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Il governo cinese spia gli smartphone dei turisti

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Per chi si muove dal Kyrgyzstan alla regione cinese dello Xinjiang, non basta il visto: i turisti devono avere anche gli smartphone in regola. La polizia di frontiera porta i dispositivi in stanze apposite, lontano dai proprietari, e qui li esamina approfonditamente.

Api da miele?

Un’inchiesta condotta dal quotidiano britannico The Guardian – in collaborazione con New York Times, Sueddeutsche Zaitung e Privacy International – rivela ulteriori dettagli. Durante l’esame del dispositivo, gli agenti installano di nascosto un’applicazione chiamata “Feng Cai” – letteralmente “raccogliere le api da miele” – che ricerca contenuti ritenuti sensibili dalle autorità, ad esempio riferimenti islamici. La scansione si concentra sulle comunicazioni – ma tiene conto anche di calendari, contatti e GPS – e permette di scaricare i dati su altre piattaforme.

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Tracce e turisti sospettosi

Prima di riconsegnare il telefono al proprietario, gli agenti disinstallano l’app senza lasciare tracce. In alcuni casi, tuttavia, il piano non è andato come previsto e l’eliminazione del software non è stata completata correttamente, lasciando dietro di sé dietro delle “tracce” dell’hackeraggio. Un turista, in particolare, ha fatto analizzare il suo cellulare dagli esperti informatici della Ruhr University di Bochum. Ormai anche i “vicini di casa” sospettano del governo cinese, visti i precedenti tra censura e violazione della privacy.

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Motivi storici nella regione cinese

Per comprendere – ma non accettare – la scelta da parte del governo cinese di implementare questi controlli, bisogna guardare alla storia dello Xinjiang. La regione era abitata principalmente da indo-europei e iraniani, entrambi di religione buddhista, ma nel nono e decimo secolo d.C., l’invasione turca degli uiguri impose momentaneamente la religione musulmana sulle popolazioni locali. Per quanto le cose siano cambiate da quei giorni, ancora oggi la minoranza musulmana degli uiguri non viene vista di buon occhio e non mancano gli attacchi diretti.

L’episodio più evidente di odio razziale avviene nel 2009, quando le autorità cinesi decidono di radere al suolo il centro storico di Kashgar, città abitata quasi esclusivamente dagli uiguri. Dal 2009, gli scontri fra etnie non hanno visto tregue e, anzi, sembrano diventare sempre più violenti.

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Fonti: La Repubblica, adnkronos, Vice, Ruhr University.

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