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The Dark Picture Anthology: Little Hope, recensione

I misteri in The Dark Picture Anthology: Little Hope ci portano nel periodo della caccia alle streghe

Che Dio abbia pietà per le vostre anime corrose dal Diavolo. A Little Hope non si respira un’aria tranquilla, le streghe sono tra noi e il demonio è in agguato. È questo il setting di The Dark Picture Anthology: Little Hope, il nuovo capitolo della serie antologica targata Supermassive Games, il quale riporta i giocatori a vivere una nuova avventura horror il cui obiettivo è sempre lo stesso: salvare i personaggi.

Il titolo prende a piene mani ciò che è stato svolto con l’opera precedente, limando alcuni aspetti legati alla personalità dei PNG, senza però stravolgere il gameplay basilare caratteristico delle produzioni del genere. Prima di addentrarci nella recensione, ricordiamo che ogni capitolo è slegato dall’altro e narra storie diverse abbracciando diversi aspetti folkloristici presenti nella storia dell’umanità; il prossimo capitolo, House of ashes, sarà ambientato in Medio Oriente e tratterà la mitologia sumera.

the dark picture anthology little hope cartolina

 

Sceneggiatura da rivedere, ma la narrazione soddisfa

Un autista sta trasportando tre studenti e due professori ma, durante il tragitto, la strada è bloccata dalla polizia; un agente invita l’uomo a deviare passando per Little Hope, e così accade. Tuttavia, durante il viaggio incorriamo in un incidente stradale e l’autobus viene ribaltato, facendo perdere i sensi ai nostri protagonisti. Al loro risveglio, però, l’autista risulta scomparso e inizia il loro viaggio alla ricerca di soccorsi.

La strada è buia, Little Hope è deserta, ma qualcosa non quadra. Nella desolazione c’è qualche strana presenza che accompagna i cinque personaggi durante tutto il loro percorso. Strana come l’insolita nebbia che li isola e impedisce loro di cambiare percorso: la città vuole guidarli dove vuole lei, come se fosse un’entità viva.

Un incipit che non di discosta dai soliti canoni presenti nei film horror moderni, una costante nelle produzioni Supermassive Games. Al netto del cliché, la storia, che ovviamente non posso raccontarvi, viaggia attraverso due epoche ben distinte e che continuano a fondersi e a interagire: il mondo presente, in cui i personaggi stanno cercando aiuto, e il 1692, anno famoso per l’inizio dei processi alle streghe di Salem. Il filo conduttore è Little Hope, protagonista degli eventi sia passati che presenti, nonché teatro di omicidi e fenomeni paranormali.

Il continuo contatto tra le due epoche storiche è fondamentale per il prosieguo della storia, poiché in qualche modo i diversi personaggi sono strettamente collegati e solo conoscendo la storia si può fare chiarezza sul presente. Ovviamente il viaggio non è per niente semplice e i nostri protagonisti dovranno fuggire da demoni persecutori, connessi sia a loro che ai condannati per stregoneria.

L’idea di fondo è molto interessante e l’interazione tra i diversi secoli è ben giustificata nel contesto narrativo. Tuttavia, grande pecca dello studio di sviluppo, è la sceneggiatura a tratti troppo stereotipata e che affievolisce la tensione che vivremo durante la nostra avventura. In particolare, alcune linee di dialogo provengono direttamente dalle basse produzioni horror americane, ma fortunatamente il talentuoso team di sviluppo riesce a farci passare sopra alla pochezza dei dialoghi grazie al setting e alle azioni tensive.

Più di questo non è possibile raccontare, anche perché il modello di gioco è fortemente incentrato sulla storia. Da menzionare la presenza di Will Poulter nel cast attoriale, il quale ha regalato una buona prestazione, ma non eccelsa.

Il gameplay è cambiato poco, quasi nulla

La sostanza è sempre la stessa, non ci sono cambiamenti radicali rispetto a quanto visto in Man of Medan. Il sistema di scelte – basato su testa o cuore – è la base del gameplay della The Dark Picture Anthology, sebbene in questo capitolo abbiano un peso maggiore rispetto alla storia precedente. Difatti, ogni opzione influenzerà in modo più marcato i tratti caratteriali dei nostri personaggi e in base al loro andamento la narrazione cambierà.

Oltre questo leggero approfondimento, però, l’unico vero cambio risulta nei Quick Time Event, semplificati rispetto a Man of Medan e decisamente in quantità superiore, forse per bilanciare il tasso di difficoltà molto basso, risultando un po’ troppo stucchevoli. Difatti, prima di premere i pulsanti a schermo, apparirà un’icona che ci dirà quale azione il personaggio compirà avvertendoci in tempo per il minigioco.

Non cambiano neppure le premonizioni, sbloccabili tramite la raccolta di alcune cartoline le cui raffigurazioni mostrano soggetti e avvenimenti legati alla caccia alle streghe. Anche i segreti, ovvero degli oggetti disseminati per le ambientazioni, sono presenti; si tratta di elementi chiave per approfondire la lore della cittadina di Little Hope, coinvolgente e ben studiata.

Graficamente ottimo, tecnicamente da limare

Per quanto il gameplay sia marginale in produzioni simili, le sessioni in cui controlleremo i vari personaggi hanno bisogno di una piccola revisione per essere al passo coi tempi. Le animazioni risultano un po’ legnose e spesso risulta poco piacevole muoversi alla ricerca di segreti e cartoline, anche il controllo della torcia richiede una fase di abitudine prima di riuscire a controllarla decentemente. Quando raccogliamo gli oggetti per visionarli si avverte mancanza di fisicità; sembra infatti che i protagonisti raccolgano oggetti senza un peso e, personalmente, mi sono ritrovato poco coinvolto all’interno del mondo di gioco. Si tratta di aspetti marginali per la stragrande maggioranza dei giocatori, ma per correttezza bisogna segnalare questi deficit. Tuttavia, i demoni sono realizzati molto bene e in particolare uno di essi, il quale attacca con oggetti contundenti (senza fare spoiler, vedrete quale), presenta animazioni convincenti, questo anche perché durante le sessioni di motion capture l’attore ha usato oggetti di scena, aiutando gli animatori a donare fisicità ai movimenti.

La telecamera invece, come da tradizione, strizza l’occhio ai vecchi Resident Evil e Silent Hill. La ricerca di autorialità nella posizione della videocamera, così come anche i suoi movimenti, hanno un buon impatto filmico, sebbene in alcuni tratti minano leggermente l’esplorazione negli ambienti chiusi. Interessante la scelta di rendere più misteriosi i demoni presenti, mostrati non esplicitamente abbracciando il filone old school degli horror cinematografici d’epoca. Un valore aggiunto che conferisce maggiore entità a mostri il cui studio di design abbraccia la loro storia e, soprattutto, la loro morte.

Al netto di piccoli difetti tecnici, che si spera vengano risolti nelle produzioni future, l’Unreal Engine regala un colpo d’occhio notevole. Essendo un titolo che richiede poca azione si è potuto spingere sul lato grafico senza perdere qualità con un framerate solido e che presenta rarissimi cali, quasi inesistenti. L’illuminazione abbraccia un color grading freddo che si confà alla perfezione al contesto narrativo, permeato da mistero ed esplorazione in una città desolata che ha ospitato spregevoli eventi legati alla caccia alle streghe. Su Xbox One X, console con cui abbiamo provato il titolo, la risoluzione è in 4K e supporta l’HDR.

Come ogni videogioco dell’orrore che si rispetti il comparto sonoro è una delle basi per la sua buona riuscita, e The Dark Picture Anthology: Little Hope può vantare di un ottimo sound design che conferisce prestigio all’opera. Muoversi per le strade, esplorare edifici abbandonati e fuggire dai demoni è ancora più disorientante grazie al lavoro sonoro dietro alla produzione; piccola chicca è la creazione in studio dei rumori dei demoni, in modo da renderli più personali e legati al contesto ludico narrativo. Tra l’altro, l’unico bug riscontrato è la mancanza di alcune linee di doppiaggio in una singola scena.

the dark picture anthology little hope

 

Conclusioni

Supermassive Games ha migliorato alcuni piccoli problemi che affliggevano Man of Medan, sebbene debba compiere ulteriori passi avanti prima di arrivare a una produzione tecnicamente eccelsa nel genere. In generale, però, Little Hope è un titolo interessante che riesce a controbilanciare alcuni evidenti problemi narrativi legati ai dialoghi, grazie al lavoro tecnico e legato alla storia della città abbandonata. Spiazzante anche il finale di gioco, e spero possiate dirmi come avete affrontato le battute finali del titolo.

Da rivedere anche il doppiaggio italiano, il quale si conferma sopra la media per quanto riguarda il personaggio del curatore, mentre il resto del cast si assesta sulla sufficienza.

La rigiocabilità è alta, come ogni altro titolo della software house, e raccogliere segreti e premonizioni permette di sbloccare contenuti extra che mostrano lo sviluppo del gioco; documentari interessantissimi e che consiglio caldamente di visionare.

Voto: 7.5

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L'autore

Simone Mascia

Incantato sin da bambino dall'Arte Videoludica, oggi studia Scienze della Comunicazione e scrive analizzando l'industria. Il suo obiettivo è migliorarsi ogni giorno per offrire un'informazione chiara e concisa, sperando che il suo forte sentimento per questa arte venga recepito da tutti.

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