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Legge “anti-meme” revisionata, ma ancora non ci siamo

Si sono conclusi ieri i negoziati tra il Consiglio, Parlamento e Commissione Europei, riuniti per la redazione del testo finale della controversa direttiva europea sul copyright, più conosciuta sul web come ciò che potrebbe “mettere fine all’era dei meme”, sebbene questa sarebbe solo una delle numerose conseguenze.
Il suo scopo sarebbe quello di tutelare i diritti di autore ne abbiamo parlato qui -, ma in realtà la sua approvazione metterebbe a serio rischio la libertà di espressione online, dei singoli utenti come delle piccole startup, andando ad intaccare anche la condivisione di contenuti come i meme. Tutto di guadagnato, invece, per i grandi editori.
In segno di protesta, Google ha mostrato come apparirebbe il web se la direttiva passasse, e i risultati non sono proprio entusiasmanti.

Articolo 11 – link tax

Il primo problema riguarda la questione degli “snippet”, ovvero brevi anteprime delle notizie, utilizzati soprattutto da servizi come Google News e Facebook. Secondo la nuova direttiva europea sul copyright, questi potranno sì essere utilizzati, ma in forma più ridotta e sintetica. Cosa si intenda e quale sia il “limite” di parole, però, non è ben chiaro. L’unica direttiva è “singole parole o estratti molto brevi“. In caso contrario, le aziende saranno costrette a stringere accordi con gli editori – e quindi pagare – per poter pubblicare anche solo l’anteprima di una notizia.

La direttiva però non esplicita nessun chiaro indizio su ciò che consentito e ciò che non lo è, come spiega spiega Fulvio Sarzana (giurista esperto in diritto dei media) a Repubblica: “Di fatto, la riforma spinge i colossi a stringere accordi per le licenze d’uso con gli editori e i gruppi editoriali, riducendo a scheletro le anteprime dei contenuti liberamente utilizzabili. Dalla direttiva restano inoltre esclusi blog, pagine commerciali, siti professionali: non si capisce se siano esentati o meno dall’applicazione ed entro quale misura”.

Articolo 13 – upload filter

L’articolo 13 è il punto più controverso, che potrebbe influire non solo sulla libera circolazione di notizie e contenuti nel web, ma anche sui singoli contenuti pubblicati dagli utenti – come i meme.

La direttiva europea sul copyright prevede infatti che i siti o le app che danno accesso a contenuti protetti da copyright debbano stringere accordi con i detentori dei diritti stessi, pena la piena responsabilità della violazione – e quindi sanzioni da pagare. Questo applicato su qualsiasi contenuto che gli utenti potrebbero pubblicare, quindi praticamente su qualsiasi cosa.

Una possibile soluzione per le piattaforme sarebbe quella di controllare a monte i contenuti postati, eliminando quelli potenzialmente a rischio di infrangimento del copyright. Ovvero ricorrere a dei “filtri” – simili al Content ID di Youtube – per evitare di dover pagare sanzioni. Tuttavia, questa non rappresenta una buona soluzione, per due motivi.

1 – L’algoritmo non è sempre infallibile. Sono moltissimi i casi in cui l’algoritmo di Youtube (sviluppato da Google) sbaglia la valutazione dei contenuti, trovando violazioni anche quando non ce ne sono e rimuovendo o demonetizzando i video dei creatori. Tutto ciò nega la possibilità di esprimersi liberamente, e si amplierebbe non solo ai video su Youtube ma a qualsiasi contenuto presente sul web.

2 – È costoso. L’algoritmo sviluppato da Google è costato ben 60 milioni di dollarie nonostante ciò commette tantissimi errori. Come possono aziende decisamente più piccole di Google permettersi lo sviluppo di un filtro anche solo simile, e che soprattutto abbia la pretesa di funzionare bene, con un capitale ridotto?

 

E i meme?

Secondo il nuovo testo, contenuti come i meme – che toccano più da vicino la massa di utenti internet – dovrebbero essere salvi, o almeno in teoria. Il punto 5 dell’articolo 13 infatti, prevede la possibilità di caricare opere protette dal diritto d’autore senza dover incappare in vincoli legali se queste vengono considerate come citazioni, critiche o recensioni.

Il testo infatti recita:

Member States shall ensure that users in all Member States are able to rely on the following existing exceptions and limitations when uploading and making available content generated by users on online content sharing services:

  1. quotation, criticism, review,
  2. b) use for the purpose of caricature, parody or pastiche.

Gli Stati Membri dovranno assicurare che gli utenti in tutti gli Stati Membri abbiano la possibilità di affidarsi alle seguenti eccezioni esistenti e limitazioni nell’atto di caricare e rendere disponibili contenuti generati da utenti su servizi di condivisione di contenuti online:

  1. citazioni, critiche, recensioni,

  2. uso per lo scopo di caricatura, parodia o imitazione.

Anche in questo caso, però, la questione rimane aperta e piuttosto blanda: nel caso si decidesse di ricorrere ai filtri, come possono questi distinguere i contenuti pubblicati come citazione, satira o recensione da quelli che sono effettivamente coperti dal copyright?

Chi è escluso

Sono escluse dall’articolo 13, e quindi dal dover trovare accordi con gli editori tutte le “piccole” imprese. Ovvero startup con un fatturato minore di 10 milioni di euro, con meno di 5 milioni di utenti mensili, e che sono presenti sul web da meno di tre anni. Tutto ciò, in teoria, per impedire che i costi dovuti dalla direttiva ostacolino la crescita delle piccole imprese. Nonostante ciò, queste dovranno comunque dimostrare di “aver fatto il meglio per per ottenere un’autorizzazione”.

L’unica vittoria su questo fronte è invece nell’esclusione di tutte quelle piattaforme no-profit, come Wikipedia. Sono infatti escluse dall’articolo 13 “enciclopedie online no-profit, depositi no-profit educazionali e scientifici, software open source per lo sviluppo e la condivisione di piattaforme, provider di servizio per la comunicazione elettronica, marketplace online e servizi cloud business-to business e servizi cloud che consentono agli utenti di caricare contenuti per uso personale”.

Cosa possiamo fare

Al momento, le possibilità di bloccare la direttiva europea sul copyright sono due. Nel caso infatti il testo finale venisse approvato, diventerebbe legge e tutti gli stati membri saranno obbligati ad attuarlo.

La prima è quella del voto in Consiglio, dove l’opposizione dovrebbe costituire una minoranza di blocco. Per essere tale, dovrebbe essere costituita da 13 stati o un numero di Stati in cui la somma della popolazione complessiva sia pari al 35% della popolazione dell’Unione Europea.

Sfortunatamente, l’ultima volta questa azione non è stata efficace. Il blocco infatti era composto solo da 8 stati – tra cui, per fortuna, c’era anche l’Italia.

Alla seconda opzione invece possono contribuire anche i comuni cittadini, contattando telefonicamente o via email gli europarlamentari del proprio Paese. Grazie all’iniziativa SaveYourInternet è possibile infatti ottenere molto facilmente tutti i contatti necessari per raggiungere i nostri rappresentanti, oltre che vedere quali hanno votato contro e quali invece no.

Oltre a ciò, è di vitale importanza continuare a diffondere la petizione online su Change.org: Stop the censorship-machinery! Save the Internet!

Perché farlo? Riassumono molto bene la questione le parole di Julia Reda, europarlamentare per il Partito Pirata Tedesco: “Le notizie di oggi rappresentano un passo indietro per la libertà di espressione online, ma non è tutto finito, possiamo ancora contrastare i filtri di upload e la link tax. Dobbiamo inviare un messaggio chiaro: vogliamo proteggere i diritti degli autori così come quelli degli utenti e dei piccoli editori”.

 

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Eleonora Amenta

Eleonora, 21 anni, (quasi sempre) da Roma.
Studio lingue, ma trovo sempre tempo per appassionarmi a qualcosa di nuovo.

Image credits: @maggiecoledraws on Instagram