalato a tutti, indiscriminatamente, a parte il porno, è la possibilità di esprimersi liberamente.

Il risultato?
Milioni di esperti di cose – come me – che dicono la loro su tutto – come me.

La Critica sul web

L’utente medio. Cioè colui che non ha particolari conoscenze. Colui che però, puntualmente, crede di poter inveire e fare scendere i santi quando un altro utente medio non è d’accordo con lui.
Il motivo? Siccome ha visto tutti i film di Tarantino, crede di avere nel cervello la scienza infusa da Kubrick e Kurosawa in persona. Del resto loro sono anche i suoi unici argomenti di discussione. Ad onor del vero, i più avanguardisti citano anche Fellini.

Personalmente, dopo diverso tempo (13 minuti discutendone con alcuni amici), sono arrivato all’apice della mia TEORIA SULL’UNIVERSO DELLA CRITICA CINEMATOGRAFICA*.
*Applicabile a piacere anche ad altri campi

Sono riuscito a dividere tutti coloro che parlano di cinema in categorie, utilizzando due variabili: la competenza e l’autorevolezza. Per quanto riguarda la prima variabile, ovviamente, è relativa agli studi compiuti, ma anche e soprattutto all’esperienza.

La seconda variabile dipende dalla percezione di questa preparazione e quindi dal seguito di pubblico. Chi legge, lo fa perché riconosce una certa credibilità in chi scrive. Questa fiducia si può forgiare negli anni, attraverso la dimostrazione di una grande competenza, oppure grazie al mezzo di comunicazione utilizzato.

Il ragionamento vale anche per il web. YouTube è pieno di gente che esprime pareri e recensisce film; per ognuno di loro, l’autorevolezza potrebbe essere misurata dal numero di visualizzazioni nei video: più visual significa che più gente riconosce in quello youtuber una preparazione sufficiente per essere ascoltato. Il problema è che, spesso, la percezione del pubblico non è attendibile riguardo la competenza e capita che chi faccia della critica sia in realtà poco attendibile, ma parecchio autorevole.

Se volete qualche esempio di youtuber cani che fanno recensioni da cani scrivetemi in privato. Ho una lista parecchio lunga.

E lo stesso vale per me, che di mio non ho una grande autorevolezza, perché non mi conosce nessuno. Ma sfrutto quella che mi garantisce DrCommodore, che mi permette di scrivere ste boiate.
Ovviamente la mia preparazione e competenza sono ai livelli massimi; non tanto sul cinema, ma proprio sulla vita intera. Sono un critico di critiche.

Ed ecco la classifica:

  • critici professionisti
  • critici da youtube
  • studentelli di cinematografia
  • utenti medi che mi fanno girare i
  • gente a cui non sbatte una ciol
  • pischelle con la maglietta di Pulp Fiction

Fatta questa premessa, palesemente frutto di ricerche scientifiche approfondite, possiamo passare al vero argomento di sto sproloquio. Quentin Tarantino.

«Perchè, Quentin? Perchè..?»

C’era una volta a…Hollywood, chi l’ha visto? Non ho intenzione di recensirlo, perché non sono né un studentello di cinema, né un critico e non posso contravvenire alla mia stessa teoria. Però, se avete voglia, queste parole che state leggendo riportano il link della recensione di DrCommodore sul film.

C’è una bella premessa da fare sul cinema di Tarantino: da 25 anni il pubblico, ogni santissima volta, odia quello che vede in sala. Gli spettatori si dividono sul risultato, spesso litigano sul gusto personale. Lo stesso fa la critica.

The Hateful Eight divise la critica così tanto, che metà lo descrisse come il capolavoro di Tarantino, l’altra metà come la più penosa prova del regista.
E questo è successo per buona parte delle sue produzioni.

Le Iene? Troppo brutale, eppure rivoluzionario.

Pulp Fiction? Registicamente perfetto, però vuoto.

Bastardi senza gloria? Violento (questa è la parte positiva), ma manca di profondità morale.

E per C’era una volta a…Hollywood vale lo stesso. Critica e pubblico non si mettono d’accordo, non solo tra loro, ma anche nelle loro componenti. Ci troviamo di fronte un’opera che non è stata compresa da tutti allo stesso mondo. Tipico dei film di Tarantino.

La prima volta non si scorda mai

Alzi la mano destra chi ha visto Le Iene!
Ora alzi la mano sinistra a chi non è piaciuto!

Io sono uno di quelli che le ha alzate entrambe.
Ok sì, vi concedo un paio di minuti per offendermi.

Finito?

Sarà una delle pellicole meglio votate dal pubblico del web, ma di pancia non riesco a guardarlo. C’è anche da dire che quello è il Tarantino acerbo, come lo hanno giustamente definito; però proprio questo, unito all’esposizione prettamente teatrale, lo rendono noiosetto per me. PER ME.

La critica ai tempi si divise parecchio, tra l’incredulità per la novità e l’amore per la rivoluzione di quello stile a metà tra il pulp e l’exploitation, tanto amata, non so perché, da Tarantino.

Il film d’esordio venne girato con alcuni nomi parecchio grossi del cinema – i protagonisti non sono certo Gabriel Garko e Raoul Bova. Per un regista sconosciuto come era allora il buon Quentin è tanto dire: Harvey Keitel, Tim Roth, Steve Buscemi.

Ma soprattutto è tra i due film del regista più citati e pop, nel senso di entrati nell’immaginario collettivo, insieme a Pulp Fiction.

Eccolo il manifesto di Tarantino. E non lo dico con la verve dello studentello di cinematografia che te la mena con tutte le cifre stilistiche di sta cippa che ci sono nel film. Chiamo Pulp Fiction manifesto perché è il film più famoso, più citato, più apprezzato. E’ il film a cui tutti pensano subito quando si parla di Quentin Tarantino.

Questo mi piace! Non per niente è stato nominato agli Oscar, ha vinto una montagna di premi. E non sto cercando di dire che i miei gusti siano gli stessi dei maestri dell’Academy e quindi degni di nota.

Eccolo lì, una pellicola che in fondo racconta di omicidi e pure un po’ confusa, che però riesce a diventare iconica. Non è stupefacente? Una volta il cinema d’autore era tutto fatto da registi cecoslovacchi e dalla loro espienza nel raccogliere le patate dietro la Cortina di Ferro.

Giallo e nero sono i colori delle mazzate

Che dire di Kill Bill?

Niente.

Questa non è una lista dei film di Tarantino, è un flusso di coscienza contro la critica da salotto su Tarantino. E Kill Bill viene quasi unanimemente apprezzato: noioso parlarne in quest’ottica.

Per lo stesso motivo non ho nulla da dire su Django Unchaned. Il bimbo voleva fare un uno spaghetti western e cavolo se l’ha fatto! Rimane l’incasso più grosso – e non di poco – tra i film di Tarantino. Non è esente da critiche, ma per lo più riguardano la rappresentazione degli afro-americani e le citazioni ai film di genere. Tutte cose provenienti dalla critica professionista e che il pubblico non sa nemmeno che significhi. Noia.

Vogliamo parlare un po’ di nazisti? Basta farne saltare un paio per aria e ottieni un filmaccio. Bastardi senza Gloria è un po’ a metà tra il capolavoro e il pessimo: in sala a Cannes ottenne una decina di minuti di applausi, nel frattempo parte delle recensioni erano discordanti sul come sotterrare la fanta-storia di Tarantino. Inesattezze storiche, non rappresentazione della minoranza giudaica e altre cavolate da salottino. Resta il fatto che Tarantino continua a essere criticato con accuse di razzismo e xenofobia, contro i gli afro-americani prima e ora pure contro gli ebrei.

Il brutto anatroccolo

Il terzo film viene, però, ricordato per un altro motivo. E’ un po’ il brutto anatroccolo di Tarantino. Jackie Brown è quello che collettivamente ci si dimentica sempre. Un noir atipico nella produzione del regista, ma non tanto per il genere, quanto piuttosto perché Tarantino non ne firma la sceneggiatura originale, ma la adatta da un romanzo. Proprio per questo esce dai suoi canoni più riconoscibili, rendendo questo il film meno tarantiniano tra tutti.

Ma perché viene ricordato così tristemente? Evidentemente al pubblico di appassionati, fanatici con la maglietta con su scritto directed by Quentin Tarantino, quest’opera risulta più difficile da mandare giù, proprio perché così diversa da quello che ci si aspetta.

Del resto è il film di cui tutti dimenticano il titolo quando se ne parla. Alcuni nemmeno ne conoscono l’esistenza. Provate ad andare da una diciottenne con la maglietta che raffigura Mia Wallace a fumare sul letto, fermatela, senza spaventarla, e chiedetele qual è la lista di film diretti da Tarantino.

Nove volte su dieci Jackie Brown non c’è. Se lo dimenticano.

Se vogliamo poi scegliere un secondo film dimenticato dalla critica e dal pubblico, quello è A prova di morte. La ragione è semplice: è un prodotto pensato e realizzato per il pubblico statunitense, che lo può davvero apprezzare e contestualizzare nel cinema di exploitation che ha vissuto la Hollywood di serie B. Io lo trovo uno dei più divertenti!
Però fu un vero flop, il peggiore incasso di Tarantino, che riuscì a pareggiare i costi per pochissimo.

Otto è il numero dell’equilibrio cosmico

Come già anticipato, The Hateful Eight divise moltissimo. A Tarantino evidentemente il western era piaciuto da dirigere. E’ però qualcosa di molto più particolare, che di western ha solo l’ambientazione, insieme a una marea di altri modelli e in cui torna ad utilizzare una regia teatrale. Del resto si svolge praticamente tutto in un unico ambiente, esattamente come su un palco.

Probabilmente questo è il motivo per cui la critica e il pubblico stesso si divisero tanto. Loro volevano il cinema e si sono ritrovati alla proiezione di una rappresentazione di Brodway, senza canzoncine e con mustacchi da guerra civile.

Ma naturalmente, come a preannunciare quello che poi sarebbe stato con il successivo, il problema degli incazzati otto è che mancherebbe di coerenza narrativa. Ehi non l’ho scritto io, non prendetevela con me.

«…a te e Famiglia!»

Parlavamo di coerenza narrativa?
Se avessi un centesimo per ogni volta che ho letto, ho ascoltato, ho visto, ho assaggiato qualcuno dire che C’era una volta a…Hollywood manca di coerenza narrativa, oggi potrei comprarmi un biglietto per andarlo a vedere di nuovo.

Cioè non sarei ricco, però una decina di euro, centesimo per centesimo, mica è poco!

Quello che per ora sta succedendo nel mio piccolo mondo di relazioni è un bordello. Sto film ovviamente è diventato l’argomento principale e io sono in mezzo. Tra gente che di cinema ne dovrebbero capire (uso il condizionale perché io non ne capisco, quindi mi fido per dogma di fede), chi Tarantino lo odia per deformazione professionale (ex playboy che a forza di portarsi a casa la pischella con la maglietta di Tarantino di turno, hanno finito per odiare prima la maglietta, poi Tarantino, infine il genere femminile). Nel mezzo tanta gente normale, che più che dire «mi piace perché è bello» o «non mi piace perché non l’ho capito» non può.

Poi ci sono io, che Tarantino un po’ lo disprezzo per quei cavolo di spettatori fidelizzati che si è creato, un po’ non mi dispiace, perché gli ultimi film li ho pure capiti. E la cosa divertente è che mi sento intelligente a sbandierare in giro quale chiave di lettura dare.

Quindi, lasciate che mi senta intelligente e vi dica perché i babbi non hanno capito C’era una volta a…Hollywood.
Per prima cosa, chi non conosce quel mattacchione di Charles Manson perde metà del film. Per me il divertimento vero è iniziato nel momento stesso in cui quel capellone spunta davanti la porta di casa Polanski. Le restanti due ore le ho passate nell’attesa di vederlo di nuovo, perché si consumasse l’ordalia di sangue in quella casa.

Il volto del bravo ragazzo di campagna

Gente che non conosceva la storia dell’omicidio di Cielo Drive, uscita dal film con molti dubbi, ne ha letto su internet e mi ha poi ringraziato per averglielo consigliato: «grazie, ora ho capito quasi tutto!»
Non penso sia un bagaglio necessario, ma è bene sempre avere chiare tutte le influenze in ballo. La comprensione del finale è dipendente dalla conoscenza pregressa della Manson Family e di quell’ammazzatina consumata nel 1969.

Chiaramente avere in mente tutte le ispirazioni tarantiniane è molto difficile, ma credo che negli Stati Uniti questa sia attualità trasfigurata in mito: tutti conoscono la vicenda, anche grazie alle recenti trasposizioni televisive sulla Family.

Forse lì a Hollywood è una componente che Tarantino dà per scontata, ma in Italia non è così. Eppure credo sia necessaria, non tanto per apprezzare il film – ognuno può poi pensarla come vuole e, proprio perché questa non è una recensione, non voglio convincere nessuno – quanto piuttosto per comprenderlo nel messaggio, che poi può piacere o meno.

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Alberto Palazzolo

Giornalista pubblicista appassionato di cultura pop e geopolitica, fotografo analogico e videomaker in potenza.
Ma soprattutto, senza peccare di superbia, molto arrogante.