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Giornalismo online con immagine di Boris

Perché un giornalismo online di qualità è (im)possibile: colpa dei siti o dei lettori?

Come un fulmine a ciel sereno, qualche giorno fa ha scosso il web la notizia della chiusura di Eurogamer Italia. Non c’erano stati preannunci, né possibili segnali di una chiusura delle pubblicazioni.

Il laconico annuncio pubblicato sul sito (link) ha anche dato vita a una generale riflessione sullo stato del giornalismo online in Italia. In particolare quello che riguarda realtà nate sul web e che trattano di argomenti legati al mondo dei media (dai social ai videogiochi, dagli anime e manga al mondo dei content creator/influencer).

“Perché a noi la qualità ci ha rotto il c…”


Titoli su cosplayer cinghialone, il grosso pene di Luigi, voti troppo alti a titoli problematici come Cyberpunk 2077 o Pokémon Scudo&Spada: il giornalismo online è criticato per queste ed altre cose. Insomma:

i siti sono caduti in termini di qualità, scrivono solo titoli clickbait e gli articoli fanno schifo. Non ci sono più approfondimenti fatti come si deve.

Giornalismo online con immagine di Boris

Il lettore medio ha perfettamente ragione, non c’è molto da discutere. E fin qui, tutto ok: la colpa sembrerebbe essere solo dei siti . Se non fosse che… gli articoli di qualità non vengono (molto) letti. E qui entrano proprio in gioco gli utenti: se un approfondimento sulla storia del Commodore64 ha 1/20 delle visualizzazioni di un articolo sulla streamer che ha avuto un coito in diretta su Twitch, anche i lettori dovrebbero riflettere su loro stessi.

E quindi: la colpa di questa situazione del giornalismo online è dei siti o dei lettori? Come vedremo, la risposta sta nel mezzo e dovrebbe farci riflettere tutti, come utenti fruitori di contenuti e come utenti che scrivono notizie online. Iniziamo con un argomento scottante e che ci porta a parlare di un modello virtuoso di giornalismo online (da qui il “possibile” nel titolo di questo articolo).

Il modello virtuoso di giornalismo online de “Il Post”

Nel mese di settembre Multiplayer.it ha lanciato un abbonamento (Multiplayer+) che permette ai lettori di usufruire degli articoli senza più pubblicità e relativi banner. Se questa notizia ha ricevuto diversi apprezzamenti, d’altra parte però è arrivata una pioggia di critiche e derisioni.

Il modello proposto da Multiplayer.it non è nulla di nuovo nel mondo del giornalismo online e non dovrebbe sorprendere i lettori. Infatti, c’è una testata in particolare che è diventata nota soprattutto per il suo abbonamento. Stiamo parlando de Il Post, un modello virtuoso di giornalismo online.

Nata nel 2010 per l’iniziativa di Luca Sofri (oggi direttore), si tratta di una delle testate online di maggior qualità che abbiamo in Italia, apprezzata anche all’estero. Il Post è un modello positivo per due ragioni: una l’abbiamo accennata ed è la qualità dei suoi articoli. I suoi approfondimenti sono tra i più apprezzati sul web e sono anche uno dei motivi del suo successo.

computer aziendale titolo 1

Il Post è riuscito a fare breccia anche tra i giovani, tanto che in una piccola (ma grande) nicchia com’è r/Italy è tra le testate più condivise nei post. Come detto dallo stesso Sofri in un’intervista rilasciata alla PressGazette, il suo giornale non ha scelto di raccontare per prima i fatti o di arrivare per forza a un pubblico adolescente o ventenne. Piuttosto, i giovani sono stati raggiunti con i fatti spiegati bene:

Non era il nostro obiettivo quello di attirare giovani. Il nostro obiettivo era di spiegare meglio le cose. Ma quello che è successo è che se spieghi meglio le cose, e metti i fatti nel contesto, e racconti storie su ciò che è successo secoli fa e così via – i giovani lettori sono tra i più interessati . Trovano lì ciò che non troverebbero da nessun’altra parte”

Il secondo motivo per cui Il Post è modello positivo di giornalismo online è proprio il suo sistema ad abbonamento. A differenza di altre testate mainstream che mettono un paywall, Il Post dal 2019 ha attivato un servizio che, dietro un pagamento mensile o annuale, permette di usufruire del sito senza pubblicità, di accedere a podcast esclusivi e altro ancora. Questo abbonamento ha riscosso un notevole successo, fino ad arrivare a ben 50 mila utenti al febbraio 2022. E oggi, più della metà delle entrate della testata arrivano da questo servizio.

Luca Sofri e logo de Il Post

Il problema della qualità e della credibilità nel giornalismo online

Gli utenti spesso si lamentano del quantitativo di banner pubblicitari presenti in molte testate online; ed effettivamente in molti casi hanno ragione, certi articoli sono al limite del leggibile. Allo stesso tempo, però, salvo il caso de Il Post, i lettori non sono disposti a pagare per leggere le notizie online.

A dircelo non sono soltanto i commenti che si possono leggere sui social. Ci sono i dati del Digital News Report dell’Istituto di Studi di Giornalismo di Reuters (link): nel nostro Paese solo il 12% degli utenti paga per leggere notizie online. Ed eccoci di nuovo qua, in uno dei tanti circoli viziosi che rendono difficile avere un giornalismo online di qualità. Perché è inutile prenderci in giro: la passione alla Sergio Vannucci di Boris da sola non basta.

Sergio Vannucci in Boris

Questo circolo vizioso si complica ancora di più quando si cerca la risposta alla domanda: perché i lettori non vogliono pagare per leggere notizie online? Qui si aprirebbe una parentesi che durerebbe altri 100 articoli. Concentriamoci solo su un aspetto, uno dei più importanti. Una risposta a questa domanda è piuttosto immediata: i lettori pensano che la maggior parte delle testate online produca articoli di pessima fattura. Da qui le critiche e le pernacchie degli utenti su Facebook quando Multiplayer.it ha annunciato il suo abbonamento.

Oltre a questo discorso sulla qualità carente, c’è anche da dire che i lettori non credono a quanto viene detto dalle testate online: in Italia solo il 35% si fida di quanto scrivono i giornali nel loro complesso; e solo il 41% crede in quanto viene scritto dalle testate che legge abitualmente.

Al solito problema della credibilità della stampa italiana (vecchio di decenni), con internet e la stampa online di settore si sono aggiunti altri fattori: la continua rincorsa al rumor sul nuovo videogioco; gli articoli sugli spoiler e i leak dei capitoli dei manga; titoli clickbait su cosplayer poco vestite o streamer in bikini su Twitch, e così via. Tutto questo ha minato ancora di più la credibilità delle testate e in generale del giornalismo online agli occhi dei lettori.

… ma quindi è colpa dei siti o dei lettori? Cosa si può fare per migliorare

“Se vi lamentate che non crediamo più a voi siti, perché continuate a rincorrere i leak? Perché non smettete di scrivere di cosplayer e fate articoli e approfondimenti di qualità? E Perché sempre di Twitch e del gossip degli streamer?

“Perché sono gli articoli che leggete di più”.

I titoli sensazionalistici e gli articoli sul gossip e sul trash esistono da decenni, da ben prima del giornalismo online. In inglese viene chiamato yellow journalism, termine nato alla fine dell’Ottocento in seguito alla battaglia tra il New York World di Joseph Pulitzer e il New York Journal di Wiliam Randolph Hearst.

Il nome sarebbe stato coniato nel 1897 dall’editor del New York Press Ervin Wardman, mentre cercava un termine per descrivere lo scontro tra il World e il Journal fatto proprio di titoli sensazionalistici, bugie vendute come aria fritta e articoli frivoli e volgari. Visto che su entrambe le testate veniva pubblicato il noto Yellow Kid, al posto di “new journalism“, Wardman scelse il termine “Yellow Kid journalism (abbreviato poi in yellow journalism).

The Yellow Kid

Insomma, Hearts e Pulitzer avevano capito che i loro giornali vendevano di più con un clickbait ante litteram e con una striscia a fumetti frivola. Ma erano stati loro ad abituare male i lettori newyorkesi? O a loro volta hanno semplicemente indovinato i gusti dei lettori, che volevano leggere notizie di bassa lega piuttosto che articoli seri?

125 anni dopo siamo ancora a porci questa domanda, traslata nel mondo di internet e del giornalismo online. Se quindi la maggior parte dei lettori preferisce il yellow journalism e gli articoli di questo tipo sono quelli che portano il pane alla redazione, come si possono cambiare le cose e fare un giornalismo online di qualità se la colpa di questo meccanismo è di entrambe le parti? Impegnandosi… entrambe le parti.

Boris

Sembra una risposta banale, ma è così. Non abbiamo parlato a caso de Il Post e del suo modello. Tutte le testate dovrebbero effettivamente incrementare la quantità di articoli e approfondimenti di qualità (aperti per tutti e senza paywall, ovviamente). In questo modo, i lettori si abituerebbero a non trovare solo articoli “beceri”, ma anche un giornalismo online di qualità. A loro volta, ci dovrebbe essere un impegno da parte degli utenti non tanto a non cliccare più sulle notizie di gossip e di OnlyFans (perché è chiedere l’impossibile); ma a cliccare anche su articoli e approfondimenti di qualità.

I nostri sono auspici un po’ fumosi, è vero. Di certo, un primo passo sarebbe la troncatura di qualsiasi sciocca discussione sul giornalismo online che si vede troppo spesso su internet. Con i lettori che buttano insulti e vuoti rimproveri contro gli articolisti e i siti e dall’altra le testate che si arroccano in posizioni di difesa, non accettando nessuna critica e insultando a loro volta gli utenti.

Scuola di Atene


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