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Recensione Film/Serie Tv

“Non c’è bisogno di presentazioni”- (am)Missioni di colpa.

Dopo il sipario cosa c’è? Avevamo due uomini con una carriera alle spalle ed un futuro che sembra costruito sulle macerie del passato.
Quelli erano Barak Obama e David Letterman.

Il primo è andato, ora c’è George Clooney.
Cosa c’è tra i due? Cosa li accomuna?

Mettetevi comodi, perché già sapete che “Non c’è bisogno di presentazioni”.

Le similitudini tra Clooney e Letterman hanno radici nel passato, e, come consuetudine dei giornalisti, si ricorre alla dietrologia.
Scopriamo che Clooney è stato, e volendo, tutt’ora è un figlio d’arte: il padre, Nick, ha per anni militato nelle tv americane, conducendo talk show.
Letterman è figlio di una stella minore, un padre amorevole che aveva sempre voluto entrare nel mondo dello show business, ma che non ci è mai riuscito, rifugiandosi nell’alcol e nella depressione.
Ma Nick Clooney, che vediamo e seguiamo nella serie, ha un qualcosa di peculiare. Differentemente dal resto della famiglia Clooney, che annovera nomi celebri in diversi rami dell’albero genealogico, quali ad esempio Miguel Ferrer, volto di Albert Rosenfield, personaggio chiave di Twin Peaks, Nick cerca di dare un senso alla sua fama.


Nick e George Clooney

Fin dalla tenera età di Clooney Jr, il Senior opera in diversi campi della beneficenza, come le manifestazioni, od il semplice donare regali ai bambini che scrivevano alla sua posta, quantomeno a tutti quelli che poteva accontentare. Andando casa per casa. Una sorta di dovere morale che chi è investito dalla celebrità deve adempiere.

“Se sei un privilegiato, lo sei per via di tutti gli altri, quindi li devi aiutare”

E se è vero che le colpe dei padri ricadono sui figli, lo sono anche i meriti e gli ideali.
Ci viene dipinto un George Clooney inedito, che non parla di sé in quanto attore, che non si spinge mai oltre il suo muro di umiltà. Ci parla della sua carriera, degli inizi, di come si sia ritrovato coinvolto nella beneficenza: del farlo per educazione cattolica, per senso di colpa, per degli ideali, che spesso si mischiano per via delle sottili linee di demarcazione.

Ritorna qui un concetto che avevamo già incontrato nella prima puntata (trovate la recensione QUI) di “Non c’è bisogno di presentazioni”, il grande impegno pubblico che le celebrità devono abbracciare. C’è qui un filo conduttore che, lampante, nasce nella mente dello spettatore: ogni ospite, a prescindere dalla sua fama, è legato al sociale, è impegnato in maniera non superficiale ed approssimativa: non fosse stato così avremmo avuto Bono Vox.
Sono persone che David rispetta profondamente.

“Qualcosa da dire”.

Nessuna battuta cinica, nessuna frecciatina al network, nessuna cravatta da dover allargare per via dell’asfissiante peso degli standard televisivi a cui era legato. E’ un Letterman che ci teneva a farsi vedere, che ci teneva ad esprimere quello che gli spettatori non avevano mai visto: un uomo sensibile, affranto per via del fatto di essere un settantenne pieno di rimorsi.
Rimorsi che cerca di espiare con questa serie.


Amal Alamuddin insieme al coniuge.

Ci vengono presentate le persone che hanno definito la vita del nostro ospite: il padre, di cui già abbiamo parlato, e la moglie, Amal Alamuddin, un’avvocata libanese di diritto internazionale, che da anni combatte e denuncia le barbarie che infiammano il territorio arabo, prendendo parte nella causa della questione siriana, denunciando i crimini di natura umanitaria, intentando una causa contro l’ISIS ed unendosi alla schiera di personaggi di rilievo, politici, cantanti, scrittori, artisti ed attori che combattono per denunciare il genocidio armeno. (Chi ascolta i System of a Down sa)

Una donna atipica, diversa, completamente slegata da quell’ambiente di luci e sorrisi che è il jet-set.
L’interesse di Clooney, contando il retaggio del padre, è chiaro.

Ma com’è che il padre di George e sua moglie entrano in armonia? Mostrandoci con mano quello che è il loro operato; un operato che si sintetizza in un nome: Hazim.


Hazim, l’indiretto protagonista della nostra triste storia.

Un ragazzo scampato alla guerra, che ha visto letteralmente la sua famiglia trucidata e la sua cittadina venire rasa al suolo, che è scappato in un paese lontanissimo, gli Stati Uniti, nel periodo peggiore per le persone come lui, ovvero i deboli, gli oppressi e gli ultimi.
Hazim è stato intercettato dalla famiglia Clooney, ed è stato ospitato da Nick, venendo sostenuto da Amal. Un esempio concreto e sincero del buono che, almeno per una volta, sembra riaffiorare in questi tempi costantemente con la forca alle mani.

“Sappiamo solo cosa non è”.

Questo non è più, oramai, un prodotto di intrattenimento.
A dirla tutta, sappiamo solo cosa non è.
Non è una serie, non è un talk show, né tantomeno uno stand-up comedy show.
E’ un percorso che David Letterman sta tracciando, una sorta di missione personale per redimere una carriera di cui non si vergogna, ma che sa di aver vissuto male. E lo fa nella maniera che gli è sempre riuscita, con quel savoir faire inconfondibile ed ammaliante, ma stavolta in maniera più defilata. Non è più dirompente, bensì umano e spontaneo.
Un modo per aprirsi, confessarsi e raccontare quello che in 40 anni di carriera non si è stato capaci di fare.

Un percorso alla fine del quale, probabilmente, perderemo di nuovo le tracce del nostro barbuto affezionato.
Ma guardando la serie, capirete che è giusto così.

“Non c’è bisogno di presentazioni”, disponibile su Netflix.

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