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Blair Witch, la recensione: venti anni dopo si torna nella foresta di Burkittsville

Blair Witch

Blair Witch vi riporta all’interno di una inedita e spaventosa foresta di Burkittsville. Ecco la nostra recensione!

Per molti il nome Blair Witch non è altro che il titolo del gioco che fra poco andremo a recensire, ma in realtà è molto più di questo e ha origine più di vent’anni fa. Nel 1994, infatti, si diede vita ad una delle campagne marketing più rivoluzionarie e virali di sempre: in quell’anno per mesi, sui forum di tutto il mondo, non si fece altro che parlare della vera storia di tre ragazzi scomparsi nella foresta di Burkittsville, nel Maryland, e dei relativi filmati ritrovati misteriosamente dalla polizia. Dopo un po’ di tempo si scoprì che la storia della strega di Blair e la scomparsa di Heather, Michael e Joshua (raccontata anche nell’omonimo film uscito nel 1999) non era altro che un falso documentario ovvero un genere cinematografico nato nel 1980 con il film tutto italiano Cannibal Holocaust e che negli ultimi anni sta vedendo una costante crescita nel panorama horrorifico.

Questo incipit è importante per comprendere da dove ha inizio questo brand e per capire come Blair Witch sia stato uno dei primi veri e propri fenomeni virali del web quando ancora era alla sua versione primordiale. Consiglio inoltre la visione del lungometraggio originale The Blair Witch Project del 1999 poiché è stato il precursore di una importante trilogia videoludica datata 2000 e pubblicata da ben tre diversi sviluppatori esclusivamente su PC tra cui, per l’Europa, Take-Two Interactive.

Foresta di Burkittsville: tra passato e presente

Vent’anni dopo l’uscita del film, arriva Bloober Team che, sfruttando le sue peculiarità e le solide competenze ampiamente assodate per approfondire realmente il legame tra misteriosità e umanità, decide di sviluppare un nuovo titolo del celebre brand Blair Witch. La scelta di affidare lo sviluppo del gioco a Bloober Team non è da sottovalutare: si tratta, infatti, del team di sviluppo del controverso Layers of Fear, gioco che coinvolge i videogiocatori in un connubio perfetto e terrificante di misteri e psicologia umana. In questo caso, infatti, la foresta di Burkittsville è mutevole, confonde, trae in inganno e sfrutta le paure e le debolezze del passato dei protagonisti contro loro stessi. Questo è un aspetto fondamentale del gioco, ma che non si osserva quasi per nulla nel film del 1999 ed è qui che emerge la bravura di Bloober Team.

Il titolo in questione infatti è una sorta di sequel di Layers of Fear in cui troviamo anche le stesse identiche meccaniche del primo capitolo con qualche piccolo elemento di contorno preso da Observer. Vi sono quindi numerosi lunghi corridoi di camminate che si ripetono all’infinito corredati da continui jump scare e momenti di pseudo-libertà in cui vanno risolti semplici, ma importanti puzzle e rompicapo. La presenza dei nemici è quasi inutile poiché questi possono essere scacciati puntandogli la torcia dall’infinita batteria o semplicemente evitati sfruttando gli infrarossi della telecamera per vederli nell’oscurità. Anche quest’ultima meccanica è classica del sopracitato team di sviluppo che conferma come in realtà abbia fatto una sorta di copia e incolla dalle precedenti realizzazioni senza alcuna novità degna di nota.

Qualche rigo sopra abbiamo parlato di telecamere, perché sì in un gioco horror che si rispetti e che prenda spunto dai falsi documentari non può mancare una telecamera. Questa volta, però, viene ritrovata in maniera quasi fortuita all’interno del bosco da Ellis, il protagonista del gioco, e sarà decisamente utile per tutto il gioco. Il suo scopo è quello di aiutarci ad individuare gli scagnozzi della strega, di comprendere parti della storia e di risolvere diversi enigmi semplicemente scorrendo avanti e indietro alcuni frame di un filmato in modo tale da manipolare la realtà intorno a noi. Dopotutto il mondo che ci circonda non è assolutamente aperto. Si basa su dei binari predefiniti che solo vagamente diventano leggermente più ampi creando un falso mondo aperto. Blair Witch si snoda attraverso una fitta rete di corridoi proprio come avviene in Observer, ma con un grandangolo e un colpo d’occhio maggiori così da restituire una sorta di libertà fittizia che viene a cadere appena ci imbattiamo in pareti invisibili.

Il vero incubo è la ripetitività

È chiaro che un gioco ambientato in una foresta che si sviluppa all’interno di corridoi e binari predefiniti può facilmente soffrire di ripetitività dell’ambiente. Per quanto gli sviluppatori abbiano provato ad evitarla, è comunque fortemente presente con l’aggravante di aver inserito una meccanica di gioco decisamente negativa per il realismo e per il design di gioco: il protagonista del gioco cambierà area di continuo sia all’interno della foresta che in brevi luoghi chiusi fuori o dentro di essa, ma questi cambiamenti si rivelano dei respawn abbastanza evidenti all’interno di loop spazio-temporali. Questa meccanica unita alle pareti quasi invisibili posizionate in punti anche poco logici distruggono fortemente il realismo di cui si fa forza la produzione e rendono il gioco fortemente ripetitivo nonostante la durata dell’intero titolo si attesti sulle cinque ore circa. Quindi la già ridotta longevità del titolo, a volte vista come un pregio per la mole di contenuti mostrati in poche, ma sostanziose ore, si riduce in un’accozzaglia di azioni ripetitive e dalla scarsa libertà.

Tutto questo poteva certamente essere gestito decisamente meglio poiché Bloober Team ci ha, per anni, abituato ad un incredibile realismo narrativo che anche in questo caso prova a fissare le sue radici, ma si scontra con le rigide meccaniche di gioco. Questa dissonanza causa un altro grande problema di questo titolo, ovvero la riduzione del fattore paura dopo già meno di un’ora di gioco. Il titolo si fa infatti forza tramite ripetuti e, a lungo andare, insopportabile jump scare che, per quanto siano il marchio di fabbrica del longevo studio polacco, finisco per infastidire e annoiare. La loro presenza diventa semplicemente ridondante e spesso anche incoerente e prevedibile rispetto alla narrazione.

Umanità, realismo ed empatia: grazie Bullet!

Blair Witch

Narrazione che è l’unico punto di forza del gioco. Riesce, infatti, a coinvolgere costantemente il giocatore in una frenetica e continua lotta tra il mistero e la scoperta grazie anche alla presenza di finali multipli che permettono una parziale rigiocabilità. Il gioco racconta infatti la scomparsa di un ragazzino all’interno del bosco e della sua incessante ricerca da parte della polizia e del protagonista. Tutto ciò avviene due anni dopo i fatti narrati in The Blair Witch Project divenendo, di fatto, il vero continuo della pellicola. Notiamo infatti una foresta decisamente più pericolosa, tetra ed inquietante rispetto al film, ma nonostante questo la storia riesce a dare la giusta importanza al mistero che ruota attorno alla strega mostrando allo stesso tempo una visione psicologica e più personale sul legame che questa malefica entità riesce a creare con la foresta e le proprie vittime.

Interpretiamo Ellis, un ex poliziotto ed ex soldato che nel corso della sua vita ha vissuto e commesso tante cose terribili. È un uomo incredibilmente reale che si sposa perfettamente col personaggio enigmatico della strega che trova godimento nel tormentare persone così deboli psicologicamente. A peggiorare le cose ci pensa il rapporto con la nostra fidanzata fortemente distrutto dal nostro stesso stress post-traumatico. Si capisce perfettamente l’avanzamento temporale rispetto al film dalla presenza di un vecchio cellulare Nokia e una ricetrasmittente con cui possiamo comunicare con i vari personaggi secondari. Questa è una differenza sostanziale rispetto al film dove invece il protagonista era totalmente isolato. Questa è una citazione all’apprezzatissimo Firewatch che era stata ampiamente annunciata dagli sviluppatori ed è un modo davvero molto efficace di raccontare i tormenti personali e sociali del protagonista che si contrappongono ai tormenti che dovrà vivere all’interno della foresta.

Il vero co-protagonista della storia è, però, il suo fido cane Bullet: utilissimo ai fini del gameplay, ma indifeso e pertanto richiede una cura minuziosa. Il rapporto tra noi e il cane è davvero realistico e molto profondo fin dai primi minuti di gioco e ciò contribuisce a creare una forte empatia nei confronti del protagonista e alle relative emozioni che si provano durante lo svolgimento della storia. Ci troveremo ad immedesimarci in lui e a vivere, quasi, le stesse dolorose e tragiche emozioni. Bullet così come tutti gli altri tasselli del gioco sono fondamentali per la costruzione del grande apparato psicologico ideato dalla strega. Anche gli elementi potenzialmente più inutili non sono altro che pezzi di un grande puzzle costruito dalla strega e noi dovremo essere in grado di trovare l’elemento di rottura.

Studio frettoloso fa i giochini pieni di problemi

Blair Witch

Ricordate, però, quanto abbiamo detto poco sopra riguardo alla longevità del gioco. Bene, potete ben intuire che una mole così grande di contenuti racchiusa in così poco tempo porta ad una struttura narrativa poco bilanciata con aspetti poco dettagliati e azioni che a volte sono troppo veloci e altre volte troppo lente. Bloober Team ci ha abituato, con Layers of Fear, a veri e propri miracoli semplicemente con una casa e un paio di corridoi, mentre qui nonostante una vasta foresta rimaniamo fortemente delusi da tutto ciò che è stato messo in piedi. Non si capisce bene il perché di così tanti errori e di una così alta ripetitività, ma è certo che due anni di sviluppo si sono rivelati davvero pochi.

A peggiorare la situazione ci pensano anche gli evidenti difetti tecnici soprattutto se Blair Witch viene giocato su PC. Il gioco, nonostante non abbia una grafica esaltante e nonostante l’affidabilissimo motore grafico Unreal Engine 4, è davvero ottimizzato male (anche questo, purtroppo, un marchio di fabbrica indelebile del team di sviluppo). Non mancano alcuni evidenti glitch grafici soprattutto nell’ambiente di gioco e tanti bug anche di sistema come la scorretta gestione delle impostazioni relative al frame rate. In ogni caso il mondo che ci circonda è realistico e bello da vedere, la foresta regala alcuni scorci meravigliosi soprattutto quando la luna illumina il paesaggio grazie ad un bellissimo chiaroscuro. Anche il comparto audio è ben realizzato con una armoniosa e coinvolgente colonna sonora, dei realistici suoni ambientali e un ottimo doppiaggio.

In conclusione…

Blair Witch

Ci permettiamo di definire questo Blair Witch un’occasione mancata. Le carte in tavola erano tante e tutte potenzialmente interessanti, ma il team di sviluppo ha preferito seguire quanto di buono era stato fatto in passato finendo per divenire ridondante e ripetendo proprio gli stessi errori del passato. Siamo infatti davanti ad un Layers of Fear 2 senza però grandi differenze dal primo capitolo se non per la storia, che ovviamente, segue binari totalmente differenti. Il gioco si pone su una storia che difficilmente dimenticherete grazie anche alle poche ore necessarie per portarla al termine, ma la ricorderete più per gli errori e i problemi che per la reale bellezza.

Pro

  • Narrazione coinvolgente grazie anche alla presenza di diversi finali
  • Ottima caratterizzazione dei personaggi e dell’ambiente di gioco
  • Il comparto audio è eccellente…

Contro

  • …molto meno il comparto grafico
  • La componente horrorifica si basa su fastidiosi jump scare
  • Troppo legato al passato, anche agli errori

VOTO: 6,5/10

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