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Oppenheimer è un film divisivo

Immaginate di essere persone “normali”, senza anche un minimo di infarinatura scientifica, nulla che vada oltre quanto fatto nella scuola dell’obbligo, appassionati di film leggeri e scanzonati dove magari si menano per tutta la durata della pellicola, e di essere stati coinvolti ad andare alla prima di Oppenheimer rigorosamente in sala grande allo spettacolo delle 21.30. La proiezione inizia circa mezz’ora dopo e per i successivi 180 minuti si viene bombardati (scusate ma dovevo!) con nomi, nozioni, luoghi, eventi che hanno fatto la storia del secolo scorso. Tutto questo condito da dialoghi lunghi e articolati, talvolta pesanti, talune volte anche portati all’eccesso senza alcuna evidente necessità.

Tre ore dopo, all’1 di notte, uscite dalla sala e vi chiedete cosa avete appena visto, stanchi, provati, come se foste andati voi in guerra, come se il Trinity Test vi fosse piombato in testa, dopo un primo atto lento, un continuo e incessante divenire di eventi e nozioni di fisica (per quanto semplificate e quasi mai descritte con dettaglio o rigore) nella parte centrale e un mattone minimalista polacco per tutta la parte finale del processo.

Cillian Murphy e la chiamata per Oppenheimer: l’attore racconta come è stato ingaggiato per il ruolo

I temi e la durata non sono adatti a tutti

Molte persone si devono essere sentite così, magari erroneamente ammaliate dalla nomea del regista, oppure trasportate dall’amico laureato in fisica e si sono trovate di fronte un film impegnato e impegnativo. E se da un lato chi va a vedere Nolan un po’ se lo aspetta, in Italia nostro malgrado combattiamo ancora con un livello di analfabetismo funzionale ben oltre le medie europee, abbiamo un preoccupante tasso di dispersione scolastica, soffriamo di situazioni in cui, ancora oggi, si fa fatica a portare a compimento una semplice comprensione del testo.

A questo si aggiungono poi delle sottotrame che portano a delle interessantissime riflessioni ma che appesantiscono ulteriormente la visione. Parliamo nello specifico delle dovute digressioni sul comunismo, sulla belligeranza degli Stati Uniti e quella, importantissima e su cui si basa l’intera pellicola, relativa all’uso dell’atomica e delle armi di distruzione di massa. Il film è un continuo dualismo, prima tra americani e nazisti, poi tra americani e comunisti, poi tra americani e altri americani e infine tra uomini e altri uomini. Fulcro della riflessione è che l’uomo è il peggior nemico di se stesso, capace di ideare e realizzare volutamente l’arma che un domani segnerà la sua fine e forse quella di tutto il mondo così come lo conosciamo. Idee pesanti, espresse in maniera altrettanto pesante, che non tutti potrebbero apprezzare o condividere, in base alle proprie ideologie o sensibilità a riguardo,

Questo vuol dire che una persona senza istruzione superiore non dovrebbe andare al cinema a vedere Oppenheimer? Assolutamente no, anzi, dovrebbe essere in prima fila al primo spettacolo, perché si tratta di cultura allo stato puro e bisogna sempre avere fame di cultura

Oppure che chi preferisce i film più spensierati o con le esplosioni a tutto tondo in stile Michael Bay e Fast&Furious dovrebbe evitare come la peste la nuova creatura di Nolan? Anche qui, la risposta è negativa, anzi, ci auguriamo che quante più persone lo vadano a vedere per poter apprezzare anche una forma di intrattenimento più impegnata

Con la precedente filippica non vogliamo certo farne una questione di ignoranza. E’ innegabile che una persona più avvezza agli argomenti trattati in Oppenheimer avrà più piacere nella visione del film, magari comprendendo anche i tecnicismi e i nomi coinvolti, come è altresì vero che chi già mastica un po’ la fisica (e non deve per forza essere un accademico, basta anche essere un self-made man) conoscerà sicuramente la storia trattata nel film, e andrà in sala già con una predisposizione differente rispetto a chi si siede al buio.

Bisogna però capire che il cinema, essendo di tutti e per tutti, racchiude al suo interno diverse sensibilità e diversi modi di approcciarsi. Non dovremmo quindi stupirci se alcune persone, che fanno parte del pubblico generalista che popola i cinema quotidianamente, usciranno dalla sala con confusione, dubbi e un’opinione non del tutto positiva sul film, riguardo a temi, tempi e realizzazione in generale.

Cillian Murphy in Oppenheimer

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Non è possibile, in Italia, vedere Oppenheimer in IMAX 70mm, così come è stato pensato e girato dall’autore.

In Italia non esistono sale che proiettino i film nel formato IMAX 70mm. Nel Belpaese ci sono solo due possibilità, entrambe monche e che non corrispondono alla visione originale del regista, l’IMAX digitale e il semplice 70mm. Per la prima opzione, esistono sale in Italia, ma solo a Milano, Bergamo, Firenze, Roma o Napoli. Mentre le sale che in Italia proiettano un film in pellicola 70mm (non IMAX) sono soltanto 3: l’Arcadia di Melzo (Milano), la Cineteca di Bologna e il cinema Quattro Fontane di Roma. 

Per poter godere di Oppenheimer esattamente come Nolan l’ha ideato bisogna spostarsi all’estero. E non è che la situazione in Europa sia più rosea. Solo 4 sale del vecchio continente lo proiettano in IMAX 70mm: due a Londra, una a Manchester e una a Praga.

In un’epoca in cui una delle sfide principali è quella di ridurre al minimo il digital divade risulta anacronistico e sicuramente sconfortante, per un paese del presunto primo mondo, l’impossibilità di godere dell’esperienza completa e genuina così come è stata originariamente pensata dal regista.

Cristopher Nolan dirige Oppenheimer

La classica diatriba tra l’essere o meno il miglior film di Nolan fa, allo stesso tempo, bene e male al film

Come capita sempre in questi casi, anche con l’uscita di Oppenheimer il pubblico si divide tra chi apprezza e chi non apprezza la pellicola, sicuramente in base ai proprio soggettivi gusti personali. Il genio di Nolan sta proprio in questo, nel saper polarizzare e dividere il pubblico in due ideologie perfettamente contrapposte . C’è chi ne parla bene, chi ne parla male, ma intanto tutti ne parlano – e tutti lo vanno a vedere al cinema- aumentando quel passaparola mediatico tanto vitale di questi tempi per la sopravvivenza di un medium che si deve adattare ai paradigmi del nuovo millennio.

Dire se si tratta davvero del suo miglior film o meno è impossibile, come è impossibile definire quale sia in assoluto il suo miglior film o, per assurdo, IL miglior film mai prodotto. Alcuni apprezzano The Prestige, tanti Interstellar, in molti la trilogia del Cavaliere Oscuro. Sicuramente quello del biopic, per di più di inchiesta, non è un genere che ben si adatta al pubblico mainstream, tanto che negli ambienti del settore lo si preferisce definire come un “thriller storico”, ed è per questo che probabilmente non sarà mai annoverato tra i suoi migliori prodotti da un pubblico generalista.

Ma importa veramente a qualcuno stilare delle personali e inutili classifiche che differiscono in base alla diversa sensibilità personale del singolo individuo? Quello che possiamo dire con certezza è se si tratta o meno di un film che sarà ricordato, nel bene o nel male, e la risposta è affermativa. Quello che resta è la sostanza, e in 180 minuti di sostanza ce n’è tanta, anche troppa, condensata e compressa con la stessa pressione capace generare reazioni termonucleari nel cuore di una stella.

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Gabriele Pati

Gabriele Pati

Cresciuto con libri di cibernetica, insalate di matematica e una massiccia dose di cinema e tv, nel tempo libero studia ingegneria, pratica sport e cerca nuovi modi per conquistare il mondo. Vanta il poco invidiabile record di essere stato uno dei primi con un account Netflix attivo alla mezzanotte del 22 ottobre 2015.

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