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In Cina sono state chiuse 14mila aziende di videogiochi

Si sa ormai da tempo come la Cina abbia delle regolamentazioni piuttosto severe per quanto riguarda i contenuti all’interno dei vari media d’intrattenimento. Inoltre, il Paese non ha mai esitato ad applicare azioni più che radicali, per fare in modo che tematiche ostili alla propria politica non vengano diffuse al pubblico cinese.

A dicembre del 2021 la Cina ha bandito la versione globale di Steam, la nota piattaforma di Valve distributrice di numerosi titoli per PC, andando a tagliare una porzione decisamente elevata di consumatori. Nonostante ciò, la presenza di VPN potrebbe comunque salvare su questo fronte i videogiocatori cinesi, ma ulteriori misure imposte dal governo sembrano andare a colpire ancora più duramente e in profondità il mercato videoludico della nazione.

Secondo un articolo pubblicato sul South China Morning Post, dopo aver smesso sin dall’estate scorsa di approvare la pubblicazione di videogiochi nel Paese, un totale di 14mila imprese, tra studi di piccole dimensioni e compagnie legate ai videogiochi, si sono ritrovati a chiudere i battenti.

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La Cina contro i videogiochi

Secondo la legge cinese, gli sviluppatori di videogiochi necessitano di una licenza per poter introdurre i propri nuovi titoli nei vari store, come ad esempio quello appartenente ad Apple. La NPPA, ente che si occupa di approvare i videogiochi e rilasciare poi le licenze per le pubblicazioni, ha interrotto le sue funzioni sin da luglio 2021.

Di norma l’ente dovrebbe rilasciare alla fine di ogni mese una lista di titoli a cui è stato dato il permesso di essere lanciati sul mercato, ma ciò non sembra avvenire da diversi mesi. Si tratta di una delle sospensioni più lunghe avvenute nel Paese, avvicinandosi a quella di nove mesi avvenuta nel 2018. E chiaramente, tutto ciò va a ripercuotersi sui lavoratori e gli stessi studi di sviluppo e publishing, risultando nella chiusura di un numero enorme di attività.

Come riportato dal Securities Daily, da luglio sono state registrate circa 14mila imprese fallite, che vanno ad aggiungersi ad altre 18mila svanite nel corso del 2020. Alcune aziende più grandi, come TikTok e Baidu, hanno dovuto licenziare diversi membri appartenenti ai loro settori videoludici, mentre Tencent e NetEase hanno iniziato da tempo a inserirsi nei mercati esteri, con nuove acquisizioni e la costruzione di altri studi in nazioni esterne all’influenza della Cina.

La NPPA non ha provveduto a dare spiegazioni in merito a questa sospensione, e neanche notizie su quando essa avrà termine. Probabilmente si tratta di una conseguenza dovuta alla decisione di ridurre significativamente le ore di gaming dei giovani cinesi, effettuata diversi mesi fa dal Presidente Xi Jinping.

Credete che il settore videoludico sia eccessivamente bistrattato in Cina? Dopotutto, si tratta di un’industria in continua crescita nel resto del mondo, e decidere di non sfruttarla potrebbe non essere un’idea poi così saggia. Diteci la vostra opinione in un commento.

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Marina Flocco

Marina Flocco

Fruitrice seriale di videogiochi, anime, manga, tutto ciò che è traducibile dal giapponese.

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