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Hong Kong non è (più) un paese per giovani

Hong Kong
Giovani universitari contro l'esercito, armati di archi e frecce.

Nel 2017 il regista italiano Giovanni Veronesi ha portato al cinema Non è un paese per giovani, un film che presentava al pubblico il futuro dei giovani del Bel Paese: una vita senza alcuna prospettiva certa. Questo però andrebbe detto anche per molti altri ragazzi nel mondo che vivono in realtà ancora peggiori, due anni dopo dalla comparsa di quel titolo sui botteghini. Soprattutto in questo periodo, a Hong Kong.

Negli ultimi mesi le proteste si sono alimentate ulteriormente, coinvolgendo sempre più studenti universitari nelle strade della città ormai infiammate da un conflitto sempre più aspro tra polizia e cittadini. Come un fiume in piena, confuso e senza leader, vogliono tutti sfociare nel mare della democrazia, quella vera, ma vengono bloccati da una diga autoritaria alla ricerca di energia per la propria prosperità: la Cina.

Ma è questa l’unica richiesta che ha dato origine al dissenso? No, anzi è una delle cinque domande fondamentali da parte dei milioni di protestanti. Per comprendere tutto questo, però, è necessario un ripasso di storia.

Il rapporto tra Hong Kong e Cina (in breve)

Hong Kong è una regione amministrativa speciale della Cina dal 1997, quando il Regno Unito raggiunse un accordo per un handover alla sfera d’influenza pechinese. Il principio costituzionale “un paese, due sistemi”, però, finirà nel 2047, anno in cui Hong Kong rientrerà sotto la sovranità cinese. Questa data è già un mezzo incubo per i cittadini, specialmente i più giovani, che non sanno cosa accadrà in seguito. Né a loro, né alle loro famiglie, né al Paese.

Tra tutte le incertezze del caso, negli ultimi anni sono sorte molte manifestazioni e proteste che potrebbero essere definite l’alba della Primavera hongkongese”. Una tra queste, forse la più nota, è avvenuta tra il 28 settembre e il 15 dicembre 2014, quando il movimento politico Occupy Central decise di occupare le strade cittadine per richiedere il “vero suffragio universale” e la bocciatura della riforma elettorale proposta dal Comitato permanente del Congresso Nazionale del popolo di Pechino. La Rivoluzione degli ombrelli finì con il rifiuto della riforma da parte del governo nel giugno 2015 e con l’azione coordinata dei corpi di polizia che, anche tramite violenza fisica e psicologica (come riportato dal South China Morning Post), hanno spento le proteste.

Il clima non si è mai rasserenato del tutto e i giovani hanno continuato a definire, seppur in sordina, Hong Kong come uno “Stato-marionetta della Cina”. Una tesi sostenuta dal fatto che Pechino ha spinto per rendere Hong Kong un satellite commerciale di alto livello, dove pian piano sono nate o arrivate da Occidente aziende di spessore. Ad oggi, due terzi delle risorse finanziare cinesi passano per questa regione e 1500 compagnie straniere tra cui Rolex e Deutsche Bank hanno sedi nel territorio.

Hong Kong Umbrellas

Tutte le proteste portano a violenza

Soffiando sulla brace, dunque, si è giunti a marzo 2019, data in cui le proteste hanno effettivamente avuto riinizio in modo pacifico. La richiesta di partenza questa volta era un’altra: far decadere completamente il disegno di legge sull’estradizione di latitanti verso paesi dove non vi sono accordi di estradizione, compresa la Cina. Secondo i cittadini, questo emendamento avrebbe violato il confine labile tra i sistemi legali-giuridici tra Cina continentale e Hong Kong, sottoponendo così i residenti di quest’ultima regione alla giurisdizione de facto dei tribunali controllati dal Partito Comunista Cinese. Ergo, avrebbe aumentato l’influenza di Pechino prematuramente e avrebbe esposto a rischi maggiori gli attivisti e i giornalisti, violando dunque i loro diritti.

Tra marce silenziose di avvocati, giornalisti, medici, insegnanti, anziani, madri di famiglia e studenti, le proteste sono proseguite senza violenza fino a giugno, quando la Chief Executive di Hong Kong Carrie Lam ha sospeso l’emendamento. Ciò non è bastato per soddisfare la richiesta dei cittadini, che hanno cominciato a fomentare le proteste anche in modi violenti. La risposta della polizia non è mancata, con arresti continui e violenza ulteriore. Da qui ha avuto inizio l’escalation da entrambe le parti: a luglio il Parlamento è stato invaso dai protestanti, ad agosto molti gruppi hanno cercato di chiudere stazioni di polizia, centri commerciali e l’aeroporto di Hong Kong.

Piano piano le adesioni dei cittadini sono aumentate, mentre Carrie Lam condannava tali azioni affermando che “stanno distruggendo la città” e dichiarava il suo supporto alle forze di polizia. Le domande dei protestanti, spinte da questo atteggiamento avverso, sono cresciute:

  1. Il ritiro completo del disegno di legge sull’estradizione dei latitanti (ancora soltanto “sospeso”)
  2. Il rilascio dei protestanti arrestati
  3. La “declassificazione” delle proteste, definite dal governo come “rivolta, sommossa”
  4. La creazione di una commissione indipendente, addetta all’inchiesta nei confronti del comportamento delle forze di polizia
  5. “Vera democrazia”: suffragio universale ed elezione del Chief Executive
  6. Dimissioni di Carrie Lam
  7. Scioglimento e riorganizzazione della Hong Kong Police Force

Hong Kong Free

La sveglia a fine ottobre

Marce, raduni e proteste sono cresciute fino alla soddisfazione (parziale) della terza domanda e al ritiro formale della proposta di legge il 23 ottobre. Ora però l’obiettivo è un altro: elezioni libere. Nonostante sulla carta chiunque possa candidarsi, con un sistema di quote i vincitori finiranno sempre per essere legati al PCC.

E a proposito di Pechino, la Cina s’è fatta ancora più viva censurando o manipolando ogni notizia riguardante Hong Kong, bloccando anche tags come “Hong Kong”, “Umbrella” e “Occupy Central” da tutti i social media e motori di ricerca. I vertici di Pechino infatti non sembrano avere la minima intenzione di soddisfare le richieste degli attivisti: secondo loro, il suffragio universale non è necessario e creerebbe un pericoloso precedente per cambiare il resto del paese, mettendo a repentaglio il regime.

Il leader cinese Xi Jinping, dunque, ha deciso di contrastare ufficialmente gli attivisti usando parole durissime nei loro confronti:

«Chiunque tenti di dividere la Cina in qualsiasi sua parte sarà ridotto in polvere e finirà con le ossa spezzate»

Il grilletto così è stato premuto. I soldati cinesi si sono avviati per le strade della città, dopo tutti questi mesi di proteste, armati di fucili e granate lacrimogene. Un esercito organizzato, contro studenti e impiegati armati di molotov e di un arsenale medievale. La legge anti-mascherine voluta dalla governatrice Lam è stata annullata e Hong Kong, da inizio dicembre, vacilla in uno stato d’emergenza caratterizzato da alta instabilità e insicurezza.

Hong Kong Protests

Hong Kong: spegnete le luci, spegnete le voci

In tutto questo grande gioco, Pechino non si trova in una situazione migliore: la guerra commerciale con gli Stati Uniti è ancora viva, la contestazione politica internazionale aumenta e crea preoccupazioni nelle autorità, che sono pronte a intervenire ancor più pesantemente a Hong Kong per risolvere i problemi “interni”. Ebbene sì, perché da mesi Pechino ha radunato truppe armate a Shenzhen, sul confine continentale di Hong Kong, e potrebbe intervenire direttamente in città su richiesta delle autorità cittadine. Per il momento, però, Carrie Lam non permette tale intromissione.

La repressione estremamente violenta da parte della Hong Kong Police Force nel mentre continua, sostenuta dalla Cina. Ora come ora si contano quasi 5mila arresti, 2 morti registrate e più di 2500 feriti. Tutte le università e scuole sono chiuse, alcune sono diventate roccaforti studentesche e le forze armate stanno cercando di espugnarle. Come? Invitando a spegnere le luci di speranza, a spegnere le loro voci.

Il rullo compressore totalitario

Un “rullo compressore totalitario”, come lo ha definito Pierre Haski a France Inter, agisce con forza sproporzionata per catturare i “ribelli”. Una guerriglia urbana dove gli studenti stanno radicalizzando il movimento, forse rischiando di denaturare le pacifiche proteste di marzo 2019, e la polizia reagisce con ancora più violenza. Inoltre, le elezioni locali dovrebbero avere luogo tra due giorni. Le autorità, però, hanno definito possibile il loro annullamento alla luce del clima attuale.

In tutto questo, gli ospedali pubblici si stanno schierando ufficialmente dalla parte dei manifestanti: molti poliziotti armati infatti si stanno dirigendo negli edifici proprio per interrogare attivisti ricoverati e medici. Il personale ritiene questa pratica “estremamente spaventosa” e affermano che sta rovinando la reputazione degli ospedali. L’Hospital Authority, però, sta cercando di sopprimere la libertà di opinione e di convincere i medici a non esprimersi al riguardo.

Una serie di “coincidenze” che si sta riversando, nell’ultima settimana, nel campus PolyU e nelle strade principali della città. Un insieme di eventi però non noti ai cittadini cinesi e, in parte, anche in Occidente. Tanti, troppi, pezzi del puzzle nascosti al mondo.

Come reagiscono a Occidente?

Gli Stati Uniti, dopo diversi interventi controversi da parte di Donald Trump, si sono dichiarati a sostegno dei manifestanti. Questo pare essere confermato anche dalle bandiere americane sventolate dai manifestanti a Hong Kong, che sperano in Washington come possibile mediatore. L’Unione Europea, invece, già a giugno ha spinto per il ritiro del disegno di legge e per una risoluzione democratica. E l’Italia? Beh, il Paese non per giovani ha ricevuto una visita a Roma dall’ambasciatore cinese, che ha demonizzato gli attivisti di Hong Kong.

Il pubblico occidentale, soprattutto i giovani sui social media che conoscono il potenziale dei veicoli di informazione, condanna l’operato delle forze di polizia. Su r/HongKong i post aumentano quotidianamente: foto di manifestanti all’opera, di veri e propri cittadini-eroi, ma anche foto di giovani che vengono trovati deceduti in circostanze misteriose. Insomma, Reddit si sta affermando tuttora la fonte di informazione migliore a livello globale.

E da tutto il mondo, via Reddit, Facebook e Twitter, continuano ad apparire messaggi pro-manifestanti. Gli utenti continuano a dare un’ulteriore risonanza mediatica al fenomeno. E forse è l’unica cosa che possono fare per sostenerli.

Hong Kong Fire

Il prezzo della libertà

Noi occidentali però siamo stati “abituati bene” dopo la Seconda Guerra Mondiale, e soprattutto in seguito alla fine della Guerra Fredda. La garanzia dei diritti umani e dei valori di democrazia e libertà viene dagli accordi internazionali, da delle politiche di protezione dell’essere umano. In Oriente storicamente c’è stata invece molta difficoltà a seguire l’esempio occidentale, come anche in America Latina.

La libertà ha sempre manifestato un prezzo altissimo, spesso definito come “il sacrificio di molti eroi”. Lo abbiamo visto noi italiani con la dittatura fascista, lo hanno visto i paesi nordafricani con la Primavera Araba. È a tutti gli effetti una costante storica, spinta soprattutto nel post-’89 dalla globalizzazione: prima o poi tutti desiderano sentirsi al sicuro.

Per noi giovani, in Occidente, questo sacrificio lo hanno fatto i nostri nonni e bisnonni; in Oriente, invece, ora è compito della nostra generazione cercare di proteggere quelle successive.

La grande instabilità che cerca ordine, la rincorsa che apre le ali per volare tranquilli.

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Francesco Santin

Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche, ex telecronista di Esports, giocatore semi-professionista e amministratore di diversi siti e community per i quali ho svolto anche l'attività di editor e redattore.