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Ecco la goccia che fa traboccare il vaso: la petizione per riscrivere la trama di The Last of Us Parte II

The Last of Us Parte II

La rabbia di una frangia dell’utenza è incontenibile: spunta l’assurda petizione per convincere Naughty Dog a cambiare la trama di The Last of Us Parte II. Ecco perché è sbagliata

In attesa dell’editoriale sul finale del titolo ed i suoi significati, in arrivo prossimamente sulle nostre pagine, vorremmo sfruttare questo spazio per dire la nostra sull’incredibile backlash che parte dell’utenza ha riservato ad un progetto d’alto profilo come The Last of Us Parte II. L’attesissima new entry del brand creato da Naughty Dog ha avuto indubbiamente un’accoglienza travagliata condita da tantissime polemiche, sia legate al titolo in sé che a svariati elementi di contorno.

Nonostante l’intrinseca validità di The Last of Us Parte II, testimoniata dalle innumerevoli recensioni positive della stampa specializzata – tra cui la nostra -, diremmo un’enorme falsità affermando che questo movimento non fosse per nulla pronosticabile, anche se in fondo al nostro cuore speravamo di sbagliarci. Sia in ragione delle tematiche spinose trattate dall’opera, sia per le coraggiose scelte intraprese nel corso della narrazione e che, giocoforza, sapevamo avrebbero lasciato più di qualcuno con l’amaro in bocca. Scelte, per la verità, leakate in maniera sommaria, imprecisa, talvolta falsa e senz’altro lesiva dell’opera. Per essere, poi, dolosamente gettate in pasto alla qualunque, col solo desiderio di veder “bruciare il mondo” alla Joker-maniera. Già la questione Metacritic e voti dell’utenza al Day 1, con i suoi eccessi tipicamente di pancia e le sue “recensioni da 0 in pagella ” – basate sul vaso di Pandora del pregiudizio, scoperchiato proprio dalla succitata fuga di notizie – avevano messo pericolosamente in guardia sulla deriva che la situazione avrebbe preso di lì a poco.

La goccia che fa traboccare il vaso dell’hating internettiano è data dall’ennesima, grottesca, petizione in cui si chiede ad un creatore di contenuti di mutare la sua originaria visione per adattarla al sentire comune di una data porzione di scontenti. Non si tratta affatto di una novità nel settore, basti pensare all’enorme dissenso provocato ai tempi dal finale di Mass Effect 3. Dissenso poi sfociato in una corsa ai ripari da parte di Bioware che, con un pizzico di furbizia e ben poche reali aggiunte, cercò di glissare sull’accaduto tenendosi semplicemente buoni i fan. Più col gesto di voler porre rimedio che rimediando fattivamente.

The Last of Us Parte II e l’arte

Ma prendiamola larga e pensiamoci un attimo: qualcuno si sognerebbe mai di richiedere a Picasso di “aggiustare” la Guernica, poiché ce la si aspettava con più colori o dipinta secondo un tratto realista? Qualcuno avrebbe il coraggio di chiedere a Lynch di rendere spiegabile la consecutio temporum di Autostrade Perdute, perché “non si capisce nulla di chi sia chi”? Qualcuno potrebbe prendere in considerazione la richiesta a De André di edulcorare La Ballata dell’Amore Cieco in favore di un lieto fine e senza sentirsi stupido? Ne dubitiamo.

E chiariamoci, non stiamo ponendo The Last of Us Parte II nella stessa categoria delle opere sopra esposte. Sarà la storia a dare il giusto peso nel medium al titolo, tanto quanto è successo per i capolavori succitati nelle arti d’appartenenza. Il videogioco, inoltre, e molto più di un dipinto, un film o una canzone, nasce come prodotto d’intrattenimento e consumo e non è immediatamente inquadrato come un’opera d’arte dal sentire comune. Forse in virtù di un retaggio culturale che vede il gioco come un’occupazione prettamente da bambini, forse perché sono i videogiocatori stessi ad usare lo strumento semplicemente come valvola di sfogo ed occasione per staccare dalla vita di tutti i giorni.

Eppure c’è chi sognava avidamente questo momento. Il giusto periodo storico in cui il videogioco, a margine del suo “ruolo sociale originario”, riuscisse anche a veicolare un certo tipo di messaggi e tematiche. Il momento in cui esso potesse ambire a quella libertà creativa di cui godono gli altri media. Il momento della definitiva raffinazione della narrazione e la conseguente presa in prestito del linguaggio del dramma, direttamente dai film o dalla letteratura d’autore. Un dramma con uno scopo, una sofferenza motrice rispetto alle vicende narrate. Un titolo che non avesse paura di mostrare al mondo, con estrema brutalità, che nessuna morte è realmente epica, che nessuna uccisione ti rende onnipotente, che la vita umana è fragile e può essere spezzata in qualsiasi momento e per le più disparate motivazioni.

Non trovate sia curioso che proprio un titolo che tratteggia il genere umano come profondamente egoista e dipinge i concetti di bene e male come fortemente ancorati al relativismo di un singolo punto di vista, sia oggetto di critiche tanto egoiste e soggettive da ritenere una storia valida solo se incontra il nostro personalissimo ed opinabilissimo gusto?

The last of us parte II

Per tutte le ragioni elencate nel pezzo, dunque, ci sentiamo di condannare iniziative come questa petizione – che abbiamo preso la specifica decisione di non linkare per evitare di foraggiarla, nonostante sia centrale in questa analisi – sperando che, al di là dei gusti personali, sempre rispettabili e mai sindacabili, ci sia lo stesso rispetto anche verso gli sviluppatori ed il proprio onorevole lavoro, attendendo pazientemente il momento in cui saranno considerati perfettamente alla stregua di tutti gli altri artisti, in tutte le altre arti. Non astrattamente, ma in concreto, lasciando loro una reale libertà creativa che non si pieghi alle logiche egoistiche del più tossico dei fanservice.

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L'autore

Angelo Basilicata

Gamer dall'età di 12 anni, cultore (o meglio "cultista") di Hidetaka Miyazaki dal 2009. vive la passione per i Vg da completista ed è un ragazzo semplice: mangia, gioca, ama

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