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Epic Games vs Apple: il punto della situazione

Nell’agosto del 2020 Epic Games – la software house che ha sviluppato Fortnite e il motore grafico Unreal Engine – ha citato in giudizio Apple, portando la compagnia di Cupertino davanti al Tribunale per il Distretto Settentrionale della California.

La causa, che è stata gestita dalla giudice Yvonne Gonzalez Rogers, ha coinvolto nel corso del tempo anche numerose aziende tecnologiche esterne alla vicenda, che hanno deciso di scendere in campo per supportare ufficialmente Epic Games e creare una vera e propria spaccatura all’interno del mondo digitale e videoludico.

Facebook, Spotify e Microsoft sono solo alcune delle compagnie che hanno sostenuto Epic Games in questa vicenda, anche per via dei problemi passati che queste aziende hanno avuto con le politiche dell’App Store.

Ma da cosa è nata la diatriba tra le due aziende? Perché Epic Games ha portato davanti a un tribunale Apple? E come ha risposto il colosso di Cupertino alle accuse? Procediamo con ordine.

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Le origini delle accuse mosse da Epic Games contro Apple

Già nel lontano 2015 Tim Sweeney, il fondatore di Epic Games e l’attuale CEO della compagnia, mise in dubbio la necessità da parte dei grandi store videoludici come Steam, Google Play e App Store di trattenere il 30% dei guadagni da tutti gli acquisti, anche quelli in-app, effettuati dagli utenti dai titoli scaricati attraverso questi marketplace.

Secondo Sweeney, tutte le aziende che possedevano uno store dovevano ridurre i loro profitti dalla percentuale di revenue sharing, diminuendo quest’ultima dal 30% all’8%. In questo modo, ad esempio, se un utente avesse speso 100 euro in acquisti in-app, le compagnie digitali non avrebbero guadagnato il 30% del valore dalla transazione, cioè 30 euro, ma solo l’8%, quindi 8 euro.

La riduzione della percentuale di revenue sharing inoltre, sempre stando alle dichiarazioni di Sweeney, non dovrebbe essere introdotta negli store delle console Sony, Microsoft e Nintendo poiché nella produzione di queste piattaforme da gaming “ci sono enormi investimenti in hardware, spesso venduti sottocosto, e campagne di marketing in ampia partnership con gli editori.”

A dimostrazione di quanto dichiarato, Epic Games ha ridotto il taglio di introiti del proprio Store – l’Epic Games Store – dal 30% al 12% già dal lancio, sostenendo così la possibilità di realizzare un mercato videoludico digitale con tasse ridotte.

Ricapitolando, le critiche di Epic Games contro Apple e in generale con l’intero settore degli Store hanno radici profonde. Ma cosa ha spinto Epic a citare in giudizio l’azienda di Cupertino?

LEGGI ANCHE: Google era intenzionata ad acquistare Epic Games durante il processo contro Apple

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Il primo attacco ufficiale di Epic Games contro Apple e Google

Anche se la versione iOS di Fortnite fosse presente nell’App Store già a partire dal 2018, Sweeney ha ribadito il proprio punto di vista riguardo la questione della percentuale di revenue sharing soltanto a metà del 2020, dichiarando:

“Apple ha bloccato e paralizzato l’ecosistema inventando un monopolio assoluto sulla distribuzione del software, sulla monetizzazione del software”.

Sotto le accuse del CEO di Epic Games è finita anche Google, dato che Sweeney ha affermato:

“Google essenzialmente soffoca intenzionalmente i negozi concorrenti avendo un’interfaccia utente dotata di barriere e ostacoli [che rendono difficoltosa l’installazione di app sideload].

Se ogni sviluppatore potesse usufruire dei propri metodi di pagamento ed evitare la tassa del 30% di Apple e Google, potremmo trasferire i risparmi ottenuti a tutti i nostri consumatori, così che i giocatori otterrebbero un affare migliore sugli articoli acquistati. E ci sarebbe anche maggiore concorrenza economica”.

Pochi mesi dopo questa dichiarazione, Epic Games ha dato il via a “Project Liberty”, un piano d’azione che prevedeva l’arrivo su Fortnite di una patch apparentemente innocua che, una volta approvata sia da Google che da Apple, ha permesso grazie ad un hotfix – un aggiornamento tecnico che avviene lato server – di acquistare i V-Bucks direttamente tramite il sito di Epic, aggirando così di fatto la tassazione del 30% dell’App Store e del Play Store.

Le reazioni di Google e Apple alla patch

A poche ore dall’attivazione della patch che permetteva di comprare i V-Bucks in modo diretto dal sito di Epic, aggirando la tassa del 30% di revenue sharing, la risposta di Google e Apple non si fece attendere. I due colossi digitali infatti rimossero dai propri store Fortnite, affermando che la patch avesse violato i loro termini di servizio.

Epic intentò quindi per difendersi due azioni legali separate contro Apple e Google, citando i due colossi digitali in giudizio per comportamento anticoncorrenziale e antitrust, presso la Corte del Distretto Settentrionale della California.

È proprio in questo periodo che Epic pubblica il video intitolato “Nineteen Eighty-Fortnite”, ispirato ad un vecchio spot di Apple contro IBM, che ironicamente venne utilizzato per denunciare l’azienda di Cupertino come una compagnia che opprime le libertà degli sviluppatori.

La sentenza della giudice Rogers

Lo scorso settembre la giudice che si occupa della causa di Epic Games contro Apple ha emesso una prima sentenza, dove non ha riconosciuto il comportamento tenuto da Apple come monopolista, anche se l’ha ritenuto “anticoncorrenziale”.

La giudice Rogers ha quindi ordinato ad Apple di permettere agli sviluppatori di inserire all’interno delle proprie app metodi di pagamento differenti dall’App Store, dichiarando:

“Apple Inc. e i suoi funzionari, agenti, dipendenti e qualsiasi persona in concerto o partecipazione attiva con loro (“Apple”), sono permanentemente trattenuti e ingiunti dal proibire agli sviluppatori la possibilità di includere nelle loro app dei link esterni o altri inviti all’azione che indirizzano i clienti a meccanismi di acquisto, oltre agli acquisti in-app e a comunicare con questi clienti tramite metodi ottenuti volontariamente dai clienti a seguito di registrazione dell’account all’interno dell’app stessa”

L’azienda di Cupertino non è però disposta ad accettare la sentenza e ha deciso di ricorrere in appello chiedendone l’annullamento. Adesso, il compito di decidere l’esito di questa causa spetterà a un giudice – non sappiamo ancora chi – il prossimo novembre.

Fonte: CNBC.

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Simone Campisi

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