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Anime & Manga Approfondimento

Laputa – Il Castello nel cielo | L’inizio di un viaggio chiamato Ghibli

Quando il passato viene dimenticato e la storia si perde fino a mutarsi in leggenda, inseguire la verità può diventare quasi un’ossessione.

Ma come si può non credere a ciò che gli occhi vedono?

Le parole di un uomo divenuto padre, una fotografia scattata di fretta, pietre che non sembrano appartenere alla miniera dove si nascondo, la gravità che viene piegata e il legame del sangue tramandato insieme a una storia di famiglia.

Laputa è l’isola perduta nel cielo, per anni creduta leggenda. Ma nella storia che Miyazaki ci racconta vedremo il confine tra mito e realtà farsi sempre più sottile, grazie al sommarsi di diversi elementi.

Seguiremo la ricerca della verità insieme a Sheeta e Pazu, la quale fuga si trasformerà in un viaggio dal percorso incerto, verso una destinazione senza luogo.

Laputa- Castello nel cielo

Un vento chiamato Ghibli

Sebbene non sia solito nei nostri articoli, fare una brevissima premessa storica, in questo caso, è assolutamente necessario, visto che Laputa – Il Castello nel cielo è ufficialmente il primo film che viene prodotto dallo Studio Ghibli.

11 marzo 1984, Nausicaä della Valle del Vento esce nelle sale cinematografiche del Giappone. L’ottima risposta del pubblico darà la spinta a Miyazaki, per aprire un mese dopo, a Suginami Ward, un piccolo studio che si chiamerà Nibakari.

Ci vorrà ancora un anno, ma finalmente nel 1985 Hayao Miyazaki e Isao Takahata, con il sostegno della Tokuma Shoten, fondano lo Studio Ghibli.

Il neonato studio passerà il suo primo anno di attività a lavorare proprio su Laputa – Il Castello nel cielo. Sebbene infatti il concept fosse più vecchio (ne parleremo dopo) il film venne prodotto tra giugno 1985 e luglio 1986.

Così il 2 agosto 1986 esce nei cinema il primo film realizzato dallo Studio Ghibli, soddisfacendo le aspettative del pubblico e superando quelle dello stesso Miyazaki.

Laputa – Il Castello nel cielo è considerato in Giappone il miglior film d’animazione di quell’anno e fa guadagnare, al neonato studio, il rispetto degli altri.

Miyazaki ha tessuto finalmente le vele per il vento che Nausicaä aveva cavalcato; è giunto il momento di domare quel vento.

Seppur primo film ufficiale, sappiamo bene che Laputa è certamente figlio di uno studio nuovo, ma anche sintesi dell’esperienza lavorativa di Miyazaki, giunto ora a questo nuovo capitolo. I grandi aerei che fin da subito solcano il cielo assomigliano a quelli che guida Kushana, così come ritroviamo diversi animali che potrebbero appartenere alla stessa razza di Teto. Allo stesso modo il vestito e i capelli di Sheeta, richiamano quelli di Lana in Conan, ragazzo del futuro.

Laputa- Castello nel cielo

Il film allo stesso modo anticipa alcuni elementi che ritroveremo poi, come i Pirati del Cielo che ritorneranno in Porco Rosso.

L’antimilitarismo, l’avversione verso il desiderio di ogni tipo di supremazia, il rispetto e la convivenza tra uomo e natura invece sappiamo essere costanti di tutta la produzione di Miyazaki.

La ragazza venuta dal cielo

La nostra storia inizia nel cielo su di un’enorme aereonave, dove una giovane ragazza viaggia scortata da uomini armati con gli occhiali scuri. Nel mentre un gruppo di Pirati del Cielo, tenta l’assalto, anch’essi stanno cercando la ragazza e la pietra che porta al collo.

Sulla terra invece, o meglio sotto terra, un giovane ragazzo fa la sua parte, andando a prendere il cibo per i suoi colleghi in miniera.

Nel fare ritorno però vede la giovane ragazza scendere dal cielo. Per raggiungerla dovrà prima salire su di una collina, per poi dover riscenderne i limiti e arrivare al centro del cratere artificiale scavato dai minatori.

È l’anticipo di quello che sarà un continuo salire e scendere in questa storia.

Così Sheeta e Pazu fanno il loro primo incontro, a metà strada tra le profondità delle miniere e le nuvole del cielo.

Iniziamo a comprendere che la pietra, o meglio l’aeropietra che Sheeta porta al collo, ha una certa importanza, i Pirati del Cielo la cercano e lo stesso fanno gli uomini con gli occhiali scuri.

Inoltre, proprio come Pazu, l’abbiamo vista risplendere più forte e avvolgere Sheeta in una sorta di aura protettiva, quando questa stava per morire.
Pazu ne resta incuriosito e non appena possibile chiederà a Sheeta di vederla meglio, ne ha intuito parte del potere.

“La si tramanda nella mia famiglia sin dall’antichità.”

Ecco il cimelio di famiglia.

Pazu tenta di utilizzarla, fallendo, dandoci così un ulteriore elemento sul quale interrogarci.
Capiamo che il potere di questa pietra è probabilmente legato alla sua proprietaria.

Anche Pazu ha un’eredità da condividere con Sheeta.

Laputa- Castello nel cielo

“Quella è una fotografia che mio padre scattò da un’aeronave. Laputa è il nome di un’isola che fluttua nel cielo [..] e anche se si dice sia una leggenda, mio padre l’ha vista.”

Pazu ancora non lo sa, ma il loro passato ha un nome in comune, e quel nome è Laputa.

L’isola nel cielo

“[..] Anche Swift scrisse di Laputa nei viaggi di Gulliver, ma quelle sono soltanto fantasticherie mentre questi queste sono schizzi concettuali disegnati da mio padre. Diceva che nei palazzi ormai disabitati vi siano sopiti moltissimi tesori, però non ci ha creduto nessuno. Mio padre morì trattato come un ciarlatano e invece mio padre non era un bugiardo.”

La Laputa di Swift e quella di Miyazaki si incontrano e si scontrano in quel loro continuo ricercare e reinventare attraverso l’uso della penna (o matita).

Miyazaki ne tratteggia idealmente le linee in questa storia, ridisegnandone i contorni e collocandola sempre lì, oltre l’umanamente raggiungibile, sia idealmente che fisicamente.

Là oltre le nuvole c’è sia la Laputa di Swift che quella di Miyazaki e nelle loro storie c’è la possibilità di raggiungerla.

Entrambe un’isola che vola sorretta da una base, il quale fulcro non è che un cristallo prezioso, in Swift è fatta di adamante mentre in Laputa di aeropietra.

L’isola in entrambi i casi può essere manovrata da i suoi abitanti. In Swift sappiamo che questi utilizzano dei magneti sfruttando il principio di levitazione, in Miyazaki invece le manovre sono possibili grazie a un altro cristallo e al sangue reale.

Le dimensioni temporali nelle quali si sviluppano le loro storie sono due, così da confondere ancora di più il confine tra l’una e l’altra.

La Laputa che ci viene mostrata nel film è una civiltà caduta in rovina, il quale corso sembra essersi concluso da tempo, un po’ come se fosse il seguito di quella di Swift, il quale invece ci mostra ne I viaggi di Gulliver, l’isola nel pieno della sua prosperità.

Un popolo devoto alla tecnologia portata oltre ogni inimmaginabile limite, nell’astronomia, come nella matematica e nella musica. Questo popolo è dotato di un intelletto superiore che ha permesso loro di raggiungere incredibili risultati. Un popolo che si perde dietro a questa costante ricerca, tanto da rimanerci quasi intrappolato, in quanto praticamente nessuno dei risultati raggiunti, può trovare un’applicazione pratica e quindi utile.

Laputa- Castello nel cielo

Quando Gulliver viene portato a Balnibarbi, regno sul quale domina la città di Laputa, lo scenario al quale assiste è quello di un mondo per il quale la scienza non è stata altro che rovina. Non è servito l’impiego militaristico della conoscenza che viene ricercato in Miyazaki, ma semplicemente il totale disinteresse verso l’applicazione pratica della stessa.

Non c’è cultura però che nel passato che non abbia costruito la propria prosperità sulle spalle di altri più deboli. Certo in Swift menti brillanti dominano e il loro ristretto regno che prospera, ma il resto? Il resto, gli abitanti di Balnibarbi, non sono che plebe, e seppure nell’isola di Miyazaki non ci è dato conoscere come questa società fosse strutturata, l’idea di potere e supremazia accarezza più volte gli antagonisti che la ricercano. Solo nel finale ci verrà confermata la possibilità dell’utilizzo dell’isola come enorme macchina da guerra.

Nel film infatti sopravvivono nei rispettivi eredi i sentimenti contrastanti delle due famiglie reali, una quella della principessa Sheeta, l’altra di Muska, che brama il potere sopito di Laputa per perseguire i suoi obiettivi di conquista. Muska desidera questo potere per poterlo declinare in quella che ci appare come la peggiore delle sue applicazioni possibili, la guerra.

Atlantide, l’altra isola perduta

Parlando di civiltà perduta, con una tecnologia estremamente avanzata, e che magari sia collocata su di un’isola dalla posizione sconosciuta, è impossibile non pensare ad Atlantide.

Per trovare la sua prima menzione in letteratura dobbiamo però tornare ben più indietro di Swift. Siamo nell’antica Grecia, nel IV secolo A.C. quando Platone menziona per la prima volta Atlantide nei dialoghi di Timeo e Crizia.

Oltre le colonne d’Ercole c’era Atlantide, quando ancora non era un’isola, ma una potenza navale, che aveva conquistato millenni prima, buona parte dell’Africa e dell’Europa Occidentale.

Nelle immagini iniziali del film, vediamo che l’isola di Laputa non vola da sola, ma seguita da altre isole più piccole alle quali si accompagna. La similitudine con una flotta navale, non è da escludersi totalmente e potrebbe rimarcare il suo possibile assetto bellico.

Laputa- Castello nel cielo

Sconfitta da Atene, Atlantide sprofondò per opera di Poseidone.

Se Swift si servì di Laputa per muovere diverse critiche verso la Royal Sociaety, Platone si servì di Atlantide per dare forma alle sue idee politiche.

Nonostante ciò che Platone volesse fare con Atlantide fosse abbastanza chiaro, alcuni non esclusero l’idea che questo avesse preso ispirazione da una civiltà realmente esistita, anche se i più non la consideravano un opzione plausibile.

Il concetto di Atlantide comunque sprofondò nuovamente per anni, per poi riemergere in Età Moderna e Contemporanea, come un’utopia.

“La ricerca di Atlantide colpisce le corde più profonde del cuore per il senso della malinconica perdita di una cosa meravigliosa, una perfezione felice che un tempo apparteneva al genere umano. E così risveglia quella speranza che quasi tutti noi portiamo dentro: la speranza tante volte accarezzata e tante volte delusa che certamente chissà dove, chissà quando, possa esistere una terra di pace e di abbondanza, di bellezza e di giustizia, dove noi, da quelle povere creature che siamo, potremmo essere felici… ” – Lyon Sprague de Camp.

Il mistero della pietra azzurra

“[…] Però che in questa pietra vi fosse un potere misterioso io non lo sapevo proprio per niente. È stata tramandata nella mia famiglia sin da un lontano passato. Mia madre me la diede in punto di morte e disse che non avrei per alcun motivo cederla né mostrarla a nessuno.”

Laputa- Castello nel cielo

Se nel parlare di Laputa possiamo facilmente ricollegarci ad Atlantide, al sentire di un’orfana, con una pietra di colore azzurro legata al collo come unico cimelio di famiglia, e se a questa aggiungiamo l’incontro con un giovane ragazzo alle prese con la costruzione di un velivolo, potrebbe venirci in mente un altro nome, ovvero quello di Nadia.

“Devi capire che la pietra azzurra è molto pericolosa e ha in se un terribile potere. Solo i membri della famiglia reale possono maneggiarla senza rischi.” – Nadia, Il mistero della pietra azzurra, episodio 35.

Siamo negli anni ‘70 e la casa di produzione Toho incarica un giovane Hayao Miyazaki di lavorare a diversi concept. Miyazaki prese ispirazione da Jules Verne e da i suoi Ventimila leghe sotto i mari e Due anni di vacanze, e concepì Il giro del mondo sotto i mari.

La serie non venne mai prodotta e i diritti rimasero alla Toho, anche se Miyazaki portò con se alcuni elementi che aveva elaborato per la sua storia. Li ritroveremo sia in Laputa – Il Castello nel cielo che in Conan, il ragazzo del futuro.

Quasi vent’anni dopo la Toho decide di rispolverare il vecchio concept proposto da Miyazaki affidandolo allo studio Gaianax, che all’epoca collaborava con Group Tac, per produrre una serie destinata al canale NHK.

Laputa- Castello nel cielo

Il primi bozzetti passarono per altre mani prima che la regia venisse affidata totalmente, a partire dal terzo episodio, a un giovane Hideaki Anno, il quale si trovava alla conclusione del suo primo lavoro da regista, Punta al Top! GunBuster.

Chiamami Capitano

Se Nadia potrebbe essere l’alter ego di Sheeta, c’è un altra donna alla quale questa assomiglia.

Trecce lunghe, spirito combattivo e passione, si tratta di Dola, capitano della sua squadra di Pirati del Cielo. Una donna determinata ed esperta, devota alla sua battaglia, ma con un suo codice etico estremamente forte.

“Bhè, è naturale! I pirati mirano ai tesori e di sbagliato che c’è?”

Il gruppo di pirati capitanati da Dola, sembra quasi di bambini, che si affidano ciecamente alla loro mamma, o meglio mammina, come la chiamano loro. La comicità è estremamente simile a quella che ritroveremo nella banda Mamma Aiuto di Porco Rosso, dove allo stesso modo, vedremo i presunti nemici sembrare tutto meno che pericolosi. In Laputa li vedremo addolcirsi davanti allo spirito combattivo di Sheeta, mentre in Porco Rosso sarà la brillante Fio a catturare i loro cuori.

“Non sono femmina da 50 anni per le belle apparenze. […] Tale quale a me come ero in gioventù.”
“Ma diventerà come te mammina?”

Laputa- Castello nel cielo

“Ci credereste? Quella bimba diventerà come mammina.”

La vediamo ritratta da giovane. I suoi 50 anni ne hanno mutato l’aspetto, ma non lo sguardo e la fierezza, che pare quasi quella di Nausicaä.

Dola invita Sheeta ad abbandonare il proprio vestito e le consegna i suoi.

La somiglianza tra le due si fa sempre più evidente, ma non solo nell’aspetto. Poco dopo le vedremo ragionare sulle rotte e Dola la ascolterà ragionare su venti e traiettorie, apprezzandone sinceramente le intuizioni.

Dola ammonisce Pazu più volte quando questo le si rivolge con l’appellativo di Signora.

“Andiamo signora.”
“Chiamami capitano!”

Eppure nonostante abbia riconosciuto in Sheeta il suo stesso ardore, nel momento in cui questa decide di agire, cade anche lei in un appellativo sbagliato.

“Sheeta sei lassù vero? Tu vedi di tornare qua!”
“Perché?”
“Ma come perché, tu sei una femminuccia!”
“Ehilà, ma signora anche lei è una femmina…”

Laputa- Castello nel cielo

Ride Dola, prima di tornare a ragionare con lei. L’essere signora o femminuccia non è un male e loro due, forse sono più simili di quanto Dola ancor non avesse notato. Sheeta sa perfettamente quello che Dola sta per indicarle, quasi la anticipa nelle direttive. Se Dola non si sente una Signora, ma un Capitano, Sheeta decisamente non è una ragazzina, ma una combattente.

Polvere alla polvere

La ricerca di Laputa non si muove orizzontalmente, come accade nella maggior parte delle storie di esplorazione, ma verticalmente.

È un continuo scendere e salire. La stessa città nella quale lavora Pazu si sviluppa anche verticalmente, nelle crepe di una valle, dove le case si aggrappano alle pareti rocciose, come se fossero quasi sospese nel vuoto.

Sheeta e Pazu nella loro fuga iniziale viaggiano su precari binari che sembrano muoversi nell’aria, e nel fuggire si ritroveranno ad addentrarsi nelle profondità della terra.

Una volta giunti là sotto assisteranno ad un particolarissimo spettacolo. Nell’oscurità della terra vedremo diverse aeropietre rispondere al cristallo di Sheeta e iniziare a brillare più forte, regalandoci l’illusione di un cielo stellato.

Laputa- Castello nel cielo

Più tardi quando i due verranno trascinati dentro al Nido dei Draghi, vedremo i fulmini assumere l’aspetto di queste bestie come se volessero quasi proteggere il proprio nido. Nidi che in genere sembrano quasi appoggiati tra i rami di un albero, ma che in realtà si mantengono su di essi “solidamente”.

Forse il fatto che i due atterrino proprio sopra di un nido con tre uova al suo interno, potrebbe non essere un caso.

Ad accoglierli un nuovo robot, il quale ha come prima preoccupazione quella di verificare che le uova non fossero state distrutte. Subito dopo averne controllato lo stato li inviterà a seguirlo.

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Passeggiando con loro iniziamo a scoprire le rovine di Laputa, sulle quali la natura sembra essere fiorita in un’eterna primavera. Colonne ricoperte d’erba, acqua cristallina e animali che si muovono indisturbati.

Nello specchio d’acqua dove animali sconosciuti si immergono, possiamo scorgere altre rovine di una città ora sommersa (Atlantide sei tu?), che però paradossalmente si trova nel cielo.

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“Eppure dovremmo essere dentro un edificio.”
“[…] Era una città magnifica. Ma se avevano anche una scienza tanto avanzata, perché mai?”

I due varcano l’ingresso di quello che sembra essere l’edificio principale della città, dove ora non regna che un grande giardino nel quale centro è cresciuto un enorme albero.

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Avvicinandosi a questo i due troveranno una stele e ne riconosceranno la funzione funebre. Là dove sorge quella che dovrebbe essere una tomba, la natura è cresciuta indisturbata, gli animali e le piante hanno continuato a vivere e prosperare.

Nel guardare con più attenzione vedremo che alla base di questo grande albero, ci sono i corpi inermi di altri robot, che con il passare del tempo si sono fusi con il terreno, come se fossero umani. Come polvere alla polvere.

Lo stesso scenario lo ritroveremo nelle rovine sotterranee dell’isola.

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Non è chiaro il materiale di cui siano composti, lo stesso Muska nel mostrarci il primo, ci confida di non essere riuscito a capire se si trattasse di metallo o argilla. La stessa argilla dalla quale fu creato l’uomo secondo innumerevoli credenze.

Eppure, la sua natura umanoide ci viene mostrata fin dall’inizio, quando appare smembrato e i suoi collegamenti interni assomigliano più a viscere umane che a componenti metallici.

Questa sua natura umana si ripresenta quando il robot che li ha guidati su Laputa, silenziosamente torna per portare a Sheeta dei fiori, da poggiare in offerta a quelli che probabilmente sono i suoi antenati.

“Ma tu sei solo soletto?”

In risposta alla domanda di Pazu vediamo comparire diversi animali simili a Teto, giocare serenamente su di lui.

Cenere alla cenere

La natura del robot è però duplice.

I robot sull’isola, con la loro tecnologia, sono sopiti perché la loro funzione non è richiesta, ne sopravvive solo uno, il quale probabilmente era adibito alla cura della città.

Non è lui però il primo robot attivo che incontriamo. Il primo lo abbiamo visto risvegliarsi grazie a una formula di Sheeta, e risponde alla sua richiesta di aiuto. Sul petto infatti una volta risvegliato, risplenderà lo stemma reale e nel tentativo di proteggerla, mostrerà la sua natura militare. Vedremo il robot come un milite dal terribile potere distruttivo, combattere senza curarsi della vita dei propri nemici e dei civili sul quale aprirà indistintamente il fuoco.

“In quella pietra vi è un forte potere […] sappi che le pietre in cui vi è potere così come possono rendere felici le persone, possono pure richiamare la disgrazia. […] Per di più quella pietra è una cosa creata da mani umane, il che mi da pensare.”

Se il progresso tecnologico può apparirci come un bene per l’umanità, la sua possibile applicazione militare è una delle questioni che più spaventa gli addetti ai lavori. La storia è piena di invenzioni nate con l’intento di aiutare il genere umano, ma che impiegate militarmente hanno dato agli uomini incredibili armi di distruzione.

Il robot che si occupa di curare il giardino sembra così diverso da quello che ha combattuto per proteggere Sheeta. Qual è dunque la vera natura di questi esseri? Sono forse armi che gli abitanti di Laputa hanno plasmato per combattere e che in loro assenza non hanno nessuno scopo?

La conferma ci arriva quando Muska prendendo il controllo di Laputa risveglierà i suoi simili e li utilizzerà come armi scagliandole contro l’aeronave dell’esercito. I robot sono macchine da guerra se guidati dall’uomo.

“Tu penserai che Laputa sia come una specie di isola del tesoro, vero? Laputa un tempo stante nei cieli, grazie a spaventose conoscenze scientifiche, dominava sull’intera superficie della terra in un impero di terrore.”

Il possibile impiego militare della potenza di Laputa ci è mostrato infine dall’assetto che la base nera assume dopo l’ordine di Muska, dalla quale vedremo fuoroiuscire, insieme ai robot, dei cannoni che mirano alla terra.

“Laputa non si estingue. Risorgerà innumerevoli volte, perché proprio il potere di Laputa è il sogno dell’umanità.”

La restaurazione della monarchia si accompagna ideale che la forza maggiore di Laputa sia proprio nel suo impiego militare, grazie alla sua folgore, un’arma dal potere disumano.
Chi possiede le armi più avanzate può dominare serenamente sugli altri, è un concetto che l’uomo conosce bene. L’umanità non potrà mai liberarsi completamente di quel desiderio di supremazia, ed è per questo eternamente condannata a combattere contro se stessa.

“Nell’antico testamento è il celeste fuoco che devastò Sodoma e Gomorra, mentre nel  Rāmāyaṇa lo si tramanda come la freccia Indra. Il mondo intero verrà nuovamente a prostrarsi ai piedi di Laputa.”

La vera natura di Laputa

“Adesso perché Laputa si sia estinta io capisco bene. Si trova nella canzone della valle di Gondoa. Mettendo radici nel suolo viviamo insieme col vento, si passi l’inverno insieme coi semi, cantiamo la primavera insieme con gli uccelli. Per quanto terrificanti siano le armi di cui si dispone, per quanto siano numerosi i poveri robot che si manovrano, vivere distaccati dal suolo non è possibile.”

In questi 700 anni, durante i quali Laputa è rimasta senza umani, la natura è fiorita indisturbata. Muska è la rappresentazione di quella umanità che non ha alcun rispetto verso di questa.

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“Centro nevralgico di Laputa. Castello e altro di sopra non sono che immondizia. La scienza di Laputa è tutta quanta cristallizzata qui.”

Le radici che sono arrivate a ricoprire le pareti di quella sala così particolar e il grano è cresciuto rigoglioso. Lì dove dovrebbe esserci la postazione di comando del sovrano, i moscerini volano indisturbati, intanto le radici del grande albero hanno avvolto anche il grande cristallo, come se l’energia da esso prodotta potesse essere utilizzata per generare la vita.

Lo stesso Pazu per riuscire a rientrare in quella particolare fortezza, deve togliersi le scarpe, invenzione dell’uomo, e muoversi quasi come un animale per arrampicarsi sulle pareti.

“A me sono stati insegnati anche molti altri incantesimi, per cercare le cose, per curare le malattie, e c’è persino una parola da non usarsi assolutamente,[…] L’incantesimo di estinzione. Per dare potere agli incantesimi buoni, pare si dovesse conoscere anche la parola cattiva, però senza usarla per nessun motivo.”

Sheeta è la custode di questo potere, ma è conscia che la sua sola esistenza rappresenta un enorme rischio per l’intera umanità. L’uomo sembra destinato a inseguire eternamente la ricerca di questo potere e l’unico modo per salvarlo da questo è la sua distruzione. Il bene che ne potrebbe derivare è infinito, ma il male lo è altrettanto.

Decide così di distruggerlo.

In realtà quello che Laputa ha il potere di distruggere è diverso da quello che la natura può salvare. A essere distrutto sarà il suo contrappeso militaristico, la base nera.

Quella parte armata e che fungeva come una sorta di peso e ancorava l’intera Laputa alla sfera terrestre,  all’umanità.

L’anima di Laputa, il suo cristallo, è ora avvolto dalle immense radici del gigantesco albero.

È la natura stessa a tenere insieme Laputa. Le radici dell’albero una volta liberate si mostrano nella loro infinita grandezza, come se per anni fossero state rinchiuse per via di quella costruzione così umana. Il cristallo con tutto il suo potere rimane avvolto e gli stessi Pazu e Sheeta si salvano grazie alle sue radici.

Dopo che Sheeta ha pronunciato l’incantesimo di estinzione il castello, costruzione dell’uomo, si è sgretolato sotto ai loro occhi. Laputa si è liberata della sua parte umana, quasi come un’anima che si libera dalla carne. Di umano non resta niente, solo la natura sopravvive grazie al grande albero che l’avvolge.

Allontanandoci insieme a Sheeta e Pazu possiamo vederla finalmente ascendere con tutta la sua purezza, al cielo.

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L'autore

Chiara Porru

Eterna nostalgica degli anni ‘90, cresciuta immaginando un futuro lontano forse 1000 anni e che probabilmente non vedrò mai se non grazie ad anime, film e videogiochi. Qui su DrCommodore scrivo di anime e manga, dando finalmente voce a quella parte di me cresciuta leggendo Kappa Magazine e guardando anime su MTV.

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