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Resident Evil Requiem, la recensione: il RE è tornato?

In principio fu Villa Spencer. Una magione come le altre, almeno all’apparenza. Un enorme immobile pomposo, arredato di tutto punto, capace di nascondere orrori in grado di capovolgere non solo il destino di una città, ma l’intero ordine mondiale. Una costruzione che, protetta dagli impervi sentieri del monte Arklay, nascondeva più di quanto i giovani membri della squadra S.T.A.R.S. potessero mai immaginare. Tutto inizia da lì, da quell’enorme villa che altro non era se non una copertura per i laboratori sotterranei costruiti dalla Umbrella Corporation, un’azienda “farmaceutica” che, nascostasi dietro al nobile scopo di aiutare il genere umano, studiava nuovi metodi per distruggerlo.

Un errore, un banale errore, ed il virus creato da Spencer e dagli altri fondatori della Umbrella inizia ad infettare prima tutti coloro i quali lavoravano nell’enorme villa e nei laboratori sotterranei, per poi spandersi tra i cittadini della contigua, ed ormai leggendaria, Raccoon City. Forse neanche gli sviluppatori erano a conoscenza della reale portata del loro operato, ma da quella imponente magione ebbe origine una delle saghe più iconiche ed amate della storia dei videogiochi: Resident Evil. Una saga fatta di tantissimi alti, che a parere di chi vi scrive vedono il loro culmine nel meraviglioso Resident Evil 2, e da qualche caduta rovinosa, rappresentata in particolare da quel Resident Evil 6 che ancora oggi i fan della saga faticano a digerire. Il sesto capitolo del brand infatti, complice una struttura ludica estremamente banale e spezzettata, unita ad una narrazione estremamente mal gestita che aggiungeva poco o nulla alle vicende dei personaggi chiamati in causa, all’epoca sembrò segnare la fine di una saga che avrebbe invece avuto ancora tantissimo da dire.

Capcom infatti riuscì in maniera estremamente sapiente a far tesoro di quella caduta rovinosa citata poc’anzi, resuscitando in maniera quasi miracolosa un brand che sembrava essere destinato all’oblio; e ci riuscì pubblicando Resident Evil 7, un capitolo in grado di stravolgere totalmente la struttura della saga mediante un sapiente utilizzo della prima persona, ed un “ritorno” all’horror che dall’indimenticabile Resident Evil 4 aveva lasciato il posto ad un tipo di prodotto più votato all’azione e meno spaventoso. I fan della saga, dopo la pubblicazione del titolo con protagonista Ethan Winters, si divisero in 2: molti infatti apprezzarono il ritorno ad un tipo di gioco più classico, più vicino –  con le dovute differenze, s’intende – ai capitoli originali della saga e non alla deriva action intrapresa successivamente, mentre altri chiedevano a gran voce una sorta di equilibrio tra le due componenti, che potesse in qualche modo abbracciare i fasti di un tempo e le “necessità” dei gamer che invece preferivano più pallottole e meno sopravvivenza.

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Ecco la nostra recensione di Resident Evil Requiem!

Resident Evil Village, ottavo capitolo della saga, cercò in qualche modo di accontentare chi chiedeva un bilanciamento tra le due componenti, senza tuttavia riuscirci in pieno. A differenza del suo predecessore infatti, il comparto ludico di Village, per quanto di fattura estremamente buona, risultò essere nuovamente troppo votato all’azione, dimenticandosi – ad eccezione degli orrori di Casa Beneviento che ancora affollano la mente di chi vi scrive – di riproporre quella parte survival tornata in pompa magna col settimo capitolo della saga. Per questi motivi, nonostante Village fosse un gioco molto interessante e comunque ben costruito, venne accolto tiepidamente da chi invece sperava in quell’evoluzione descritta poc’anzi.

Tuttavia, la Capcom degli ultimi anni sa come fare tesoro di critiche ed errori. E la dimostrazione c’è stata, quantomeno parzialmente, con l’annuncio di Resident Evil Requiem; il titolo, sin dal primo trailer, metteva subito in chiaro una cosa: la volontà da parte degli sviluppatori di tornare a quelle atmosfere – e a quei luoghi – capaci di far grande una saga nata ormai 30 anni fa. Volontà resa poi palese dalla protagonista, Grace Ashcroft, il cui cognome fa risuonare più di un campanello nella testa dei fan di vecchia data del brand, e dai tanti riferimenti a Raccoon City che affollavano il trailer con cui ci è stato mostrato per la prima volta il gioco. Bene, avranno abbandonato l’idea di equilibrare il tutto con l’azione, direte voi. Beh, non proprio. Qualche mese dopo l’annuncio, infatti, Capcom ha rivelato che in Resident Evil Requiem Grace non sarebbe stata l’unica protagonista; la stessa infatti sarebbe stata affiancata dall’ormai leggendario Leon Kennedy, apparso particolarmente invecchiato, stanco, e con delle strane “macchie” nere sul dorso della sua mano che non lasciano presagire tempi sereni per l’ex nuova recluta del Raccoon City Police Department.

Le premesse, anche comunicative, di Requiem sono dunque estremamente chiare; sarà riuscita Capcom, alla prova dei fatti, a trovare quell’equilibrio tanto ricercato nel corso degli anni? Beh, proseguite pure nella lettura e lo scoprirete!

Narrativa migliorata, ma non eccellente

Resident Evil Requiem, sin dal trailer d’annuncio, ha subito messo in chiaro una volontà: quella di stuzzicare tutti coloro che – giustamente ed inevitabilmente – nonostante le varie evoluzioni narrative fatte di Plagas e Megamiceti sono rimasti ancorati ed affezionati alle vicende della Umbrella, o di ciò che ne resta, e degli avvenimenti che hanno coinvolto la oramai nuclearizzata Raccoon City.

Sin dal primo antipasto mostratoci dagli sviluppatori infatti, appariva subito chiaro come le vicende narrate in Resident Evil Requiem fossero legate, più o meno intensamente, ai tragici eventi che videro protagonisti tutti gli ormai leggendari protagonisti della saga. Non è un caso infatti che la protagonista femminile del titolo, Grace Ashcroft, analista dell’FBI, non sia una persona qualsiasi, ma la figlia della giornalista Alyssa Ashcroft, personaggio protagonista di Resident Evil: Outbreak ed una delle poche sopravvissute all’incidente di Raccoon City.

E non è un caso che la trama di Resident Evil Requiem prenda il via proprio da alcune misteriose ed inspiegabili morti che coinvolgono alcuni dei sopravvissuti della città che divenne base della Umbrella Corporation. Molti di questi soggetti, infatti, con delle tempistiche estremamente ravvicinate e per questo molto strane, stanno esalando l’ultimo respiro, ricoperti da delle strane macchie che non lasciano presagire nulla di buono, ma anzi, presuppongono almeno a prima vista quell’utilizzo di armi biologiche ormai divenuto il leit motiv dell’intero brand. Tali morti vengono subito messe sotto la lente d’ingrandimento dell’FBI, decisa a far luce su una vicenda che potrebbe acquisire contorni ben più grandi di quelli che ha già. Dopo aver avuto notizia dell’ultima bizzarra morte, avvenuta al Wrenwood Hotel, luogo poco caro a Grace in quanto teatro della sparizione della madre avvenuto circa 5 anni prima, l’FBI decide di inviare proprio la giovane ragazza ad indagare sulla questione, mettendola davanti non solo ai demoni che infestano il suo passato, ma anche ad un pericolo che va ben oltre questi misteriosi decessi.

Resident Evil: Requiem Leon Kennedy

L’arrivo di Grace, che con riluttanza accetta l’incarico, al Wrenwood mette infatti in moto una serie di eventi in grado di sconvolgere non solo la vita della giovane ragazza, il cui passato sembra essere avvolto dal mistero, ma anche l’intera storia della Umbrella e dei suoi fondatori, oltre che probabilmente le fondamenta che stanno alla base dell’intera saga di Resident Evil. L’analista dell’FBI infatti, arrivata all’ormai distrutto hotel, fa la conoscenza di Victor Gideon, un ex ricercatore della Umbrella Corporation che sembra essere particolarmente interessato a lei per ragioni che verranno palesate solo in una fase successiva del titolo, che ovviamente preferiamo non specificare per restare scevri da qualsiasi tipo di spoiler.

Dopo una breve e poco amichevole chiacchierata, Gideon rapisce Grace per portarla presso la clinica di Rhodes Hill, una struttura dove l’ex dipendente di Spencer e soci svolge misteriosi e terrificanti esperimenti volti a creare nuove armi biologiche tra cui figura un nome intorno al quale sembra ruotare l’intera missione dello scienziato: Elpis. Grace sembra essere in qualche modo collegata, in maniera del tutto inconsapevole, ad Elpis o a qualcosa di relativo ad esso; è questo il motivo per il quale il Dottor Gideon, villain principale del titolo, prova così tanto interesse nei confronti della giovane Ashcroft. Se c’è qualcosa che Grace ha ereditato dalla madre tuttavia, è lo spirito combattivo e la voglia di andare fino in fondo; spaventata, ma mai doma, la ragazza dovrà affrontare le tante mostruosità infette di Rhodes Hill tra cui spicca la ormai già nota “Bambina” vista durante il percorso di avvicinamento al titolo per provare a fuggire, scappando da Gideon e provando a venire a capo di quell’enigma chiamato Elpis.

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Il ritorno di Leon

La storia di Grace si incrocia inevitabilmente con quella dell’amatissimo Leon Kennedy, che in Resident Evil Requiem torna finalmente sulle scene dopo anni di inattività. L’ex poliziotto del RCPD, ormai agente scelto del DSO, ha un unico obiettivo: indagare sulle misteriose morti dei sopravvissuti di Raccoon City, in quanto le stesse potrebbero inevitabilmente essere connesse al morbo che affligge lui e la sua aiutante, di cui non spoilereremo l’identità ma che siamo sicuri strapperà un sorriso ai tantissimi fan della saga. Durante un’investigazione infatti Leon si ritrova improvvisamente coinvolto suo malgrado nel rapimento di Grace; insospettitosi, decide di recarsi presso la clinica di Rhodes Hill per indagare su Gideon, convinto che la connessione dell’uomo con la Umbrella possa fargli finalmente trovare una cura per la malattia che, lentamente, lo sta debilitando.

Le premesse del comparto narrativo di Resident Evil Requiem sono essenzialmente queste; semplici, non particolarmente strutturate almeno a prima vista, come spesso accade in una saga che con gli anni ha sempre più strizzato l’occhio al “trash horror”. Tuttavia, fermarsi a giudicare il comparto narrativo di Resident Evil Requiem solo in base alle premesse di cui sopra, sarebbe un grande errore. Il racconto infatti scorre via in maniera estremamente interessante, grazie ad una narrazione mai noiosa e sempre ritmata, oltre che approfondita in una serie di documenti sparsi qua e là nel mondo di gioco; la sceneggiatura, seppur non di elevatissima fattura, riesce a reggere benissimo ed anzi, risulta essere uno dei punti di forza di questo titolo nonostante alcuni passaggi a vuoto ed occasioni sfruttate in maniera non propriamente eccelsa. Le vicende che intrecciano le vite di Grace e Leon infatti riescono ad appassionare il giocatore in maniera sicuramente più sostanziosa rispetto a quanto visto in Village o in Resident Evil 4 ad esempio; ad aggiungere profondità al tutto, possiamo dirvi che gli sceneggiatori hanno riservato una marea di sorprese, alcune delle quali enormi, a tutti coloro i quali sono legati al passato della saga, con particolare riguardo ai primi tre titoli ed a quella mitologia che per troppo tempo è stata lasciata da parte.

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Il “ritorno” mascherato della Umbrella, le lande ormai desolate di Raccoon City, ed i continui riferimenti al passato sono, a parere di chi vi scrive, molto più di una banalissima strizzata d’occhio a chi è cresciuto con le avventure di Chris, Jill e Leon. La mitologia di cui vi abbiamo parlato poc’anzi viene infatti ampliata, connessa al presente in maniera estremamente curata ed intelligente, ed in alcuni casi va addirittura a stravolgere molte delle certezze che Resident Evil ci ha donato nel corso degli anni. Apprezziamo particolarmente l’operato degli sceneggiatori proprio per questo motivo; il coraggio mostrato, condito comunque da una buona dose di fanservice giustificata quantomeno dal punto di vista della trama, è assolutamente degno di nota quantomeno per chi vi scrive.

Ottima anche la caratterizzazione dei vari personaggi, che per una volta ci sono sembrati più umani e legati alla vita e ai propri affetti rispetto al passato. Non approfondiremo più di tanto questo aspetto in quanto sarebbe molto facile cadere in degli spoiler, ma vi assicuriamo che, ad esempio, il Leon più “tamarro” lascia spazio ad un personaggio più umano, mosso non solo dal proprio obiettivo ma anche da un senso di colpa che non riesce ad abbandonare in alcun modo. Sia chiaro, anche qui non siamo davanti ad un capolavoro di scrittura, ma abbiamo sicuramente apprezzato questa sorta di svolta, capace di rendere più umani dei personaggi che sono stati forse sempre accusati di essere poco sfaccettati.

Nonostante le ovvie incertezze dunque, proprie di una saga che non è mai stata davvero capace di brillare sotto il punto di vista della narrazione, non possiamo non promuovere il comparto narrativo di questo Requiem; siamo sicuri – o quasi – che questo punto sarà particolarmente divisivo, ma a nostro parere la sapiente commistione utile a bilanciare fanservice e narrazione è stata di buonissima fattura, e per questo va premiata. Sia chiaro, non siamo davanti ad una scrittura di livello assoluto, ma davanti ad un intreccio ben costruito che prende risvolti non previsti, in grado di appassionare, sorprendere ed addirittura emozionare; e questo, per la saga di Resident Evil, è tutto tranne che scontato.

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Equilibrio tra due anime

Come dicevamo in apertura, l’obiettivo dichiarato silenziosamente dagli sviluppatori per questo Resident Evil Requiem era quello di bilanciare quanto più possibile la componente horror, più vicina ai primi tre capitoli della saga, con quella action, particolarmente presente da Resident Evil 4 in poi. L’idea di poter utilizzare non uno ma due protagonisti muove sicuramente in questo senso, e possiamo dirvi sin da subito che nonostante gli inciampi, l’obiettivo non è stato raggiunto, ma quasi.

Durante l’intero titolo infatti, che per la verità ci è risultato essere leggermente breve, ci ritroveremo ad impersonare – talvolta negli stessi scenari, talvolta no – sia Leon che Grace. Il primo fa della potenza di fuoco e della forza bruta il fulcro del suo gameplay, mentre la seconda si gioca e si controlla in maniera estremamente vicina a quanto visto in Resident Evil 7, grazie anche alla possibilità di godersi le sue sezioni di gioco in prima persona. Le ore di gioco passate insieme a Grace sono quelle di un classico survival horror: terrificanti, angoscianti, con la costante sensazione di essere in pericolo di vita in qualsiasi momento, soprattutto giocando a difficoltà più elevate e senza la possibilità di salvare all’infinito.

Quando ci siamo ritrovati a controllare l’analista dell’FBI infatti abbiamo riassaporato l’essenza dei vecchi Resident Evil: proiettili scarsi, cure contate, terrificanti “stalker” che ci hanno fatto sentire praticamente impotenti, ed una serie di enigmi – per la verità particolarmente semplici – che ci hanno ricordato le ore passate nella centrale di Polizia di Raccoon City o nell’ormai indimenticabile Villa Spencer. La costante sensazione di ritrovarsi in pericolo, unita al terrore di non sopravvivere ha permeato ogni singolo minuto passato insieme a Grace, il cui gameplay non evolve, ma arricchisce, una formula che in Resident Evil Requiem dimostra di funzionare ancora estremamente bene. Puntare ancora sull’esplorazione, sul completismo, sul crafting e sul feeling di cui sopra senza l’utilizzo di quei banali mezzucci che ormai infestano gran parte degli horror più recenti –  si, jumpscare, ci riferiamo proprio a voi – può ancora portare notevoli risultati. Giocare le parti con protagonista la giovane Ashcroft è infatti stato un vero e proprio piacere, ed anzi, avremmo gradito passare molte altre ore insieme a lei ed agli orrori di Gideon. Scappare dagli stalker, gestire lo spazio di un esiguo inventario, aggirare furtivamente dei nemici in costante evoluzione, la cui IA ci è sembrata particolarmente sviluppata, ci ha riportato un po’ all’essenza del survival horror ed a quei fasti che il brand ha saputo raggiungere in passato. A parere di chi vi scrive infatti, le ore passate con Grace sono state addirittura superiori a quelle – per la verità già ottime – passate in compagnia di Ethan Winters in RE7; nonostante infatti la struttura ludica sia rimasta sostanzialmente invariata, abbiamo apprezzato quell’enorme mole di accorgimenti che riescono ad elevare la stessa ed a portarla a vette mai esplorate dalla saga, almeno nel recente passato.

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Un Leon ancora troppo action?

Dal tenore letterale della recensione sembrerebbe quasi che vi sia una contrapposizione, anche qualitativa, tra le parti con protagonista Grace e quelle con protagonista Leon. Beh, indubbiamente vi è uno sbilanciamento qualitativo talvolta sostanzioso, che rende la sezione di Grace sicuramente preferibile rispetto a quella di Leon, ma quest’ultima non è assolutamente nè tragica, nè fatta male. Le ore di gioco dedicate all’ex poliziotto infatti prendono le cose buone fatte con i capitoli più action di Resident Evil, evolvendole senza grossi stravolgimenti e portandole ad un livello successivo, ma ancora incapaci di raggiungere la piena eccellenza. Dimenticate praticamente tutti o quasi gli elementi survival, in quanto con Leon l’obiettivo è uno ed uno soltanto: farsi strada tra orde di infetti, per sopravvivere non a loro stessi, ma a qualcosa di più grande. Lo shooting, che sta alla base delle ore passate con la fu recluta del RCPD, è di pregevole fattura, elevata anche da un sistema di personalizzazione delle armi (tramite dei punti ottenuti uccidendo più nemici possibili, e non solo) che restituisce un notevole feeling di progressione, così come di pregevole fattura è più in generale il sistema di combattimento. Quest’ultimo, che alterna l’utilizzo di armi da fuoco a delle finisher utili a risparmiare munizioni e all’ormai immancabile parry, ci è sembrato spettacolare, rifinito e soprattutto estremamente “controllabile”; il giocatore viene messo sempre al centro dell’azione, e raramente non ha controllo su quanto succede a schermo, fatti salvi alcuni momenti in cui la telecamera da qualche piccolo e sporadico problema.

All’enorme dose di azione si aggiunge, ovviamente, una componente esplorativa non rifinita quanto quella di Grace, ed una componente horror sicuramente meno marcata rispetto a quella della protagonista femminile di Resident Evil Requiem; tale situazione rappresenta il vero tallone d’Achille della sezione dedicata all’agente del DSO, ed il motivo per il quale la tanto agognata ricerca d’equilibrio non è andata ancora a buon fine, o almeno non del tutto. L’unico altro vero neo, se così possiamo chiamarlo, dei momenti dedicati a Leon è rappresentato dalle bossfight; queste, per quanto evocative e talvolta spettacolari, ci sono sembrate tutte troppo semplici e banali, a causa anche di pattern d’attacco ripetuti e facilmente memorizzabili. Una maggior difficoltà, unita ad una diversa struttura delle stesse, avrebbe giovato non poco al titolo, data anche la presenza di alcuni boss difficilmente dimenticabili.

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Come avrete capito dunque, fatti salvi alcuni annosi difetti che non permettono il raggiungimento dell’eccellenza, abbiamo particolarmente apprezzato la struttura ludica di Resident Evil Requiem. Il titolo, seppur senza raggiungere ancora il bilanciamento sperato tra survival horror ed action, è in grado di regalare (poche) ore di divertimento grazie ad un comparto ludico solido, che difficilmente annoia, e che sa come stimolare il giocatore in più di un’occasione. Avremmo gradito una maggiore amalgama tra i due protagonisti, ma l’appuntamento con quello che potrebbe essere il capitolo definitivo della saga è solamente rinviato.

Tecnicamente superbo

Dal punto di vista tecnico c’è davvero poco da dire. Abbiamo provato Resident Evil Requiem su PS5 Pro, ed il titolo è una vera e propria meraviglia. Il RE Engine, dopo il mezzo passo falso compiuto con Monster Hunter Wilds, è tornato a splendere, grazie anche ad una struttura ludica più snella ed esigua, portando a schermo un titolo che è una gioia per gli occhi. I modelli poligonali di nemici e personaggi sono estremamente dettagliati, e la loro bellezza è alimentata da un sistema di illuminazione che oltre ad essere parte integrante del gameplay, rappresenta una vera e propria eccellenza. Anche il frame rate, nonostante siano presenti situazioni estremamente concitate, non scende praticamente mai al di sotto dei granitici 60 FPS; se a tutto ciò aggiungiamo la presenza del ray tracing, capirete come su questo fronte ci sia davvero poco da dire.

Di ottima fattura anche il doppiaggio in italiano ed inglese, così come buona la colonna sonora. Se proprio dovessimo trovare un difetto al comparto artistico e tecnico, questo sarebbe rappresentato dalla poca varietà dei nemici, che ci sono sembrati tutti troppo “simili” tra loro, unita a delle animazioni nel combattimento corpo a corpo non proprio perfette. Tali imperfezioni tuttavia non minano la qualità tecnica di un titolo che ad oggi è sicuramente uno dei più belli da vedere su current gen.

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In conclusione…

Resident Evil Requiem, nonostante tutti i difetti, riesce ad essere uno dei migliori capitoli di una saga ricca di qualità, ma anche di numerosi passi falsi. Gli sviluppatori, seppur non ancora capaci di trovare quel tanto agognato bilanciamento tra le due anime del brand, hanno sicuramente fatto dei passi in avanti sotto questo punto di vista, dando vita ad un prodotto non esente da difetti, ma in grado di trascinare il giocatore in un vortice che gli farà urlare un “ne voglio ancora” dopo i titoli di coda. Abbiamo apprezzato tutte le piccole evoluzioni, sia dal punto di vista narrativo che dal punto di vista del gameplay, che non puntano in alcun modo a stravolgere una formula funzionante, ma a perfezionarla per dar vita a qualcosa di classico, ma che restituisce al giocatore un feeling assolutamente moderno. Insomma, Resident Evil, il suo requiem, non vuole proprio suonarlo. E meno male, aggiungiamo noi.

Resident Evil Requiem - La nostra valutazione

VOTO - 9

9

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Carlo D'Alise

Carlo D'Alise

Videogiocatore dagli indimenticabili tempi dello SNES. Praticante avvocato nel tempo libero, appassionato in particolare di Action, Soulslike ed RPG, ma in generale del videogioco in (quasi) tutte le sue declinazioni. Sono ad un panino dall'obesità.

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