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YouTube: perché i video per bambini seppelliscono i content creator

YouTube è una piattaforma che, da qualche anno a questa parte, continua a innovarsi in modo sempre più crescente. Recentemente infatti sono anche stati aggiunti gli “YouTube Shorts”, una risposta ai Reel d’Instagram e a TikTok.

Ma dietro la rilucente apparenza, YouTube si è davvero innovata oppure col tempo ha solo peggiorato le cose? Per chi è diventata migliore YouTube, per i creatori di contenuti o per le grosse aziende?

YouTube: Dall’essere alla portata di tutti alla portata di pochi.

Immaginate di essere un creatore di contenuti su YouTube che porta un contenuto che richieda un lavoro particolarmente impegnativo tra produzione e post-produzione, come per esempio i cosiddetti saggi formato video su un particolare tema, i vlog animati oppure delle recensioni mostrando anche immagini del prodotto recensito.

Se prima era possibile fare questo tipo di video e forse guadagnarci se c’era una partnership con qualche network o con YouTube stessa, bastava magari fare qualche video al mese per poter soddisfare le esigenze del sito. Invece ora difficilmente chi fa questi video può guadagnare con YouTube, ma deve affiancarsi anche a piattaforme come Patreon, Twitch, OnlyFans (si, non ci sono solo contenuti libidinosi) o sui social di Meta oppure a sponsorizzazioni. Come mai?

La risposta è forse quella più nota: Adpocalypse. Con questo evento si indica un esodo da parte delle aziende pubblicitarie che non volevano essere affiliate a dei contenuti che loro non ritenevano adatti. Come ha risposto YouTube in merito? Dando un giro di vite ai parametri per la monetizzazione dei video, dando luogo al tanto temuto “bollino giallo”, visibile solo ai proprietari del canale dei suddetti video, che si traduce in “Monetizzazione Limitata” oppure il “bollino rosso”, traducibile in “Nessuna Monetizzazione“.

Sembra effettivamente qualcosa di sensato e corretto, no? Una persona dice cose alquanto discutibili in un video e non dovrebbe poterci guadagnare. Sulla carta è corretto, ma nella pratica si traduce in “tenere un linguaggio adatto a tutte le famiglie” quindi perfino usare un linguaggio più “terra terra” viene punito con restrizioni sulla monetizzazione.

Ultima tra le restrizioni più note è stata quella inferta da YouTube che ha infranto la cosiddetta legge COPPA, una legge americana che, in sostanza, impone a YouTube di cercare di tutelare maggiormente i minori impedendo la raccolta dei dati per gli inserzionisti, disabilitando la sezione commenti sotto ai suddetti video indicati come per bambini e segnalando i video che potrebbero essere adatti ai bambini come tali, ovviamente seguendo il ragionamento di un’Intelligenza Artificiale: “Se c’è dell’animazione, sarà sicuramente per bambini“.

Queste restrizioni potrebbero sembrare qualcosa da poco, ma in realtà causano più danni visto che un video giudicato poco consono ai vari inserzionisti viene consigliato di meno e appare di meno nei video correlati. Ma non finisce qui la faccenda, visto che anche la pubblicazione dei video è diventata più dura.

Un triathlon che in pochi possono permettersi

Ora solo i grossi creatori di contenuti potrebbero permettersi di pubblicare un video al mese, visto che ora l’intelligenza artificiale che gestisce YouTube (chiamata erroneamente “algoritmo” da molte persone) è stata tarata su chi riesce a pubblicare un video o più al giorno.

E chi è che può pubblicare con così tanta frequenza? Chiunque riesca a scrivere, registrare e montare un video in un singolo giorno, quindi principalmente aziende che fatturano abbastanza soldi da potersi permettere un team di montatori e soprattutto che detengono i diritti su quello che pubblicano, evitando seccature con il copyright. Molto comuni sono infatti le clip tratte da spettacoli televisivi pubblicate integralmente da canali televisivi su YouTube, ma soprattutto sono comuni anche altri tipi di video che possono essere riassunti come “intrattenimento per famiglie”.

È cosa nota che YouTube sia usato anche da bambini e da famiglie con bambini che guardano ore e ore di contenuti fatti da aziende per farli divertire. Quindi altre aziende hanno deciso di ricamarci un business, creando contenuti facili e colorati, tra cui anche una tipologia di video che spopola sugli altri social network ovvero i “Life Hack”, tipologie di video che mostrano trucchi per semplificare la vita, oppure delle ricette video in timelapse, che talvolta, ma non sempre, mostrano azioni che potrebbero risultare pericolose: Esempio fra tutti è un “Life Hack” su come cucinare un uovo in camicia utilizzando un microonde che ha causato varie ustioni a chi ha voluto provare questo tipo di trucchetto.

Content Farm

YouTube sulla carta dovrebbe punire questo tipo di canali, chiamati “content farm” poiché coltivano contenuti fatti apposta per essere fruibili dalle intelligenze artificiali dei social network, ma non prende misure vere e proprie, lasciando che questa tipologia di canali possano accumulare milioni di visualizzazioni.

“Ma non dovrebbero causare così tanti problemi, sono rivolti a una categoria di persone diversa”. Non proprio: Quante volte è capitato sott’occhio nei video correlati, nelle tendenze o nei video della home, qualcosa di destinato a un pubblico molto più giovane? Frequentemente?

Quindi gli effetti di questo tipo di aziende creatrici di contenuti, siano questi per famiglie o meno, vanno a intaccare i creatori di contenuti che non possono permettersi un team come le aziende più grosse che si ritrovano così davanti a tre scelte:

  • Ridurre l’attività su YouTube, talvolta anche chiuderla del tutto, e concentrarsi di più su altri social, come per esempio Twitch.
  • Assumere personale per creare più video al mese, talvolta alterando il linguaggio utilizzato censurando improperi di varia natura.
  • Dover inserire sponsorizzazioni nei propri video.

Le ultime due opzioni sono quelle più popolari, la seconda specialmente per i canali più grossi.

In conclusione, ora YouTube nonostante le apparenze, vuole spingere i creatori di contenuti più alla quantità con standard qualitativi piuttosto bassi (dimostrato anche dall’aggiunta dei cosiddetti “Shorts“) rispetto a un maggiore impegno nei contenuti ma un minore quantitativo di video nel corso di un mese. Se fino a qualche tempo fa l’idea di una persona che pubblicava più video in un giorno sembrava assurda, ora sembra essere quasi uno standard da raggiungere.

Commodoriani, fateci sapere la vostra opinione su questa situazione scrivendo un commento.

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Marco Tilloca

Marco Tilloca

Nato nel '96, questo baldo giovane passa il giorno e la notte alla ricerca di notizie su film, serie tv e anime. Nel tempo libero posta amenità sui suoi social.

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