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Facciamo fact-checking sulla vicenda backdoor Huawei nei router Vodafone

Giungono “nuove” indiscrezioni dagli Stati Uniti, secondo le quali nel 2011-2012 i router Vodafone italiani avrebbero avuto al loro interno una backdoor. Nei modem per linea fissa dell’operatore britannico, prodotti da Huawei, apparentemente ci sarebbero stati dei permessi appositi per accedere ai dati trasmessi e ai diritti d’amministratore del router.

Altri problemi per Huawei?

La reputazione del colosso di Shenzhen è già ai minimi storici nella parte occidentale del Mondo, specialmente negli USA, e non solo. La guerra tecnologica tra America e Cina sta andando avanti da mesi e questo “nuovo” problema mina ulteriormente il mercato di Huawei in Europa.

La lista di paesi che ha bandito Huawei entro i propri confini sta crescendo, e attualmente comprende USA, Australia, Giappone e Taiwan, ossia il 32,9% del GDP mondiale. L’Italia e l’Inghilterra, invece, sono nel limbo e, alla luce di questa vecchia falla nei router resa nota al pubblico soltanto in questi giorni, potrebbero effettivamente spingere per un’uscita dalla partnership con l’azienda di Shenzhen.

Il report di Bloomberg, però, è stato smentito in diversi suoi punti da Vodafone stessa. È dunque questa una notizia vera o falsa? Qual è la verità? Cerchiamo di analizzarla.

Il report di Bloomberg

Secondo un articolo pubblicato pochi giorni fa da Bloomberg, nel 2011 l’operatore telefonico britannico avrebbe trovato delle backdoor nei router Huawei-Vodafone italiani. Queste “porte di servizio” nascoste avrebbero permesso a Huawei, in caso di attivazione, di accedere senza autorizzazione ai dispositivi. Ergo, Huawei avrebbe potuto accedere all’infrastruttura della rete fissa nazionale gestita da Vodafone senza notificare l’operatore stesso.

Dopo la richiesta da parte di Vodafone di sistemare questa falla, i cinesi avrebbero in realtà lasciato la backdoor (scoperta poi una seconda volta dal provider britannico) dichiarando che essa è necessaria per condurre test nella rete e configurare il router, offrendo poi di disabilitare il servizio soltanto dopo aver seguito un determinato procedimento.

La risposta di Vodafone

Lo stesso giorno, Vodafone ha pubblicato una nuova dichiarazione (riportata anche dalla BBC) che ha visto l’azienda britannica schierarsi dalla parte dei cinesi e negare le dichiarazioni di Bloomberg. I problemi del 2011-2012 sarebbero stati risolti già allora tramite analisi indipendenti, e la backdoor in realtà sarebbe un Telnet service, ovvero un protocollo comunemente usato da molti rivenditori per svolgere analisi diagnostiche dei dispositivi. Una funzione non accessibile via Internet.

Ancora, la affermazione di Bloomberg secondo la quale questo Telnet avrebbe potuto dare accesso non autorizzato alla rete fissa nazionale gestita da Vodafone sarebbe completamente falsa. E mancherebbe pure qualsiasi evidenza di tali accessi.

Nick Read, CEO di Vodafone, essendo che le analisi sul problema backdoor non hanno mostrato alcuna minaccia ai dati personali e/o della rete fissa ha dichiarato:

Nell’industria delle telecomunicazioni non è insolito identificare vulnerabilità nell’equipaggiamento fornito dagli operatori o da terze parti. Vodafone osserva attentamente la situazione in ambito cybersecurity, per questo testa attentamente e indipendentemente ogni dispositivo. Se si presenta qualche vulnerabilità, allora Vodafone provvede a contattare direttamente il fornitore.”

Qual è la verità?

Qua arriviamo al lato più “complottista” della situazione, poiché le nostre teorie sono diverse.

  • Il redattore di Bloomberg potrebbe avere frainteso la vicenda scrivendo dunque un articolo parzialmente errato e andando oltre le sue competenze. Un po’ come era successo in passato con Open e la petizione di Plague Inc riguardo i No Vax.
  • Essendo Bloomberg una testata americana, si sarebbe allineata alla visione del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, notoriamente avversa alla Cina e a Huawei. Insomma, si sarebbe piegata alla politica nazionale.
  • Vodafone avrebbe negato il report per rimanere legata a Huawei e, dunque, per essere in testa alla corsa per il 5G. Dati i costi relativamente bassi in tempo e denaro, effettivamente sarebbe una scelta saggia da parte dell’operatore britannico.

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Francesco Santin

Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche, ex telecronista di Esports, giocatore semi-professionista e amministratore di diversi siti e community per i quali ho svolto anche l'attività di editor e redattore.

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