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Amazon, censurata la ricerca di più di 150 parole LGBTQ+ negli Emirati Arabi Uniti

Amazon ha limitato la ricerca di molti prodotti e articoli a tema LGBTQ negli Emirati Arabi Uniti. La decisione del colosso americano arriva dopo le pressioni del governo dello stato arabo, che ha minacciato l’azienda di prendere provvedimenti se questa non si fosse mossa entro venerdì.

Di fatto, negli Emirati Arabi l’omosessualità è un crimine e, anche se non è chiaro in cosa sarebbero consistiti questi provvedimenti, l’importante azienda americana ha comunque introdotto delle limitazioni all’inventario e alla ricerca dei prodotti. La dichiarazione di Nicole Pampe, una dei portavoce dell’azienda, in merito alla questione è la seguente:

“Come azienda, ci impegniamo alla diversità, l’equità e l’inclusione, e crediamo che i diritti delle persone LGBTQ+ debbano essere protetti. Con le filiali Amazon in tutto il mondo, dobbiamo anche attenerci alle leggi e regolazioni locali dei paesi in cui operiamo”

Perciò da adesso, sulla versione dello stato arabo del sito di Amazon, la ricerca di più di 150 parole chiave relative al tema LGBTQ porta sempre a risultati limitati o alla frase “nessun risultato”. Tra le parole bloccate troviamo: la parola “LGBTQ” affiancata ad altre, “pride”, “gay non dichiarato”; ma anche prodotti e titoli specifici di libri che contengono le parole chiave (come “bandiera transgender”, “spilla queer” o “chest binder”) sono stati nascosti dai risultati.

amazon pride lgbtq+

La poca coerenza di Amazon e delle altre grandi aziende tecnologiche

Non è la prima volta che il colosso americano si ritrova a dover dare spiegazioni delle sue azioni poco coerenti nei confronti della comunità LGBTQ+. L’azienda è stata accusata dagli organizzatori del Pride di Seattle, famoso evento tenutosi lo scorso weekend, di sostenere con donazioni finanziarie (gli organizzatori parlano di più di 450.000$) diversi politici notoriamente contro i diritti della comunità, tra cui quelli che nel 2020 votarono contro l’Equality Act.

Il direttore esecutivo dell’organizzazione no profit del Pride di Seattle ha detto di aver rifiutato la sponsorship della nota azienda all’evento, e anche la sua offerta di 100.000$ dollari fatta per introdurre alla parata alcuni dettagli che avrebbero messo in risalto la partecipazione dell’azienda, tra cui il cambio del nome della parata in “Seattle Pride Parade presentata da Amazon”.

Le restrizioni applicate da Amazon negli Emirati Arabi Uniti dicono molto sui compromessi che le aziende tecnologiche sono disposte a fare per poter comunque operare nei paesi più restrittivi, anche dopo aver fatto di tutto per dimostrare di essere favorevoli alla libertà di espressione nel proprio paese. Bastano pochi esempi per confermare ciò: Netflix ha eliminato alcune serie in Arabia Saudita e applicato la censura in Vietnam e Apple conserva i dati dei clienti sui server cinesi nonostante il paese sia noto per la sua politica problematica in quanto alla conservazione dei dati e alla privacy.

Fonte: The New York Times

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