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“Ho delle storie terrificanti”, animatrice parla delle condizioni di lavoro nell’industria anime

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L’animatrice Joan Chung racconta la sua esperienza con l’industria anime presso lo studio SCIENCE Saru

Che le condizioni di lavoro nell’industria anime giapponese siano dure e quasi al limite è cosa ormai nota anche a chi di anime ne avrà visti pochissimi. La cosa che più ci meraviglia è che, ad un alto trend dell’industria, che avanza e spopola sempre di più anche grazie alla diffusione dovuta ai servizi streaming, non corrisponde un altrettanto alto valore agli animatori, che rendono possibile il tutto.

Questa volta a farsi martire della propria esperienza è Joan Chung, che ha lavorato presso lo studio SCIENCE Saru (Ping Pong The Animation, Devilman Crybaby) per poco meno di due anni, dal dicembre 2019 al giugno 2021. SCIENCE Saru è uno studio che lavora a livello internazionale, con diverse cariche ricoperte da figure che vengono anche al di fuori dal Giappone.

Stando alle parole di Chang, la situazione pre-covid era ottima, con un ambiente di lavoro sano e che permetteva anche dello svago; dopo di ché hanno iniziato ad abbandonare il lavoro anche figure importanti, quali uno degli animatori più stimati -che ha lasciato il lavoro a causa di un esaurimento- e una production manager a causa di un crunch che non permetteva una serena vivibilità e delle condizioni di lavoro positive. 

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Ecco quali sono state le parole di Joan Chung:

Prima del covid, l’atmosfera allo studio era positiva e si comunicava tanto. Nonostante non parlassi giapponese, mi sono subito sentita a casa. 

Uno dei miei colleghi addirittura mi ha insegnato come andare sullo skate durante le pause pranzo. Ero continuamente sorpresa dall’abilità dei miei colleghi di essere così sereni nonostante dovessero sottostare ad una schedule tostissima. Non avevo mai vissuto questo tipo di etica negli studi occidentali. 

Ma ho comunque delle storie terrificanti, che fortunatamente sono anche di meno rispetto a quelle degli altri studi di animazione. Ma – e questo mi ha colpito tantissimo – uno studio non dovrebbe permettere che delle ragazze ventenni si chiudano in bagno a piangere ogni notte; né tantomeno dovrebbe essere permesso avere una schedula così stretta da non permettere nemmeno alla production manager di stare al passo e farla stare bene mentalmente. Ho dovuto parlare per conto suo al CEO e, nonostante una risposta rasserenante, non è cambiato comunque nulla. Una cultura con così tante cose da produrre necessitava di tempi più lunghi per crearle e concludere.

Il problema dell’industria anime è di fatti proprio la crunch culture, per cui bisogna produrre tanto (e anche bene) in poco tempo. Gli studi di animazione tendono ormai a prendere tantissimi progetti per rilasciarli in pochissimo tempo, ed è questo che è successo anche a SCIENCE Saru. 

Joan ha infine aggiunto:

Quest’anno SCIENCE Saru ha dovuto lavorare su INU-OH, altre due serie da una stagione l’una e Star Wars: Visions, il che era semplicemente troppo da gestire. Lo studio ha tra i 40 e 50 dipendenti e nonostante ci siano diversi lavoratori freelance, il carico sul team principale è stato davvero eccessivo. 

Quella di Joan è solo una delle tante testimonianze di come l’industria anime stia andando sempre più verso un futuro incerto: un futuro del genere per gli animatori è impossibile sostenerlo. Cosa ne pensate? Fatecelo sapere nei commenti.

Fonte: anime news network

L'autore

Lorenzo De Padova

Laureato in economia aziendale, appassionato di manga, anime, videogames e pop music e in generale di ciò che non è mai scontato e banale.

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