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Aziende troppo grandi per innovare: motori o freni dell’evoluzione?

E se fossimo arrivati al punto in cui le grandi aziende stessero frenando il progresso per autoproteggersi?

Il gruppo di quattro aziende noto come FAAG – Facebook, Amazon, Apple e Google – ha raggiunto a ottobre dello scorso anno il 10% dell’indice S&P 500. In parole povere questi quattro colossi del mondo della tecnologia valgono, da soli, il 10% del mercato azionario americano. È chiaro che da questo deriva un grande potere, ormai non solo economico. Ma siamo sicuri che questa sorta di oligopolio sia un bene? È giusto che così poche società abbiano tanta influenza?

È innegabile come i quattro giganti abbiano fin’ora portato a un miglioramento generale dei servizi offerti al consumatore. Hanno facilitato la ricerca di contenuti, connesso le persone e creato un ambiente d’acquisto concorrenziale. C’è il pericolo, però, che una simile crescita d’influenza porti questi big a smettere di comportarsi in maniera corretta. Di certo, i recenti scandali riguardo la riservatezza dei dati degli utenti non giovano alla reputazione delle aziende. Ma partiamo dal principio.

Le cause

Effetto cascata

Il motivo principale della crescita di un numero così ristretto di società è l’effetto rete. Per effetto rete si intende il fenomeno sociale che porta gli individui, in questo specifico caso gli utenti, a fare uso di servizi a cui sono già iscritte un gran numero di persone. “Mi iscrivo perché lo usano tutti i miei amici” o “Mi sono iscritto perché ormai ce l’hanno tutti” sono  frasi che tutti abbiamo sentito almeno una volta. Inoltre, l’effetto rete gode di una sorta di autopotenziamento. Di conseguenza, più la rete è grande, più questa risulta appetibile a coloro che non ne fanno ancora parte, generando un effetto a cascata.

La riservatezza non è poi così importante, no?

Secondo dei sondaggi, gli utenti sostengono di tenere ai propri dati personali, e di non essere intenzionati a scambiarli con dei servizi. Ma le persone, si sa, mentono. Tutti noi accettiamo i cookie, spuntiamo caselle per acconsentire al trattamento dei dati o alla condivisione delle nostre informazioni con terze parti per finalità di profilazione. Delle conseguenze di queste azioni non ci curiamo granché, anzi! Quasi ci disturba dare tutti quei consensi. Uno studio ha messo in luce come degli studenti fossero disposti a condividere la propria e-mail in cambio di una semplice pizza.

Il GDPR a livello europeo, che verrà introdotto a breve, darà facoltà agli utenti di trattenere i propri dati. Ma è alquanto improbabile che gli utenti preferiscano la riservatezza all’essere tagliati fuori da servizi ormai più che affermati. Ciò che però è importante notare, è che i dati di un utente non hanno valore se presi singolarmente, ma lo acquisiscono nel momento in cui vengono uniti a quelli di molte altre persone. Una delle possibilità, seppur molto remota, è quella che Facebook o Google permettano alle persone di scegliere come usufruire del servizio: in maniera gratuita condividendo i propri dati, oppure pagando il corrispettivo in denaro. E, dati i trascorsi, non è difficile intuire la strada che intraprenderebbe la quasi totalità dell’utenza.

Il motore del mondo

Come già accennato nella premessa, i fatturati di queste aziende hanno ormai raggiunto cifre vertiginose. Il mezzo attraverso cui sono giunte a questi risultati, specialmente Facebook e Google, è lo sfruttamento dei dati dei propri utenti per finalità pubblicitarie (Facebook) o per migliorare i propri algoritmi (Google). Specialmente la gratuità dei servizi ha portato alla creazione di monopoli naturali. Questa forma particolare di monopolio è caratterizzata dal fatto di non essere imposta; viene infatti creata dagli utilizzatori stessi, che vedono quel servizio come il migliore disponibile.

Ciò che però adesso inizia a essere messo in dubbio è quanto le società siano effettivamente dalla parte dei consumatori. Agli investitori in fin dei conti importa la resa economica, e questa non viene a mancare a meno di incidenti che minino la credibilità delle aziende. Incidenti che possono verificarsi con l’utenza o con veri e propri governi, come nel caso di Cambridge Analytica, a seguito del quale Zuckerberg è stato ascoltato dal senato statunitense.

Società opache

Un altro fattore che fa vacillare questi colossi è la dubbia trasparenza che hanno nel loro operato. Le attuali norme antitrust non sono adatte alla regolamentazione di questo tipo di aziende in quanto, di fatto, esse non provocano un danno comprovato agli utenti. Spesso si è sentito parlare di sanzioni, come per esempio l’ultima inflitta a Google, a seguito dell’accusa di abuso di mercato. L’ammontare della multa non è però mai di un’entità tale da sortire l’effetto di “educazione” desiderato. Addirittura è più conveniente per le aziende, al netto dei numeri, pagare la penale ma continuare il proprio operato, piuttosto che cambiare la propria politica.

Anche dal punto di vista fiscale la situazione non è limpida. Capita spesso che le sedi fiscali delle aziende siano in paesi con regimi fiscali molto blandi. In aggiunta a ciò, il versamento delle tasse nei paesi in cui si opera non è quasi mai commisurato ai reali introiti.

Per di più, gli indici di accountability dei quattro big risultano essere piuttosto bassi in relazione alla mole di informazioni in loro possesso. Riportando da Wikipedia ” […] l’accountability è la capacità di un sistema di identificare un singolo utente, di determinarne le azioni e il comportamento all’interno del sistema stesso”. Questo si traduce in una scarsa chiarezza di come i dati relativi agli utenti siano effettivamente trattati. E la regolamentazione insufficiente a livello globale non aiuta di certo.

Pro e contro

Pesce grande mangia pesce piccolo

Una prima conseguenza della supremazia schiacciante di questi gruppi è la facilità con cui eliminano potenziali concorrenti. O inglobando aziende più piccole – e integrando al proprio interno le funzionalità nuove che queste offrivano – o sfruttando i propri mezzi, di certo più potenti e veloci, per creare una versione più avanzata della funzionalità proposta dal nuovo arrivato (come di recente è avvenuto con Facebook e la nuova funzione di dating). Esempi di questo tipo possono essere WhatsApp e Instagram acquisite da Facebook, YouTube e Motorola comprate da Google e Twitch e Whole Foods Market inglobate da Amazon. Come conseguenza quindi, si ha una centralizzazione dei servizi in mano a pochi. Servizi che, tra l’altro, stanno allontanandosi sempre di più da quelli proposti inizialmente dalle aziende, come Facebook con Oculus o Google con soluzioni mediche (analisi del glucosio attraverso lenti a contatto).

Questo strapotere spaventa gli investitori della concorrenza. Basti pensare che è sufficiente che Amazon dica anche solo di essere interessata a entrare in un certo campo (articoli sportivi, generi alimentari, settore dentistico…) per far crollare il valore in borsa dei potenziali competitor.

È innegabile, però, come queste società abbiano dato terreno fertile per la nascita di nuove startup innovative, specialmente negli ultimi anni. Inoltre con la loro massiccia influenza hanno favorito il miglioramento delle infrastrutture, con Google che spinge per connessioni più veloci e Amazon per trasporti più efficienti. Tutto a beneficio dei consumatori che non hanno mai, o quasi, finanziato in maniera diretta le aziende in esame.

Che fine fanno i miei dati?

Un altro elemento da tenere in conto, e che come detto viene troppo spesso sottovalutato, è il modo in cui vengono trattati i dati. Non è chiaro né chi li tratti direttamente, né quanto questi siano ricollegabili al singolo individuo. Non risulta facile capire nemmeno se questi vengano o meno tenuti segreti o se vengano ceduti a terzi o a enti governativi. Discorso che, in questo caso, riguarda principalmente i social network, dove noi tutti tendiamo a condividere il maggior numero di informazioni.

C’è da dire anche che piattaforme di questo tipo sono state determinanti per garantire la libertà di parola a persone, o gruppi di persone, che si sarebbero altrimenti viste negare questo diritto fondamentale. Hanno permesso, ad esempio, l’organizzazione di proteste e lo scambio di informazioni durante la Primavera araba.

Dubbi sul lungo periodo

Un tale modello di business è completamente nuovo, e il ritmo di evoluzione dei mercati è accelerato di molto rispetto al passato. Questa crescita rapida è causata anche dalle tecnologie introdotte negli ultimi vent’anni dai FAAG. Sorge a questo punto l’interrogativo su cosa potrebbe accadere nell’ipotesi in cui anche uno solo di questi colossi dovesse cadere. Che fine farebbero tutti i dati raccolti?

Per il momento, a questa domanda non sappiamo dare una risposta, e le previsioni sono tutto fuorché semplici da fare. Potrebbero sorgere problemi che in questo momento ignoriamo del tutto e che diventeranno più evidenti col tempo.

Cosa possiamo fare

Attualmente non siamo dinnanzi a un problema vero e proprio, bensì di fronte all’incognita su come la situazione evolverà e su come possiamo agire per farla procedere nel modo migliore possibile. Le aziende, com’è ovvio, tutelano i propri interessi, senza però creare danno alla propria utenza. Risulta tuttavia difficile capire se continueranno a farlo man mano che il loro potere si farà più forte. Fin’ora i consumatori hanno tratto solo giovamento dall’operato di questi big, ma non è certo che questa sorta di “benevolenza” nei loro confronti si protrarrà ancora a lungo.

Ciò che è importante in questo momento è essere lungimiranti, non sottovalutando le possibili implicazioni future di questa monopolizzazione dei servizi. È importante che gli utenti siano più consapevoli di come vengano trattati i propri dati e di come possano autotutelarsi. Inoltre i governi e gli enti di sorveglianza devono spingere per una più stringente regolamentazione, sia a livello economico, sia a livello di riservatezza. Il primo per tutelare realtà aziendali più piccole, il secondo per salvaguardare il sempre più alto numero di utenti.

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