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Approfondimento Videogames

Katamari Damacy e la voglia di tornare bambini: nostalgia di un mondo surreale

Katamari Damacy copertina

“No…Non era un sogno. L’abbiamo fatto per davvero, il Re del Cosmo l’ha fatto davvero. Un cielo pieno di stelle…L’abbiamo distrutto.”

La prima volta che ho visto Katamari Damacy è difficile da ricordare, so solo che risale agli anni delle scuole elementari. Probabilmente ero da un amico con la PlayStation 2 e me lo ha fatto conoscere dicendomi che gli piaceva un sacco ma non poteva averlo, o forse l’ho visto in qualche rivista di videogiochi. Qualunque sia stata la coincidenza che me lo ha fatto conoscere, questo gioco è rimasto nella mia mente per molto tempo.

Non avendo una PS2 l’ho lasciato in qualche angolo buio dei miei pensieri a prendere polvere per parecchi anni, fino a quando nel 2018 non è uscito Katamari Damacy REROLL su Steam facendomi ripensare al desiderio di provarlo nella sua coloratissima stranezza. Purtroppo, l’ho recuperato solo quest’anno approfittando degli sconti del caso e del lockdown, ma forse più che un “purtroppo” è un “per fortuna”, perché tutti quei colori e tutta quella spensieratezza hanno reso questo periodo più dolce. O meglio, se dovessi usare poche parole per definire questa esperienza, un tuffo in una “nostalgia agrodolce”.

Katamari Damacy copertina minimal verde

Katamari Damacy, storia di una nostalgia kawaii

“Wow, la Terra è davvero piena di cose.”

Alla prima accensione Katamari Damacy si rivela proprio ciò che ci si può aspettare dalla copertina: un’esperienza quasi-nonsense, decisamente surreale, che ti porta a esplorare il mondo, visto ovviamente nella terra del Sol Levante, senza alcuna storia complessa e senza personaggi particolarmente approfonditi, da vivere a cuor leggero.

Del resto, l’unica cosa che si capisce dall’incipit – di cui potete leggere citate le prime parole all’inizio dell’articolo, e di cui ne leggerete altre in seguito – è che il Re del Cosmo accidentalmente ha distrutto tutte le stelle nel cielo e tu, il Principe, dovrai ricrearle una ad una. Come? Raccogliendo oggetti del mondo con una sfera appiccicosa.

Katamari Damacy Reroll copertina

Il titolo Katamari Damacy lo spiega in maniera molto semplice: katamari, infatti, significa “agglomerato” o “aggregato”, mentre Damacy è una scrittura alternativa-occidentale di tamashii o “anima”. La scrittura in kanji, visibile anche nella box art per PS2, attribuisce ulteriore bellezza a questo titolo bizzarro: 塊魂, simboli estremamente simili tra loro.

Dunque, ecco che iniziamo da una piccola casa (più precisamente, sotto un tavolo) a raccogliere oggetti di piccole dimensioni come le puntine, per poi passare a dadi, gomme, matite, crescendo gradualmente a topi, palle da golf e così via. I primi livelli già ci pregustiamo ciò che sarà l’intero gioco: creare Katamari per il Re in un tempo limite.

Ma alla fine di ogni scenario il Re vorrà altri agglomerati, altre stelle. Come un bambino che dice “Ancora, ancora”, noi minuscoli principi abbiamo l’incarico di diventare grandi, in dimensione e anche mentalmente parlando, per rendere felice un grande bambino piagnucolone.

“Sì, siamo stati cattivi. Decisamente cattivi. Molto, molto dispiaciuti. Ma che rimanga tra me e te, è stato bello. Non che possiamo ricordare tutto vividamente, ma eravamo tutt’uno con la Natura. Sentivamo la bellezza di tutte le cose e amavamo tutto.”

E nel pentimento del Re, siamo davvero noi a prenderci carico di tutto.

Katamari Damacy Re del Cosmo che parla

La gioia e nostalgia nella musica e nel gameplay

La nostra missione di recuperare tutte le stelle continua inesorabile chiedendoci gradualmente di creare Katamari più grandi: dalle puntine passiamo alle monetine, poi a ragni, pesci, gatti, cani, mucche, statue, staccionate, recinzioni, persone, lampioni, alberi, case, aerei, gru, grattacieli, e si arriva alla fine raccogliendo addirittura isole intere.

Ogni oggetto raccolto, tra l’altro, si rifà al concetto ideale di “casa”, di città natale e di tutto ciò che ha caratterizzato la gioventù di chi ha vissuto nel periodo in cui Katamari è stato prodotto e rilasciato sul mercato. Piccoli villaggi che poi diventano luoghi esotici con festival, dove magari i giovani giapponesi si recavano d’estate; o ancora, tanti animali, Godzilla e Jumboman che lottano e così via.

Katamari Damacy Reroll re che parla al Principe

In questo progresso la spensieratezza fa da padrona: con pochi pulsanti nel nostro controller per manovrare il Katamari continuiamo a raccogliere tutti questi oggetti senza pensare più a ciò che ci preoccupa di più. E questo gameplay viene condito da due storie poco approfondite ma narrate con una dolcezza che, sotto uno sguardo più approfondito, poi si rivela solamente apparente. Ma è proprio l’apparenza che qua anche se inganna è forse il vero messaggio del gioco: come il Re e il Principe, anche se per motivi diversi, è ora di tornare bambini.

La prima canzone del gioco è Katamari on the Rocks, un pot pourri di funk ed elettronica che potrebbe tranquillamente rappresentare il gioco intero: la confusione di una corsa continua senza alcun senso apparente, proprio come nella mente di un bambino che passa il pomeriggio a giocare con mille giochi diversi. Il testo stesso è una sorta di flusso di coscienza dove non è possibile ritrovare un ordine d’alcun tipo. Si passa dall’inglese al giapponese, da una parola familiare a un’altra, come quando si cantano brani in lingua straniera di cui non si sanno le parole e si cerca di riprodurre suoni simili, sentendosi comunque bene.

A questa gioia incontrollabile, alquanto frenetica, vengono però contrapposte sensazioni più melanconiche.

Cherry Blossom Color Season (Cherry Tree Times) è forse il vero emblema di questo “tornare bambini”, di questa nostalgia per tempi che già a vent’anni sembrano distanti una vita intera. La spensieratezza di volere sempre più cose come il Re del Cosmo, la voglia di correre ed esplorare senza una vera meta come il Principe. Basta ascoltare l’inizio di questa canzone per immergersi in questo passato: un coro di bambini che canta come se niente fosse, riprendendo il “na na na”, il “la la la” e il “hm hm hm” canticchiato a bocca chiusa per mescolarli al mondo surreale dai colori vivaci.

Violini e chitarre, cantilene spensierate, melodie che definiscono quella “nostalgia agrodolce” che poi riappare in quella che posso tranquillamente definire come la mia canzone preferita di tutto il gioco, il brano che esprime quella malinconia sorridente di un mondo distante.

“Hai visto? Abbiamo fatto un sorriso sincero. Hai visto? Le stelle si frammentano in una bellezza perfetta. Ce n’erano così tante, è quasi una seccatura. Ora non c’è altro che oscurità. Questo, ma un sogno…bellissimo.”

Katamari Damacy Re del Cosmo che suona la chitarra

Siamo tutti Lonely Rolling Star

Lonely Rolling Star parla di due giovani innamorati, della cantante che sa bene quale sia la natura della propria dolce metà – ovvero girovagare in ogni luogo – e accetta la sua distanza, i suoi viaggi continui, nell’attesa che ritorni da lei.

“You’re lonely rolling star. Come on, never stop standing still! You’re lonely rolling star. Remember me, okay? You’re lonely rolling star. I can’t keep on waiting! You’re lonely rolling star. So face forward and keep going!”

Noi Principi alla fine siamo così, sulla Terra a compiere una missione delicata come riempire il cielo di stelle e ricreare le costellazioni. Eppure, è tutto così pieno di gioia, semplicità, spensieratezza. Questo gioco non è altro che pura felicità, se non addirittura serenità, che vive per sempre nei ricordi dell’infanzia, del giocare sempre e dell’immaginare continuamente. Come quando si giocava con i Lego o si ricreavano con tanti pupazzetti guerre immense nel nostro salotto.

Katamari Damacy creazione di un Katamari

Katamari Damacy è dunque anche tristezza: dal punto di vista del giocatore più innocente e spensierato è causata dalla nostalgia del passato, mentre secondo il creatore Keita Takahashi è dovuta dal fatto che il gioco riguarda “la società del consumo”:

“Volevo creare più oggetti. Se ci sono pochi oggetti, mi sento solo. Se ci sono più oggetti, renderanno le cose più colorate. Ma quando sono arrotolati, non ci sono più. Mi sentivo vuoto. Mi sento allo stesso modo riguardo alla società usa e getta. Penso di aver espresso con successo la mia posizione cinica nei confronti della società dei consumi creando Katamari – ma mi sentivo ancora vuoto quando gli oggetti erano spariti.”

Noi Principi quindi diventiamo soli, siamo davvero Lonely Rolling Star con il passare del tempo, forse? Catturate tutte le isole e ricreate le stelle, cosa resta della nostra missione e del mondo in cui abbiamo passato giorni a creare Katamari? Eppure, i minuti trascorsi a raccogliere tutti questi oggetti non sembravano così brutti.

Katamari Damacy Reroll Re del Cosmo

Un ricordo davvero agrodolce

“Quel miracoloso e favoloso momento è passato, è finito. Principe, sbrigati e riporta il glorioso cielo stellato.”

Ma queste considerazioni anticapitaliste non rendono giustizia all’esperienza vera e propria, anzi si notano soltanto una volta che essa è finita. È nella tristezza della conclusione, dell’aver vissuto la propria vita che ci si accorge di una miriade di dettagli più bui, e ciò non corrisponde a quello che è stato il tornare bambini per un attimo e vivere nell’assoluta, coloratissima, dolce spensieratezza.

Katamari Damacy resta l’incarnazione della gioia e stupidità dell’infanzia, l’innocenza che ci caratterizzava: se si distruggeva qualcosa come il Re del Cosmo, ci si pentiva e si piangeva ignari del peso che si poteva essere per qualcuno. Si viveva come capitava, correndo ovunque immaginando scenari impossibili in cui restare sospesi anche se per pochi minuti, prima di stancarci e viaggiare altrove.

Per me Katamari Damacy è dunque un luogo magico, un ricordo agrodolce che porterò con me ascoltando Lonely Rolling Star senza sosta, attendendo che la serenità e la spensieratezza tornino dal loro viaggio per creare altre stelle.

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L'autore

Francesco Santin

Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche, ex telecronista di Esports, giocatore semi-professionista e amministratore di diversi siti e community per i quali ho svolto anche l'attività di editor e redattore.

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