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Strappare lungo i bordi: la recensione della serie animata di Zerocalcare

Si comincia con una risata ma alla fine fa anche riflettere e di brutto: disponibile dal 17 novembre su Netflix, Strappare Lungo i Bordi è la serie animata di Zerocalcare. Disegnata, scritta e diretta da lui.
Michele Rech, in arte Zerocalcare, è un fumettista italiano autore di graphic novel come La Profezia dell’Armadillo e i recenti Scheletri e A Babbo Morto.

Strappare lungo i bordi è il viaggio attraverso la coscienza  e il senso d’inadeguatezza di Zerocalcare ma che almeno una volta nella vita proviamo tutti, accompagnati sempre da ansie e paure che ci intrappolano e ci costringono a rimanere fossilizzati sulla stessa cosa nell’attesa che qualcosa cambi anche se alla fine non cambia niente, a meno che non lo facciamo cambiare noi.

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La storia parla principalmente di Zerocalcare in viaggio in treno con Sarah e Secco, i suoi classici e fedeli compagni d’avventura. Nel corso di questo trip ci sono ricordi del passato, legati all’infanzia dell’autore e alle sue vicende scolastiche, fino ad arrivare a riflessioni intime volte a chiedersi cosa scaturisce la sensazione d’inadeguatezza nei confronti della propria esistenza. 

A narrare le vicende è lo stesso Zerocalcare, che doppia tutti i personaggi a eccezione dell’armadillo, doppiato da Valerio Mastrandrea, la coscienza pungente che trascina Zerocalcare sempre in un mondo creato nella sua testa, costruito da mattoni fatti di ansia e insicurezze che messi l’uno sull’altro formano un muro di paranoie che l’autore non riesce a buttare giù.

L’articolo potrebbe contenere SPOILER della serie 

Ogni capitolo della storia è il pezzo di un puzzle che si completa in sei puntate e permette al protagonista di fare un passo indietro per ammirare da lontano il risultato, sorprendendolo e sorprendendo a sua volta chi la guarda perché un finale del genere è totalmente inaspettato.

Zerocalcare riconosce di essere cintura nera nello “schivare la vita”, disciplina olimpionica creata nella sua testa insieme alle altre mille paranoie rocambolesche costruite in maniera egregia, mettendo davanti ai suoi occhi da una parte uno scenario negativo e dall’altra uno ancora più negativo, esasperando la sua vita e paragonandola sempre a situazioni catastrofiche in cui molti di noi si ritrovano spesso e volentieri, soprattutto se viviamo una vita all’insegna della negatività perché alla fine partire negativi è sempre un vantaggio per non rimanere delusi da niente.

“Sei solo un filo d’erba in un prato, non ti senti più leggero?”

Zerocalcare ci porta come delle pedine sulla prima casella del puzzle: la sua infanzia.

Cresciuto tra i banchi di scuola con una strana fissazione, ovvero la costante paura di deludere tutto e tutti a partire dalla sua maestra, comincia a costruire quel muro di insicurezze che lo porta ad una sorta di esasperazione nella sua piccola testa, finchè Sarah non pronuncia quattro parole in croce che lo riportano con i piedi per terra:

“Ma non ti rendi conto di quanto è bello non portare il peso del mondo sulle spalle? Sei solo un filo d’erba in un prato. Non ti senti più leggero?” 

Forse è proprio questo che per un momento fa sgomberare la sua testa, la presa di coscienza che lo aiuta a realizzare che non gira tutto intorno a lui, non deve trascinare niente e nessuno sulle sue spalle, tranne le paranoie e il senso di inadeguatezza con cui ormai condivide la propria vita. Vorrebbe vivere come Secco, sempre con la stessa domanda sulla lingua e la preoccupazione del niente, tranne quella di prendere ogni volta che ne ha voglia, un gelato. 

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Quando cresci, i problemi crescono con te

Zerocalcare continua ad affiancarci e a raccontarci cosa succede nella sua vita dopo la scuola, cammina accanto a noi e tra una battuta in romano che ci fa anche ridere e una riflessione profonda che ogni tanto punge per ricordarci che anche noi siamo in grado di provare empatia, ci porta verso i suoi trent’anni.

La paura di non trovare mai il proprio posto nel mondo è costante, come un campanello che ci ricorda sempre che il tempo passa e lo fa molto velocemente: un giorno hai diciotto anni e quando chiudi gli occhi per un attimo, li riapri e ne hai trenta. E ti rendi conto che la vita non ha scadenze ma in qualche modo tu ce l’hai e devi sbrigarti perché gli altri ti passano davanti e neanche te ne accorgi, con quella fretta che ti spinge sempre verso il baratro dell’ignoto.

Zerocalcare però ci parla anche di Alice.

Possiamo definire quello che c’è tra loro un amore platonico, sempre a rincorrersi ma destinati a incontrarsi nel momento sbagliato e nel luogo sbagliato costretti a rimandare sempre quel qualcosa che fin da ragazzini non sono riusciti a gestire.

Sarah invece, vuole fare l’insegnante e ha piani ben scritti nero su bianco, un po’ come tutti quelli che hanno bisogno di programmare la propria vita per seguire una linea immaginaria creata per non perdere di vista gli obiettivi. Basta solo strappare lungo i bordi, ma cosa succede se strappi un pezzo di carta e non riesci più a seguire la linea tratteggiata? Non si può tornare indietro ma si può cercare di tornare, con grande fatica, alla linea prevista.


Lavoro, indipendenza e regni 

Quando sei piccolo cominci a pensare al tuo futuro e pensi che una volta arrivato a trent’anni, come per magia, riesci a sistemarti. La vita però si diverte a cambiare i piani e ti ritrovi a trent’anni senza lavoro, con una pila di curriculum da distribuire e nessuna chiamata in arrivo. Zerocalcare è intrappolato in un loop infinito in cui il lavoro scarseggia, nessuno lo chiama e il suo Armadillo non ha mai una parola di conforto nei suoi confronti e gli ricorda sempre che scappare dai problemi per non affrontarli non lo aiuterà a farli sparire ma solo a farli crescere.

Andare via di casa crea la tua indipendenza, ma indipendenza vuol dire anche sapersi gestire e per il protagonista è già difficile gestire il caos che ha in testa, non è in grado di gestire anche quello che sta fuori. L’accatastarsi di roba sul divano e sul tavolo è simile all’accatastarsi di emozioni contrastanti che ha nella sua testa. I fili intrinsecati nella stanza sono molto simili al groviglio di pensieri che gli affollano la mente, i quali non riesce a districare e mettere in ordine, così li lascia in un angolo con la speranza che un giorno si mettano in ordine da soli.

Zero è in grado di sostenere i problemi del mondo sulle spalle anche fisicamente, imbattibile nell’aiuto pratico ma un disastro nel sostegno emotivo, ecco perché nel momento in cui le cose cominciano a prendere una piega diversa fa quello che ritiene più giusto: scappare e prendere la via più facile.

“Lo sai perchè stai a parlà sempre de sto freddo, sì?”

Calcare però, sempre fianco a fianco, porta lo spettatore verso la meta di questo viaggio che sembra essere quasi arrivata. L’armadillo non è solo la sua di coscienza, è un po’ anche la nostra. Cercare di spostare l’attenzione su qualcos’altro ci permette solo per poco di nascondere quello che realmente ci attende. Le preoccupazioni, le insicurezze, i problemi, le paranoie e le ansie che ci intrappolano sono i numerosi coinquilini che ci siamo creati nella testa e che non pagano neanche più l’affitto, perché sono così radicati che non hanno più nessuna intenzione di andarsene.

Forse è proprio questo il momento in cui si passa dal ridere al ridere amaramente fino ad arrivare perfino al piangere. 

Il viaggio in treno è la metafora del viaggio dello spettatore, destinato alla fine a raccogliere una lacrima perché non era semplicemente pronto, così colto alla sprovvista sente quell’empatia e quella voglia di abbracciare il protagonista e dirgli “va tutto bene, non è colpa tua”. 

Ci sentiamo parte di quel dolore che provano i tre protagonisti, ognuno dei tre lo affronta in maniera diversa cercando, almeno nell’ultima puntata, di non trovare una risposta ma di accettare semplicemente quello che accade, di accettare il corso degli eventi e di continuare a strappare lungo i bordi. Se il foglio si strappa un po’ di più senza riuscire a tornare indietro, alla fine è giusto ricordare che “tutti i pezzi di carta alla fine so’ boni pe scaldasse”.


Zerocalcare trova una certa maestria nel trascinare chi guarda Strappare Lungo i Bordi in un turbinio di emozioni che va dalla risata basata su fatti quotidiani in cui ci ritroviamo spesso e volentieri, fino ad arrivare a tematiche profonde che ci fanno riflettere intensamente sul perché, senza riuscire a motivare una risposta che abbia un senso, un vero e proprio senso a quello che succede forse perché in fondo non tutto deve necessariamente averlo.

Michele riesce a fare tutto questo in sei puntate, provocando un’escalation di emozioni che porta lo spettatore a godersi ogni singola puntata e assaporare ogni aforisma e citazione anni ‘90 presente nella serie ma allo stesso tempo gli lascia anche un brivido lungo la schiena simile ad una scossa che lo riporta con i piedi per terra. 

VOTO: 8,5

Trailer: Strappare lungo i bordi, la serie di Zerocalcare

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Cristina Nifosi

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Cristina, 24. Ho una crush infinita per Chris Evans.

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