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Dead Space (2023), la Recensione: lettera d’amore alla USG Ishimura

Nel 2008, Dead Space rappresentava uno spartiacque generazionale per i fan del Survival-Horror. In un contesto infarcito di Sparatutto in terza persona, EA Redwood Shores – a.k.a. Visceral Games – inverte la tendenza, rispolverando per la propria creatura ritmi compassati, munizioni col contagocce e un’ambientazione claustrofobica. L’impresa riesce, anzi è un successo, e l’equilibrio tra sezioni Action e parti da brividi convince su tutta la linea.

Lo Space-Horror creato dalla mente di Glen Schofield e Michael Condrey diventa in breve tempo una pietra miliare del genere, grazie a un perfetto bilanciamento dei fattori che lo compongono. Un gunplay vario al punto giusto da divertire, ma un personaggio abbastanza statico da mettere angoscia ad ogni angolo.

Tutto questo a corredo di una narrazione presa di peso da un mix d’influenze cinematografiche – ‘Punto di Non Ritorno’, e la saga di ‘Alien’ su tutte – che restituissero un prodotto non solo originale – basti pensare all’ elegante utilizzo del RIG come Interfaccia Utente – ma anche in grado di settare uno standard qualitativo per i titoli a venire.

Mettere le mani su di un’opera come Dead Space non dev’essere stata un’impresa facile per il team di EA Motive, costretto all’ambizioso quanto ingrato compito di modernizzare il prodotto per un’audience profondamente diversa da quella che l’ha recepito e molto bene 15 anni fa, pur mantendendo intatto il cuore pulsante del titolo originale. Ci sarà riuscito? Scopritelo nella nostra recensione!

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Un intervento di routine

Come nell’originale, impersoniamo l’ingegnere dei sistemi-navetta Isaac Clarke, al soldo della CEC, LA multinazionale nel campo dell’estrazione mineraria interplanetaria. il viaggio che egli compie con una crew improvvisata verso la USG Ishimura nasce come un banale invervento di soccorso;

ma più ci si approssima alla destinazione e meno le cose tornano, fino al problematico attracco al ponte dell’imponente nave di categoria Planet Cracker. Qui, Isaac e il resto dei membri della USG Kellion si accorgono che le ‘inusuali stranezze’ che ne hanno destato l’iniziale preoccupazione rischiano di diventare grossi problemi e di tramutare quel sentimento in vero e proprio terrore.

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Prende le mosse, quindi, una storia di sopravvivenza all’interno di un ambiente industriale, marcescente e claustrofobico, braccati da misteriosi mostri, i Necromorfi, che subiscono ingenti danni solo se smembrati.

Quel che è peggio, però, è che Isaac non lotta solo per sé stesso: la sua compagna, Nicole Brennan, presta servizio da 6 mesi sulla Ishimura in qualità di medico e l’ha fatto su sua insistenza. Riuscirà il protagonista a sopravvivere all’orrore dell’Ishimura? Salverà Nicole dall’orrore a cui lui stesso l’ha indirettamente sottoposta? Cos’ha causato l’incidente che ha portato sulla nave un’orda di mostri inferociti?

Domande queste che troveranno tutte risposta, ed è una vecchia di 15 anni. Il remake, infatti, lascia inalterati quasi tutti i macro-eventi che compongono la trama del buon vecchio Dead Space.

Ciò su cui si è concentrata Motive è piuttosto la loro messa in scena. Gran parte dei dialoghi sono stati riscritti da zero, con una cura particolare per il taglio registico, ora più aderente alla cinematografia Sci-fi che a quello più squisitamente orrorifico della produzione originale.

Nessun timore, però. O meglio, tanti. Perché Dead Space continua a fare dannatamente paura. La progressione è infarcita sia di vecchi che di nuovi jumpscare e la rinnovata cura per i dialoghi e caratterizzazione di protagonista – ora parlante, come nei seguiti e con le fattezze del suo Voice Actor, Gunner Wright – e comprimari rende la narrativa ancor più di spessore.

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Certo, qualche colpo di scena è un po’ più leggibile che in passato. Complice l’approfondimento narrativo sulle vicende a schermo che avviene non solo in maniera statica, con gli eventi della storyline principale, ma anche attraverso inedite missioni secondarie che vanno a sviscerare alcune delle ‘storie nella storia’ di Dead Space.

A tal proposito, proprio una task secondaria durante il corso del solo New Game +, ci permette di accedere ad un finale alternativo, che può dare adito ad una serie infinita di speculazioni sulla reale natura di questo Remake. C’è un soft-reboot di Dead Space all’orizzonte? Solo il tempo potrà dircelo.

Rendici Uno… Spasso

La menzione delle missioni secondarie è importante per illustrare i cambiamenti più consistenti a seguito del trattamento EA Motive: quelli di tipo strutturale. Se il titolo originale era suddiviso in compartimenti stagni, con ogni fase esplorativa strettamente limitata al capitolo di appartenenza, il Remake di Dead Space stravolge la formula, rendendo l’Ishimura completamente esplorabile e contemplando il backtracking in momenti diversi della campagna, senza tagli né caricamenti di sorta.

All’uopo, sono dedicate interconnessioni tra le varie sezioni della nave, pur rimanendo le stazioni per il ‘viaggio rapido’ rappresentato dal tram. Così com’è pure possibile scegliere l’ordine delle istruzioni da completare nelle missioni che ne richiedano diverse. Non si tratta che di piccole aggiunte volte a mitigare le ristrettezze di un titolo che è e resta profondamente legato al Dead Space originale del 2008, nella sua linearità di fondo.

Come per quella in capo alla narrativa, ci teniamo a puntualizzarlo, non si tratta di una scelta fine a sé stessa, quanto di uno specifico lavoro in favore della modernità della fruizione, che ci sentiamo di promuovere e appoggiare a pieni voti.

Tra le novità azzeccate, infatti, non possiamo esimerci dal citare quella rappresentata dall’Intensity Director, un sistema a cui è delegato il controllo del “livello di stress” del giocatore, che arricchisce le nostre ‘piacevoli’ scorribande per l’Ishimura con più di 1200 eventi diversi.

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In base all’andamento della run, sostanzialmente, l’ID controlla volume e tipologia dello spawn dei nemici, oltre ad altri micro-eventi sonori o luminosi, tutti volti a mantere costante la tensione del giocatore, così come succedeva nel titolo originale, anche in fasi non scriptate, come durante il backtracking.

Lo stresso trattamento è riservato alle fasi a gravità zero, ora realmente tali, con la conseguenza di poter svolazzare liberamente in queste sezioni, senza affidarsi ad improbabili salti da una parete all’altra, in maniera non dissimile da quanto succedeva nel secondo capitolo della serie originale.

Sotto quest’ottica è ripensato anche il gunplay, con le bocche da fuoco che hanno subito un notevole ribilanciamento rispetto al passato. Ora con la mera risistemazione parametrica dei danni, ora con cambiamenti netti e radicali rispetto al fuoco primario/secondario di determinate armi.

In generale, pare abbiano lavorato molto sulla specificità dell’utilizzo, rendendo ogni arma mai così interessante e utile in particolari situazioni e frangenti di gioco rispetto alle altre, incitando il giocatore a variare molto nel loro utilizzo – munizioni permettendo – per sopravvivere.

Dead Space al 100%

Il titolo di EA Motive non è solo una riproposizione meccanicamente ineccepibile, ma anche un gioco perfettamente innestato nei canoni estetico-tecnici della current gen.

Su PS5, dov’è avvenuta la nostra prova, è possibile giocare il titolo nelle canoniche versioni Prestazione, con risoluzione dinamica e 60 fps/Qualità, con un’enfasi sulla risoluzione a discapito della fluidità a 30 fps e con pieno supporto a feedback aptico e grilletti adattivi del DualSense che rendono l’esperienza immersiva come mai.

Il Frostbyte Engine è celebre per mostrare i muscoli quando impegnato in produzioni lineari o semitali, e quanto visto su Dead Space non fa eccezione. Ottime le luci e le ombre, anche se le seconde tendondo ogni tanto ad avere qualche problema coi contorni, causando qualche piccolo glitch grafico; eccezionali invece gli effetti particellari delle scintille, del fuoco e soprattutto del vapore volumetrico;

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ma dove il titolo è letteralmente perfetto è nel comparto audio. Il fiore all’occhiello della produzione originale viene traslato ai nostri giorni con il brillante utilizzo dell’Audio 3D, garantendo un’immersione inedita nell’incubo ambientato all’interno del budello meccanico della USG Ishimura, lì dove ogni sibilo o rumore di ferraglia può nascondere indicibili orrori. Fatevi un favore e giocatelo in cuffia, ne varrà la pena.

…In Conclusione

Il Dead Space di EA Motive è una vera e propria lettera d’amore all’originale . C’è il nuovo, c’è il vecchio e tutto ciò che serve in mezzo. Audio 3D, spazio ai comprimari, missioni secondarie, nuove stanze e rielaborazioni. Eppure, sotto tutto questo, ci sono sempre locali angusti, mostruosità e una perfetta alchimia tra orrore e azione. Siamo di fronte a uno dei migliori remake mai prodotti:

molto distante, concettualmente, da quello che fa – da anni e molto bene – Bluepoint, ma forse anche di maggiori prospettive. Non solo un’opera di limatura, ma una vera e propria Extrended Edition, per usare una terminologia cinematografica. Non si tratta solo della versione migliore in cui giocare Dead Space, ma anche di quella più completa, ricca, approfondita… e lo è con la delicatezza e la premura di chi agisce per ampliare il materiale originale, mai per sovrascriverlo.

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Dead Space

Narrativa - 9.4
Gameplay - 9.5
Game Design - 9.5
Grafica - 9
Audio - 10

9.5

il remake dell'omonimo titolo del 2008 ad opera di EA Motive è un Survival-Horror in terza persona, ambientato nello spazio profondo

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Angelo Basilicata

Angelo Basilicata

Gamer dall'età di 12 anni, cultore (o meglio "cultista") di Hidetaka Miyazaki dal 2009. vive la passione per i Vg da completista ed è un ragazzo semplice: mangia, gioca, ama

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