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Recensione Film/Serie Tv

I Calabresi contro Gabriele Muccino: “Il suo corto non ci rappresenta, è offensivo”

Gabriele Muccino ha girato un cortometraggio sulla Regione Calabria ma la rappresentazione che ne è uscita fuori è qualcosa di a dir poco imbarazzante

Gabriele Muccino è un regista italiano che ha diretto molti film. Uno dei più famosi è sicuramente Alla ricerca della Felicità con Will Smith ma ha lavorato anche con attori come Pierfrancesco Favino e Stefano Accorsi. 

Questa volta però, Muccino ha ricevuto molte critiche sul suo ultimo lavoro Calabria Terra Mia, un cortometraggio di 8 minuti in cui valorizza la regione… o almeno così avrebbe dovuto fare. Potete guardarlo qui:

 

Il corto si apre con un Raoul Bova decisamente trasandato in macchina con la sua dolce metà e le chiede, come se fosse uno dei peggiori ‘ndranghetisti, dove vuole che la porti. 

La ragazza, Rocío Muñoz Morales nonché attuale compagna dell’attore è affascinata dal fatto che una regione abbia mare e montagna e vuole essere portata ovunque, per vedere ogni metro quadrato di questa regione  e poterne apprezzare la bellezza.

Fin qui potrebbe anche andare bene anche se i colori sono eccessivamente accesi e Muccino mette in evidenza il primo stereotipo: quello del sole e del caldo tutto l’anno. Gabriele Muccino, ti sveliamo un segreto, piove anche in Calabria e arriva il freddo e l’inverno anche qui.

Proseguiamo per gradi perchè quando i due arrivano ad un bar, troviamo immediatamente il secondo stereotipo: i vecchi che giocano a briscola seduti con la coppola in testa e il gilet degli anni ‘50. 

Non male come idea Gabriele, ma anche qui è da fare un piccolo appunto, gli anziani che giocano a briscola non sono il biglietto da visita dei bar calabresi, ci siamo evoluti.

Ma sicuramente la parte preferita dai calabresi è il cibo: clementine, bergamotto e ‘soppressata’, descritti da Muccino come gli unici tre cibi che si mangiano in Calabria anche perchè la ragazza del corto non smette di mangiarli neanche per un secondo, anche tra un bacio e l’altro con Raoul Bova lei addenta una clementina.

“Portala al mare!” gli urlano mentre passano per i vicoli di un paesino “portala a mangiare le clementine!” e allora dove la porterà? A mangiare le clementine in un campo dove un pastore passa con un asino. L’asino è sicuramente un tocco di classe, gli agricoltori calabresi lavorano ancora come settant’anni fa secondo Muccino e lo evidenzia perfettamente.

Il mare, il mare, il mare! Il mare calabrese è uno dei mari più belli che ci siano ma non è tutto quello che c’è, la Calabria non offre solo mare, sole e clementine caro Muccino.

La Calabria è storia, la Calabria è cultura, la Calabria è terra che offre ospitalità e cordialità ma non in maniera ridicola come lo hai rappresentato nel tuo corto di otto minuti. Tralasciando la parte tecnica che è a dir poco imbarazzante, Gabriele Muccino ha insultato i calabresi definendoli velatamente terra di bigotti e trogloditi, evidenziando solo l’aspetto “tradizionale” di una cultura che è presente solo in una piccola parte della regione intera, dove la popolazione è ridotta e composta da persone che superano gli ottant’anni di età.

Muccino dice che il suo obiettivo non era quello di screditare una terra così bella ma di valorizzarla sotto tutti i suoi punti di vista, se solo ne avesse ripreso uno corretto!

La Calabria per Gabriele Muccino è ferma agli anni ‘50, dove gli anziani giocano a carte, il turismo è inesistente, si mangiano soppressate e clementine e non abbiamo internet e telefoni di ultima generazione. 

Da calabrese, posso solo dire che non sono affatto rimasta estasiata da quello che doveva essere un corto in cui si valorizza una terra ma appunto un insulto verso un’intera regione, in cui gli stereotipi dominano la scena per tutta la durata.

Caro Gabriele Muccino, se solo avessi provato ad apprezzare davvero questa terra avresti sicuramente fatto centro anche con due minuti e mezzo di video, invece hai pensato bene di affidarti alle parole e agli stereotipi di una terra che sicuramente non meriti neanche di nominare.

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