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“Don’t Worry Darling” – La Recensione: Come sprecare delle buone premesse

Don’t Worry Darling è il nuovo film dell’attrice-ora-regista Olivia Wilde, alla sua seconda esperienza con la cinepresa, dopo aver diretto “Booksmart” (2019). Il suo secondo film è prodotto dalla New Line, e distribuito in tutto il mondo dalla Warner Bros.

La pellicola sbarcherà nelle nostre sale a partire da questo giovedì, 22 settembre.

“Don’t Worry Darling”: la sinossi del film e la bufera interna

Don’t Worry Darling, sin dall’inizio in piena medias res, ci presenta una serie di coppie che vivono felici in un colorato villaggio, stile “Palm Springs”, chiamato “Victory”, dove abita anche la famiglia Chambers: Alice (Florence Pugh) è felicemente sposata con Jack Chambers (Harry Styles), ed entrambi, come anche tutte le altre famiglie del vicinato, trascorrono la classica vita “to good to be true”, votata all’obbedienza e ad una strana declinazione del concetto di fedeltà: i mariti lavorano con impegno e regolarità e le mogli si occupano di mantenere la casa e i loro uomini. Ma quando una delle donne comincia a comportarsi in modo strano, è allora che per Alice l’utopia si trasforma in un vero e proprio incubo.

Come può accadere spesso nella realtà in cui viviamo oggi, il film è stato, purtroppo, al centro di una fuga di notizie, e di un dibattito che ha sciolto le briglie di migliaia di utenti online, dopo la divulgazione di varie vicissitudini in sede di produzione, che ha portato, stando a quest’ultime, alla modifica di vari elementi, dalla sceneggiatura al cast. Sebbene questa non sia propriamente la sede adatta ai Gossip di vario genere, indubbiamente ci si chiede se il prodotto finale, che si presenta davanti a noi, di fatto corrisponda al draft iniziale della pellicola.

Al di là dei pettegolezzi, che lasceremo al mondo di Twitter, ciò che viene proiettato a schermo è quello che rimarrà nel tempo, ed è quello di cui vi parleremo oggi.

Poca originalità e interpretazioni limitate

Don’t Worry Darling ha senza dubbio delle premesse di base piuttosto interessanti, che avrebbero potuto far nascere un ottimo thriller psicologico, quella classica narrazione che ha l’obiettivo di indurre lo spettatore ad interrogarsi di continuo sulla tangibilità di ciò che il protagonista sta vivendo: purtroppo, però, il film non è niente di tutto questo; il design stile anni 50 della comunità di Victory, però, è realizzato in modo estremamente preciso, ed entra in perfetta sintonia con i costumi e con la scelta della musica.

Sin dal primo, e piuttosto fulmineo, momento in cui la protagonista, Alice, ha l’impressione di non trovarsi dove crede di essere, il film cambia radicalmente ritmo, trasformandosi in un raffazzonato episodio di Black Mirror colmo di filler, con uno studio superficiale dei suoi personaggi e delle singole sequenze.

La pellicola è estremamente derivativa, e cerca in tutti i modi di risollevare una sceneggiatura debole attraverso varie soluzioni e trovate narrative già adottate dalle opere che di questo genere ne sono i capostipiti; ovvero adottate da quei film che le hanno rivisitate e proporzionate alla loro specifica tematica.

La regia di Olivia Wilde non riesce a spiccare, nonostante il suo (probabile) intento di esprimersi attraverso un linguaggio ben definito, risultando alla fine piatta, anonima, per niente comunicativa, in più sequenze noiosa e in alcune persino da mal di mare.

Per quanto possa brillare, la prestazione di Florence Pugh (ormai senza dubbio la Star del momento) è tanto limitata da un senso di ripetitività delle sequenze nel primo e secondo atto della pellicola: ogni singola scena, ogni singola nuova “scoperta” da parte della nostra protagonista ha una sorta di trama verticale a sé stante, ma in un senso tutt’altro che positivo: manca, infatti, un principio di costruzione drammatica che unisca, come a formare un puzzle, le varie scene, per giungere, infine, alla “grande” rivelazione; manca, in parole povere, la giusta attenzione da rivolgere ad un certo tipo di scene ed il giusto tempo da dare allo spettatore per riflettere, immagazzinare e, per che no, dubitare insieme alla protagonista.

Accanto a Florence Pugh, Harry Styles fa il suo debutto, per lo meno da co-protagonista, sul grande schermo, ed offre una prestazione anch’essa vittima della sceneggiatura, che rende la sua recitazione scarsa di valore emotivo, e piena, invece, di urla isteriche e quasi insopportabili; Chris Pine, invece, che interpreta Frank, il misterioso uomo dietro all’intero progetto “Victory”, si mostra perfettamente in parte, nonostante la sprecata opportunità di più interazioni con la Alice di Florence Pugh, con la quale condivide una straordinaria chimica (tensione).

In Conclusione

Più il film va avanti, più la storia si fa sempre più prevedibile e ovvia, e porta ad un finale senza alcun tipo di “effetto-sorpresa”.

La tematica che circonda l’intera opera, per quanto importante e forte (seppur facilmente evidenziabile già dalle prime scene), non riesce a solidificarsi neppure sul finale che, concludendo in maniera brutalmente anti-climatica la pellicola, si riduce ad una esile macchietta, rendendo Don’t Worry Darling una sorta di inno al femminismo superficiale e mal-confezionato, che lascia complessivamente lo spettatore con più domande che risposte.

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Guglielmo Tamburino

Guglielmo Tamburino

Fan Marvel ed amante seriale di cinema in ogni sua forma e genere. Oltre ad una profonda devozione al Maestro Quentin Tarantino, il mio gusto è stato fortemente influenzato dal tocco di François Truffaut e dalla genialità di Sam Raimi.

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