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Rivoluzione green, ma a quale costo?

La rivoluzione green basata su fonti rinnovabili e sull’elettrico sta piano piano rimpiazzando il petrolio e il gas come materie prime con una nuova necessità globale: i minerali e i metalli necessari per la costruzione delle batterie per macchine elettriche, pannelli solari, e altre forme di energie rinnovabili.

Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, nella quale viene estratto all’incirca due terzi delle riserve mondiali di Cobalto, per esempio, sta raggiungendo a livello globale una posizione simile a quella che al momento possiedono stati come l’Arabia Saudita e tutti quelli stati che sono diventati ricchi grazie alle risorse petrolifere.

Ovviamente è poi in corsa una gara tra Stati Uniti e Cina per garantirsi una fornitura continua delle suddette risorse, con ampi risvolti futuri negativi nel raggiungimento dell’obbiettivo condiviso di proteggere il pianeta. Insomma, ecologisti sì, ma senza mai lasciare prima gli interessi economici.

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Due delle maggiori riserve di Cobalto in Congo sono state vendute nel 2016 da un colosso minerario statunitense a un conglomerato cinese, segnando così l’abbandono di una presenza da parte degli Stati Uniti all’interno delle riserve di Cobalto presenti in Congo.

La Cina ha finanziato una serie di acquisti di miniere in Congo, assicurandosi quindi una catena di approvigionamento chiave

Negli ultimi anni, 15 delle 19 miniere di Cobalto presenti in Congo erano possedute o finanziate da compagnie cinesi, secondo un’analisi dei dati. Le compagnie hanno ricevuto almeno 12 miliardi di dollari in prestiti e in altre forme di finanziamento da parte di istituzioni parastatali, ed è probabile che la cifra reale sia ancora più grande di quella ufficiale.

La Cina oltretutto è di fronte ad una delle più gravi crisi energetiche della sua storia

La cinque più grandi compagnie minerarie cinesi in Congo che si concentrano sull’estrazione di Cobalto e Rame hanno anche usufruito di linee di credito da banche cinesi parastatali per un totale di 124 miliardi di dollari.

L’aumento di produzione e raffinamento del Cobalto da parte delle compagnie cinese ha aiutato a compensare l’aumento della domanda globale della materia prima. Ma almeno una dozzina di lavoratori e appaltatori della miniera Tenke Fungurume parlando con il Times hanno confidato come il cambio di proprietà ha portato ad una diminuzione drastica degli standard di sicurezza e un aumento ancora maggiore degli infortuni sul lavoro, la maggior parte dei quali oltretutto neanche riportati alla dirigenza.

La corsa al futuro

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I partecipanti nel settore della rivoluzione green si ritrovano sempre di più invischiati in un circolo di sfruttamento e avidità nei confronti di queste risorse. Al centro di questa corsa alle risorse c’è ovviamente l’accaparramento della risorsa più importante, il Cobalto.

Chi ovviamente ne subisce di più l’impatto ambientale e sociale di queste politiche di sfruttamento minerario? Il Congo stesso. Lo stato africano sta cercando di riscrivere i contratti minerari con le aziende cinesi, grazie anche ad un aiuto finanziario da parte degli States, e tutto ciò fa parte di un’operazione su più larga scala per combattere la corruzione in Congo.

Lo stato sta anche valutando come le promesse fatte dalle aziende cinesi di costruire strade, scuole e ospedali e altre infrastrutture siano effettivamente mantenute. La Cinese Molybdenum, uno dei colossi minerari, è inoltre accusata di star trattenendo i pagamenti al governo riguardo una delle miniere.

Rivoluzione green, non tutto è oro quello che luccica

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Come è possibile leggere in questo articolo, per quanto la rivoluzione green e la decarbonizzazione siano un passo nella giusta direzione, ma non è tutto rose e fiori, e a rimetterci spesso sono stati come il Congo, che essendo uno stato del terzo mondo, con un alto tasso di corruzione, non può permettersi di giocare ad armi pari con superpotenze come la Cina e gli Stati Uniti.

E con l’aumento della domanda di risorse rare come il Cobalto, di cui appunto la maggior parte delle riserve si trova in Congo, si creano dei paradossi, per cui, per inquinare meno noi stati occidentali andiamo però a distruggere l’ecosistema di altri stati, che non hanno neanche la possibilità di contrattare, e di conseguenza si trovano sfruttati.

Sfruttamenti che partono dalla distruzione di intere città perché costruite al di sopra di giacimenti di Cobalto, o ancora peggio riguardo lo sfruttamento di lavoro minorile. Come segnalato da Amnesty International:

secondo le ultime stime* sono circa 40.000 i ragazzi e le ragazze minorenni impegnati nelle miniere del sud della Repubblica democratica del Congo. Molti di loro lavorano nelle miniere di cobalto, prezioso minerale utilizzato per la produzione di batterie ricaricabili utilizzate per i nostri cellulari, tablet, computer e altri dispositivi elettronici.

Amnesty ha lanciato una campagna di raccolta firme per fermare il lavoro minorile all’interno delle miniere di Coltan e Cobalto, nella quale potete leggere i loro resoconti e firmare nella seguente pagina.

Ferma il lavoro minorile nelle miniere di cobalto del Congo – Amnesty International Italia

Fonte: NYTimes

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Paolo Carnevale

Paolo Carnevale

Appassionato di tecnologia in generale, fotografo per passione, informatico per mangiare

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