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Intelligenza artificiale e pubblicità online. Oltre 140 grandi brand hanno pagato per annunci su siti spam

L’intelligenza artificiale generativa è entrata a far parte dei discorsi di tutti i giorni grazie all’avvento dei vari chatbot che ne hanno diffuso la conoscenza e l’uso. Negli ultimi mesi, in effetti sono stati tanti gli spunti di discussione che riguardano questo strumento in piena evoluzione e che promette di cambiare la nostra società in maniera trasversale.

L’ultimo scandalo legato all’uso dell’IA è relativo alla scoperta che oltre 140 tra i brand più importanti al mondo hanno pagato per avere il proprio spazio pubblicitario su siti costituiti principalmente o solamente da testi prodotti automaticamente attraverso l’uso di software di questo tipo.

A rivelare il misfatto uno studio redatto da NewsGuard che ha scoperto che Google, attraverso il suo programmadi pubblicità, sarebbe responsabile di più del 90% di queste campagne di marketing posizionate male.

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Come funziona la pubblicità online

Spieghiamo meglio il funzionamento delle campagne di marketing che le aziende possono acquistare su Internet: i brand acquisiscono spazi pubblicitari attraverso delle aste che danno l’opportunità di posizionare la propria campagna in siti specifici, riconosciuti attraverso degli algoritmi, per massimizzare le visualizzazioni da parte del pubblico di riferimento di ogni azienda.

Nel tempo, sono nati sempre più siti che, attraverso l’utilizzo di titoli clickbait e sfruttando il lavoro di redattori pagati una miseria, sfruttano lo scarso controllo umano dietro il posizionamento delle campagne pubblicitarie.

L’avvento dell’intelligenza artificiale e della possibilità di pubblicare sempre più articoli a un costo praticamente pari a zero sta facendo ingigantire il problema, con la proliferazione di siti costituiti da post copiati dai bot o pieni di errori dovuti a una completa assenza di verifica dei pezzi, sia dal punto di vista grammaticale che da quello del contenuto.

Google ha già annunciato di aver rimosso gran parte degli annunci presenti sui siti smascherati dal report, che, di fatto, non dovrebbero avere la possibilità di entrare in partnership con il programma in quanto i siti che contengano contenuti copiati, di bassa qualità o generati automaticamente non rientrerebbero nelle policy dettate dall’azienda di Mountain View. Nel caso dei contenuti generati automaticamente, in effetti, potrebbero rientrare anche quelli prodotti da un’intelligenza artificiale.

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LEGGI ANCHE: Quanto è davvero intelligente un chatbot?

L’intelligenza artificiale e un web sempre più povero?

Il rischio legato a un fenomeno di questo tipo, naturalmente, non riguarda soltanto le aziende intenzionate a utilizzare i servizi di marketing programmatico, ma, di riflesso, tutti gli utenti che fanno quotidiano uso della rete.

Se infatti la situazione dovesse continuare a generare profitto per i creatori di questi spazi online, ci potremmo ritrovare presto invasi da siti internet prodotti interamente usando lo strumento tecnologico più in voga degli ultimi mesi con un drastico calo della qualità e del controllo degli stessi.

Un sito analizzato nel report, ad esempio, riusciva a pubblicare, grazie all’intelligenza artificiale ben 1200 articoli al giorno e alcuni url di carattere medico contenevano delle informazioni false e pericolose, risultando, naturalmente, di basso o nullo livello qualitativo.

Una nuova evoluzione delle content farm che già infestano il web e che avvalorano le critiche di chi ancora non veda nella rete una risposta adeguata all’informazione fatta come dovrebbe essere potrebbe dunque essere alle porte, con l’intelligenza artificiale sfruttata come cavallo di Troia.

Certo, è ancora presto per lanciarsi in previsioni catastrofiste, visto che non è chiaro quanto questi siti siano effettivamente in grado di attirare utenti e quanto riusciranno a farlo nei prossimi mesi o anni con i progressi di questi strumenti, ma di sicuro le prime avvisaglie di un rischio concreto ci sono e dovrebbero quantomeno farci riflettere.

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Fonte: 12

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