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NASA, network hackerato con un Raspberry Pi

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In passato ci sono stati molti tentativi di hacking alla NASA, alcuni hanno avuto successo e altri, la maggior parte, no. Ancora oggi diversi impavidi cercano di accedere alla rete del Jet Propulsion Laboratory, spesso per cercare di farsi notare e magari ottenere un posto di lavoro dopo aver mostrato le vulnerabilità della rete della National Aeronautics and Space Administration. Anche nei modi più semplici.

Non servono supercomputer

Un hacker è riuscito a entrare nel network del JPL con un semplice Raspberry Pi da 35 dollari. Per chi non sapesse cos’è un Raspberry Pi, è un dispositivo grande quanto una carta di credito usato maggiormente per imparare le basi della programmazione e promuovere lo studio dell’informatica ed elettronica nei paesi in via di sviluppo.

Senza essere mai individuato e identificato, l’hacker ha estratto 23 file per un totale di 500 MB. Questi file comprendevano informazioni riservate relative al controllo del Curiosity Rover su Marte, e altri dati relativi alle leggi sul traffico d’armi internazionale, in particolare sulla restrizione dell’export di tecnologie militari statunitensi.

Secondo un report ufficiale, l’hacker sarebbe riuscito a “bucare” con successo due network su tre del JPL. La NASA ha dunque disconnesso, in questi giorni, diversi sistemi dalla rete JPL per migliorare il firewall. Ma questa reazione giunge in ritardo, poiché l’attacco informatico è avvenuto nell’aprile 2018, ed è stato individuato soltanto il 18 giugno di quest’anno. In totale, come scritto nel report, l’hacker avrebbe avuto accesso ininterrotto al sistema per 10 mesi.

Di chi è la colpa?

A quanto pare la vulnerabilità è stata causata da un amministratore del sistema che non sarebbe riuscito, al tempo, ad aggiornare il database che determina quali dispositivi possono accedere al network. Così facendo, anche il Raspberry Pi da 35 dollari dell’hacker ancora ignoto ha potuto compiere una missione apparentemente impossibile.

Ora alla NASA non resterà altro che controllare l’integrità dei dati del Deep Space Network e del Jet Propulsion Laboratory. E ovviamente trovare l’hacker che, quasi sicuramente, non essendo un white hat (hacker etico) verrà arrestato immediatamente.

FONTE

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Francesco Santin

Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche, ex telecronista di Esports, giocatore semi-professionista e amministratore di diversi siti e community per i quali ho svolto anche l'attività di editor e redattore.