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Progresso scientifico: un’arma a doppio taglio?

Carissimi commodoriani, lettori accaniti o occasionali, se siete arrivati fin qui spero possiate accompagnarmi fino alla fine di questo percorso virtuale.  Vorrei precisare che quest’articolo è stato scritto con il mero obiettivo di suscitare in voi una riflessione, uno stimolo e il desiderio di condividerlo con altri.  Fatta questa premessa doverosa, possiamo iniziare a incamminarci in questo viaggio.

Il progresso

Viviamo in un periodo storico in cui ogni anno viene rivelata al mondo almeno una nuova scoperta, che sia tecnologica, scientifica o alimentare non importa, essa rivoluzionerà sempre la società. Al contempo tuttavia, sorge un nuovo problema legato alla scoperta precedente, come una sorta di controindicazione. Senz’ombra di dubbio la causa scatenante di questa situazione è il progresso, in qualsiasi campo esso si trovi.

Ciò nonostante, oggi ci soffermeremo su due tipologie di progresso, strettamente legate tra di loro. Parleremo, infatti, sia del progresso tecnologico sia di quello scientifico: il primo è inteso come progresso delle macchine, della produzione di beni e di servizi destinati a soddisfare in modo più efficiente i bisogni dell’uomo. Il secondo è inteso, invece, come progresso nella medicina e in tutte le branche della scienza come la biologia, la geologia, la chimica e la fisica. Spiegata questa importante differenza, il passaggio successivo è quello di chiedersi

«quest’avanzamento scientifico tecnologico è un bene?»

Seppur la risposta «sì» sia la più logica da dare, a mente fredda diventa difficile rispondere allo stesso modo. Il progresso scientifico e tecnologico è stato accompagnato negli anni da innumerevoli problemi come l’inquinamento e le malattie. Sembra quindi giusto riferirsi al progresso come a un’arma a doppio taglio per la società.

Il male per un bene superiore

Una delle scoperte che il progresso scientifico tecnologico ha realizzato in questi anni è stato il cellulare: da un lato avevamo un mezzo di comunicazione portatile mentre dall’altro rendevamo possibile la comunicazione a grandi distanze tramite le onde elettromagnetiche – le stesse che sono adoperate per riscaldare qualcosa nel microonde -. A questo punto diventa innegabile come queste scoperte – abbiano e – stiano ancora rivoluzionando il mondo.

Nonostante ciò, ci troviamo in una situazione in cui il progresso scientifico tecnologico ha portato anche molteplici conseguenze negative. Il deturpamento dei paesaggi, la distruzione di campi per coltivare, la dipendenza da smartphone e l’inquinamento elettronico sono alcuni degli aspetti negativi che la società odierna sta ancora pagando per queste scoperte.  Ci sarebbero altrettanti esempi che potrei portare, come il petrolio e le macchine, la plastica e i rifiuti non riciclabili ecc. Se da un lato conquistavamo una vetta “irraggiungibile”, dall’altro la distruggevamo. Arrivati a questo punto, la domanda successiva da porsi è

«il progresso, che sia scientifico o tecnologico è necessario?»

Un bene indispensabile non essenziale

Possiamo dire che è innegabile che la tecnologia si sia introdotta prepotentemente nella nostra vita, arrivando addirittura nel primo settore, portando macchinari automatizzati nell’agricoltura, nell’allevamento, nella pesca ecc. Questo lo possiamo identificare come un bene, poiché nelle civiltà passate, il settore primario era quello che occupava gran parte della forza-lavoro. Quindi, con l’introduzione di nuove macchine la forza-lavoro è diminuita, riducendo a sua volta però il personale indispensabile per produrre beni primari. Una scelta indispensabile visto l’aumento della popolazione ma allo stesso tempo non essenziale. Tuttavia se questo esempio non vi è bastato cercherò di farne uno più esplicativo. Riassumendo nella forma più semplice le esigenze dell’uomo troviamo: la necessità di nutrirsi, di avere un riparo, di vestirsi, di riprodursi e di comunicare.

Fra queste esigenze prenderemo come esempio quella di comunicare. Nei secoli il metodo di comunicazione si è sempre evoluto, dai disegni nelle caverne rupestri ai piccioni viaggiatori fino alle piattaforme di messaggistica su internet. Quindi oggi, se non in casi eccezionali – come ritrovarsi in Antartide – abbiamo modo di comunicare con chiunque, ovunque esso sia.

 

La piattaforma su cui si basa questa comunicazione più delle altre è sicuramente lo smartphone. Ora, mettendo da parte la chiamata, tutto quello che circonda questo strumento è totalmente non essenziale per la vita dell’uomo. Se dovessi stilare una lista di cose non essenziali al primo posto ci sarebbero i social network, tra l’altro causa di dipendenza. Tuttavia non è un problema circondarsi di cose non essenziali, ma bensì renderle indispensabili a tal punto da star male alla loro assenza. Basti pensare alle aziende come Google o Apple che per contrastare l’uso eccessivo degli smartphone hanno introdotto soluzioni di monitoraggio e avviso per “allontanare” l’utente dal suo dispositivo. Giunti a questo punto la domanda successiva da porsi è

«Perché creare dei bisogni artificiali intangibili?»

Costrutti artificiali intangibili

Seppur la prima risposta che potreste dare sarebbe “capitalismo”, a tal proposito vorrei citare qualche riga interessante estratta dal libro “la società industriale e il suo futuro” scritto da Theodor Kaczynski.

ATTENZIONE: la nostra è solamente una citazione al manifesto che egli scrisse 

Nel manifesto scritto da Kaczynski troviamo diversi punti tra cui l’identificazione della causa primaria di una lunga lista di problemi sociali e psicologici della società moderna nella esasperazione del “processo del potere”, a cui attribuisce quattro elementi:

«I tre più chiari tra essi noi li definiamo obiettivo, sforzo e raggiungimento dell’obiettivo. (Ognuno ha bisogno di obiettivi il quale raggiungimento richiede sforzo, e deve raggiungere almeno uno di questi obiettivi.) Il quarto elemento è più difficile da definire e può non essere necessario per tutti. […] Dividiamo gli obiettivi umani in tre tipi: (1) gli obiettivi che possono essere raggiunti con uno sforzo minimo; (2) gli obiettivi che possono essere raggiunti solo con un grande sforzo; (3) gli obiettivi che non possono essere raggiunti, non importa quanto sforzo vi si impieghi. Il processo del potere mira a raggiungere gli obiettivi del secondo tipo

Kaczynski continua ad affermare “nella moderna società industriale gli obiettivi umani tendono ad essere spinti verso il primo o il terzo tipo, e il secondo tipo consiste sempre di più in obiettivi artificialmente creati.” Tra questi vi sono le “attività surrogate”, attività “dirette verso un obiettivo artificiale che le persone si prefiggono con il puro scopo di avere un obiettivo da raggiungere o, lasciatemi dire, puramente per quella “soddisfazione” che ricavano dall’inseguire un obiettivo. È chiaro come questi obiettivi rispecchino anche – e soprattutto – le iterazioni degli utenti con i social network o con le altre piattaforme presenti su internet!

Richiamo alla natura e alla realtà

Mettendo momentaneamente da parte le teorie complottistiche che Kaczynski ha utilizzato per scrivere il manifesto, ciò che ha affrontato non è totalmente sbagliato. Infatti, andando avanti nella lettura egli espone quale sia il modo corretto di vivere nel 21° secolo: eliminando tutte quelle attività fini a sé stesse, che non portano un reale contributo all’esistenza dell’essere umano e che in qualche modo lo “incatenano”. In parole povere, questo manifesto altro non è che un richiamo alla natura e alla realtà. Un ritorno che gioverebbe senz’altro all’essere umano e alle altre specie che vivono su questo pianeta. Riusciremmo a eliminare – o per lo meno fermare – alcuni dei più grandi problemi che affliggono l’uomo moderno come l’inquinamento terrestre, l’estinzione di specie o lo scioglimento dei ghiacciai. Quest’idea di ritorno alla natura, alla realtà, non è la prima volta che viene esposto.

ALLERTA SPOILER: qui di seguito parlerò di Mr Robot, se non l’avete visto saltate direttamente al punto in cui il testo non è più in corsivo.

Basti pensare al monologo di Mr Robot nell’ultimo episodio della prima stagione, dove in preda alla rabbia rivela al protagonista che tutto ciò che lo circonda altro non è che un costrutto artificiale dell’uomo e che “niente” sia reale. Vi lascio al monologo:

 

Giunti ormai alla conclusione di questo percorso l’ultima domanda da porsi a questo punto è

«cosa possiamo fare?»

Due realtà in equilibrio

Per quanto questo viaggio tenda più verso una realtà “green” la verità è che nessun estremo nella storia umana ha mai portato a qualcosa di buono. Natura o scienza e tecnologia, bianco o nero, Pepsi o Coca-Cola, Apple o Microsoft, sono estremi che l’uomo ha creato per darvi due scelte ben distinte. Tuttavia esiste una terza scelta, la scelta di scegliere entrambe le soluzioni. Un metro unico che possa misurare due realtà e trovare un punto d’incontro. Questa è la soluzione al quesito finale. Trovare un punto di equilibrio.

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