fbpx
Approfondimento Curiosità News

Estate 2019: cosa sta succedendo al nostro pianeta?

Una Terra ferita, da curare Credits: Kurzgesagt

Ah, che bella l’estate: tra giugno e inizio settembre, ogni anno miliardi di persone si muovono in giro per il mondo per godersi delle meritate vacanze “frutto” del proprio lavoro, che consista nel firmare carte in ufficio, costruire edifici sotto il sole in un cantiere, o studiare per il futuro. Ogni anno c’è il bollino nero in autostrada a causa delle code verso il mare; ogni anno si decide di abbronzarsi per apparire più belli, e di godersi il caldo.

Ma fa sempre più caldo, non trovate? Specialmente quest’estate, dove in Francia si sono toccati i 42,6°C a Parigi Montsouris e a giugno in India si sono viste temperature attorno ai 49°C e i 50,8°C. Cosa sta succedendo alla Terra in questa singola estate?

L’estate più calda di sempre

Lo so, lo so, questa frase l’avete già sentita più volte su Rete 4 durante i notiziari estivi, tra vecchietti al bar col ventilatore e fontane piene di gente assetata. Questa volta, però, è meglio prestare più attenzione del solito ai dati. Secondo Copernicus, il programma dell’UE che monitora gli effetti del cambiamento climatico, il luglio 2019 è stato il mese più caldo da quando vengono misurati i dati, ovvero da oltre cent’anni.

Copernicus ha un sistema di misurazione molto più complesso e di qualità rispetto alle stazioni meteorologiche sparse nel mondo. I suoi dati, ora come ora, sono i più precisi ed affidabili – in attesa di quelli annuali della NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) statunitense – e riportano un aumento di 0,04°C rispetto al luglio 2016, ovvero il mese più caldo misurato prima di quest’anno. In altri termini, 1,2°C rispetto ai livelli preindustriali, o 0,56°C in più rispetto alla media 1981-2010.

È vero che i ricercatori e la climatologia affermano che da una singola stagione non si può dedurre l’intero trend globale per i prossimi anni. Ma è anche vero che è un discorso che dura dal 2013-2014, quando la comunità scientifica si stava già particolarmente allarmando. Recentemente, inoltre, abbiamo potuto assistere a due fenomeni naturali anomali in particolare come gli incendi in Siberia (di cui parleremo a breve) e l’aumento esponenziale delle temperature in regioni come Alaska e Groenlandia.

Scioglimento ghiacciai Alaska estate 2019

Ghiacciai sempre più sottili, dall’Artico alle Alpi

La media di 14,5°C registrata ad Anchorage, Alaska, a noi può apparire piacevole ma per loro significa un aumento della media di 5,4°C. Per i residenti in quelle zone, questo luglio è stato il 12° mese consecutivo con temperature medie più alte del normale quotidianamente. Un trend confermato che sta causando incendi e cambiando completamente la vita degli animali: migliaia di trichechi si sono spostati verso le spiagge, in alcuni casi rendendole inaccessibili; sono morte decine di balene, centinaia di foche e quantità ignote di gabbiani e salmoni.

Questo perché la quantità di ghiaccio in quelle zone sta calando sempre di più, complice lo scioglimento della calotta artica. Basta considerare che le superfici ghiacciate più vicine all’Alaska sono a 240 km a nord rispetto a Kaktovik, uno dei villaggi più a nord della regione stessa, per comprendere la gravità della situazione.

In Groenlandia, nel luglio 2019 si sono sciolte nell’oceano Atlantico 197 miliardi di tonnellate di ghiaccio. La seconda calotta di ghiaccio più grande del mondo, dietro soltanto all’Antartide, sta cedendo sempre più velocemente. In caso di scioglimento completo di entrambe le calotte, il mare si innalzerebbe di 65 metri, abbastanza per cambiare abbastanza radicalmente l’aspetto dell’Italia.

E il nostro Belpaese non se la sta passando bene: Renato Colucci, glaciologo del CNR, ha rivelato all’ANSA che “nell’ultimo secolo, i ghiacciai delle Alpi hanno perso il 50% della copertura, e di questo 50%, il 70% è sparito negli ultimi 30 anni.” Secondo gli esperti, la catena montuosa del nord Italia non avrà più ghiaccio sotto i 3.500 metri di quota entro i prossimi 20-30 anni. Ma la fusione dei ghiacciai riguarda anche Ande e Himalaya, ovvero luoghi cruciali che forniscono acqua agli abitanti di Perù, Cile e India.

Siccità India estate 2019

Siccità e desertificazione: tra morti e migrazioni

Non serve analizzare minuziosamente i report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) per comprendere la crisi idrica. L’India si è fatta sentire grazie ai media internazionali, i quali hanno riportato il picco di temperatura di ben 50,8°C e le sue conseguenze. Durante la prima settimana di giugno 184 persone sono morte nella regione del Bihar a causa del caldo e della carenza d’acqua. E brevi piogge pre-monsone – con un monsone estivo in ritardo di una settimana – hanno reso il tutto ancora peggiore.

Mancanza di acqua significa “combattere contro sé stessi” per risparmiarla, e gli indiani lo hanno mostrato per primi al resto del mondo, che non è esente da questa crisi. Un’analisi del World Resources Institute (WRI) ha mostrato come certi paesi stiano prelevando troppa acqua dalle falde acquifere, spesso sprecandola. La domanda di acqua è certamente incrementata, raddoppiandone quindi il prelievo, e proprio per questo bisogna gestirla al meglio prima che sia troppo tardi.

In caso di fallimento dei tentativi di “dosaggio” del prelievo, le migrazioni climatiche aumenterebbero radicalmente. Allora sì, si potrà parlare di emergenza e gli scontri sul tema si inaspriranno in quanto, potenzialmente, milioni di persone cercheranno di migrare dai territori più poveri e a rischio di Asia e Africa verso i paesi più sviluppati, in particolare verso l’Europa. Ma anche i paesi europei situati attorno al Mediterraneo a breve saranno a rischio, e in questo domino, di questo passo, difficilmente una tessera cadrà senza colpire la successiva.

Emergenza idrica estate 2019

Sempre meno alberi, tra incendi e deforestazioni

Oltre alla siccità e allo scioglimento dei ghiacciai, ogni estate l’aumento delle temperature causa incendi in diverse parti del mondo. Il fenomeno più recente e più grave riguarda la Siberia orientale che, da giugno, sta andando a fuoco a causa dell’estate estremamente calda e secca. Attorno al 7 agosto, l’area interessata dai roghi è passata da 3 milioni a 4,5 milioni di ettari, mentre altri 750mila ettari venivano liberati dal fuoco grazie all’intervento dell’agenzia forestale russa.

L’intervento ritardato delle autorità e il disboscamento illegale nella regione dell’Irkutsk sono stati fattori chiave in questa vicenda, che ora potrebbe protrarsi fino a ottobre. Nello stato attuale, le risorse necessarie per spegnere l’inferno in Siberia sono troppe e non possono essere impiegate. Ergo, per debellare le fiamme sarà necessario attendere le piogge intense autunnali, salvo “miracoli” precedenti.

In tutto questo la CO2 emessa in atmosfera fino al 7 agosto ha raggiunto le 166 milioni di tonnellate, ma bisogna anche considerare la CO2 che non verrà riassorbita dagli alberi (ormai bruciati) e il numero di animali arsi vivi. Città e villaggi distanti centinaia di chilometri sono continuamente immersi in una nebbia grigia che sicuramente causerà problemi di salute agli abitanti. Inoltre, il fumo ha ormai passato lo stretto di Bering e ha raggiunto gli incendi in Alaska.

Ah, e non dimentichiamoci che a questa “deforestazione naturale” si aggiunge il disboscamento dell’Amazzonia da parte del Brasile, ora guidato da Jair Bolsonaro. Una promessa elettorale che riguarda principalmente la crescita economica del paese, e che ha ridotto la foresta amazzonica di oltre 3000 km². La foresta tropicale più grande al mondo che conta(va) ben 5,5 milioni di km², ora sempre più in calo, è nota globalmente come “il polmone della Terra”. Una mancanza del genere, è chiaro, potrebbe costarci caro.

Incendio Siberia estate 2019
L’Agenzia Forestale Russa intenta a spegnere gli incendi in Siberia

Incidenti nucleari e aumenti di radioattività

“Per fortuna” questo incidente non è stato causato dal caldo eccessivo, ma rientra tra le anomalie di quest’estate che stanno già cambiando la Terra stessa e chi ci vive.

Giovedì scorso cinque specialisti dell’agenzia russa per l’energia nucleare Rosatom, sono morti in seguito all’esplosione di un missile. Il test riguardante “una fonte isotopica di energia per il motore di un missile a propellente liquido” sarebbe fallito miserabilmente, causando non solo il decesso di cinque persone, ma anche un innalzamento della radioattività a Severodvinsk da 4 a 16 volte rispetto al normale.

Secondo diverse fonti, in realtà i morti e i feriti ammonterebbero a una decina di persone e l’aumento sarebbe di circa 20 volte rispetto al livello medio. Ci sono dunque ancora molte incertezze relativamente alla vera entità del danno e alla tecnologia nucleare che ha causato l’incidente. Nel mentre, però, l’allarmismo in Russia ha portato tutti gli abitanti di Severodvinsk nelle farmacie a comprare iodio, finito nel giro di un’ora.

Incidente nucleare 2019 Russia

Tanti, troppi, errori umani

Come si dice, “è meglio prevenire che curare”. E questo detto fino a 10/20 anni fa era un motto presente in ogni essere umano, pronto a rispondere alle emergenze d’ogni tipo nel mondo. Con il tempo la speranza che la globalizzazione accelerasse l’intervento dell’uomo è cresciuta. Fino a questo periodo storico, dove i populismi e i sovranismi globalmente hanno successo, e i politici d’interesse si allontanano dai regimi ambientali internazionali, magari negando l’esistenza di un’emergenza ambientale a livello globale.

L’Accordo di Parigi del 2015 sembrava rappresentare la svolta definitiva grazie ai 195 membri firmatari dell’UNFCCC. Un ulteriore segno di dedizione che avrebbe dovuto seguire i più famosi protocolli di Kyoto e Cartagena, senza contare le convenzioni di Vienna e Montreal. Questo fronte però si è sfaldato progressivamente, e ad oggi non sta vedendo i suoi frutti maturare, anzi l’albero da cui dovevano nascere sta marcendo.

Le politiche di certi paesi stanno portando ad un consumo di risorse sempre maggiore, e ciò è stato confermato dall’aumento del debito ecologico. L’Earth Overshoot Day (EOD), conosciuto anche come Ecological Debt Day (EDD), quest’anno è caduto il 29 luglio. In altri termini, non è ancora finito l’anno e abbiamo consumato risorse pari a 1,7 volte la capacità rigenerativa della Terra.

Cosa dedurre quindi da questa estate infernale? Si deduce che dobbiamo cambiare, che dobbiamo comportarci meglio con la natura che ci ospita. Almeno fino a quando le nuove tecnologie non saranno sicure abbastanza da permetterci di colonizzare altri pianeti, o di vivere in stazioni spaziali. Per ora però è meglio lasciare questi piccoli sogni a Star Wars e ad altre storie utopiche e distopiche, per concentrarsi su ciò che si ha ora. Ovvero noi e un pianeta in pericolo, da aiutare nel nostro piccolo.

Articolo redatto da Francesco Santin ed Eleonora Amenta

Per rimanere informati sul mondo nerd, continuate a seguirci sul nostro sito DrCommodore.it e su FacebookInstagramTelegramYouTubeDiscordSteam e Twitch.

Facebook Comments

Francesco Santin

Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche, ex telecronista di Esports, giocatore semi-professionista e amministratore di diversi siti e community per i quali ho svolto anche l'attività di editor e redattore.