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Perché la rimozione del “Magic Bus” di Into the Wild è una sconfitta della nostra generazione

magic bus into the wild

La rimozione del “Magic Bus” di Into the Wild è una sconfitta per tanti

Ricordo ancora la prima volta che vidi Into the Wild. Era la mia notte prima degli esami. Su consiglio di un’amica (che fece suo il nomignolo Supertramp e lo portò con se per anni, a simboleggiare la sua indole e la sua attitudine) accesi la tv e girai su Rai 2.

Fui folgorato dalla storia di Christopher McCandless e non poteva essere altrimenti. Ero un ragazzetto di 19 anni, alle prese con la tanto temuta maturità scientifica con addosso un profondo senso di incertezza e paura per il futuro.

Non avevo mai viaggiato, ma abbandonato il “nido” di pascoliana memoria. La vera storia di un ragazzo che abbandona tutto per andare alla ricerca di qualcosa “di più” piantò un seme nella mia testa che germogliò poco dopo. Non avrei mai emulato un gesto così estremo, ma biglietti aerei, cuccette nei treni notturni, viaggi della speranza di bus diventarono la mia normalità.

Ero ormai cambiato dentro e molto lo dovevo a quel film, a quegli ideali, a modo suo, il cambiamento radicale della mia vita lo dovevo ad Alexander Supertramp.

into the wild

Il film non è perfetto, sia chiaro. Come perfetto non è nemmeno il libro da cui è tratto. Inoltre è sbagliato mistificare la storia (per quanto vera e drammatica) di un ragazzo che con un gesto estremo ha si dato una svolta alla propria vita, ma è anche andato incontro a un’inevitabile fine dolorosa, se non tanto per lui, sicuramente per le persone che gli volevano bene.

Quello che resiste, a distanza di anni, della storia di Christopher McCandless è l’ideale che ha inculcato nella generazione che ha vissuto la sua storia. Il senso di libertà, quell’atto di autodeterminazione che rende ogni individuo capace e responsabile di compiere le proprie gesta, eroiche o meno, di ampio respiro o nel proprio piccolo, ma sempre dettate da un senso di indipendenza che rende ogni scelta e ogni atto meritevoli di essere vissuti e raccontati.

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La rimozione del “Magic Bus” è stata un colpo al cuore. È stato come se qualcuno avesse preso uno degli ideali più forti e condivisi da una generazione (o più di una) e ci avesse messo una croce sopra. “Vietato sognare, vietato viaggiare, vietato pensare che possiamo prendere la nostra vita e farne qualcosa di gratificante per noi stessi, a prescindere dalle conseguenze“.

In questo senso, la rimozione del Bus avvenuta in questi giorni in Alaska rappresenta una sconfitta per tutti coloro che hanno creduto anche solo per un attimo alla storia e agli ideali trasmessi dalle avventure di Christopher.

È innegabile che quell’autobus e il tortuoso sentiero per arrivarci erano ormai troppo pericolosi e avevano causato, negli anni, troppi feriti e vittime. Ma è allo stesso tempo sconcertante la facilità con cui gli amministratori del distretto di Denali, Alaska, hanno votato e si sono compiaciuti per la dismissione del rottame.

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Hanno parlato di pubblica sicurezza, di incentivazione a visitare gli altri luoghi turistici dell’Alaska, ma non hanno dato indicazioni certe riguardo il destino finale del Bus numero 142.

Siamo tutti d’accordo che la sicurezza delle persone viene prima di tutto e siamo anche consapevoli che, ove necessario, è sempre importante effettuare messe in sicurezza e, in casi estremi, rimozioni di tutto ciò che può essere pericoloso.

In questo caso, però, si trattava di un ideale. E se da un lato, come dicevamo Wilde e Nietzsche, gli ideali sono pericolosi, dall’altro non possiamo fare a meno di immaginare un epilogo diverso per il “Magic Bus”.

Un epilogo che avrebbe potuto conciliare i continui “pellegrinaggi” e le necessità di pubblica sicurezza. Una messa in sicurezza in loco, della ferraglia e del sentiero, magari una regolamentazione degli accessi, con eventuali possibilità di monetizzazione da parte dell’amministrazione.

Non sappiamo come andrà a finire questa storia. Ci resta il rammarico per un pezzo di storia che se ne va. Quella storia che vivi da lontano, che magari nemmeno ti interessa, ma che poi, per un motivo o per un altro, inizi a sentire tua, fino a condividerne gli ideali.

Perché se siamo una generazione di inguaribili viaggiatori e sognatori, un po’ lo dobbiamo alle palle quadre di Christopher McCandless. Con o senza “Magic Bus” a testimoniare la sua storia, il suo lascito sarà sempre presente nella nostra indole e nelle nostre azioni e questo è quello che conta.

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L'autore

Gabriele Pati

Cresciuto con libri di cibernetica, insalate di matematica e una massiccia dose di cinema e tv, nel tempo libero studia ingegneria, pratica sport e cerca nuovi modi per conquistare il mondo.

Vanta il poco invidiabile record di essere stato uno dei primi con un account Netflix attivo alla mezzanotte del 22 ottobre 2015.

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