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Predator: Hunting Grounds, la recensione del videogioco sul grande classico del cinema

Predator: Hunting Grounds

Pronti a dare la caccia al Predator o a difendere il vostro territorio dai Marine? Ecco la recensione di Predator: Hunting Grounds!

Predator: Hunting Grounds è il nuovo gioco realizzato dal team di sviluppo IllFonic conosciuti per aver realizzato il gioco ufficiale di Venerdì 13 di cui l’ultimo titolo ne prende la filosofia. Per chi non ne fosse a conoscenza, Predator è il nome di un celebre franchise cinematografico nato dalla regia di John Mc Tiernan e scritturato dallo sceneggiatore Paul Monette. All’epoca divenne un successo globale grazie anche alla presenza di un sempre statuario e abile Arnold Schwarzenegger che doveva combattere contro un avversario invisibile che aveva ucciso tutta la sua squadra e lo aveva lasciato isolato all’interno di una fitta foresta pluviale.

Da quel momento sono stati realizzati ben tre capitoli di cui uno spin-off di Ridely Scott che vede un particolare crossover tra Alien e Predator e che prende il nome proprio di Alien vs Predator. Col tempo sono stati realizzati anche fumetti, libri e film d’animazione e quest’oggi vi parliamo, appunto, del videogioco caratterizzato da un multiplayer asimmetrico tanto caro al team di sviluppo.

Un Venerdì 13: The Game con il Predator

C’è da dire che con Venerdì 13: The Game gli sviluppatori non avevano fatto proprio un grande lavoro. Infatti oltre ad una evidente mancanza di contenuti, avevano commesso delle gravi ingenuità per quanto riguarda le promesse e la garanzia di un supporto forte e duraturo mai mantenute. Il gioco che vedeva come protagonista il celebre Jason Voorhees soffriva anche di gravi problemi tecnici e la ciliegina sulla torta era una struttura interamente online basata su infrastrutture e server per nulla stabili.

Le premesse per questo nuovo Predator: Hunting Grounds, quindi, non erano alte, ma abbiamo ugualmente posto una grande fiducia negli sviluppatori consci degli errori commessi e magari pronti a non ripeterli. Vediamo insieme perché, purtroppo, le aspettative sono state nuovamente deluse con l’aggravante di aver realizzato anche un sistema di gameplay poco solido e piacevole.

I primi dubbi emergono nelle fasi iniziali

Partiamo dall’inizio di ogni partita di Predator: Hunting Grounds quindi dalla schermata iniziale. Qui possiamo scegliere se fare una partita rapida insieme ad altri giocatori casuali o una partita privata insieme a degli amici. Una volta selezionata la modalità di gioco preferita, saremo catapultati all’interno di un menù in cui faremo la conoscenza degli altri giocatori e in cui potremo scegliere il personaggio da interpretare ovvero il temibile alieno della razza Yautja o un soldato che, in compagnia dei propri compagni, dovrà svolgere una serie di missioni all’interno del territorio di caccia del cacciatore alieno localizzato nella fitta giungla del Guatemala.

Vi è anche la possibilità di una scelta casuale, ma in questo caso non abbiamo ben compreso il suo funzionamento. Infatti è capitato di fare diverse partite in cui un giocatore sceglieva di impersonare il Predator, altri tre i Marine e uno solo casuale, non si sa per quale motivo proprio quest’ultimo è diventato l’alieno e tutti gli altri i Marine in barba alla selezione precedentemente effettuata.

Predator: Hunting Grounds, i Marine

Al di là di questo “piccolo” particolare, non appena avviata la partita dopo un non breve caricamento, ci troviamo all’interno della giungla. In questo caso va differenziato il gameplay tra i Marine e il Predator perché oltre a cambiare le meccaniche di gioco, cambiano sostanzialmente anche l’hub, le missioni e il modo di approcciarsi ad esse. Iniziamo, allora, con la parte inerente ai Marine in cui il gioco assumerà la forma di uno sparatutto in prima persona.

Dopo esserci calati dall’elicottero in questa misteriosa foresta, vedremo comparire una serie di missioni che rappresentano il nostro obiettivo principale. Quest’ultimo può essere di individuare e sabotare degli impianti di produzione di petrolio o banconote false, oppure di uccidere ed individuare un signore della droga o venditore di armi, o ancora di raccogliere campioni di acqua inquinata da scarichi illegali e così via. Qualsiasi sia la missione principale da seguire, ci troveremo all’interno di accampamenti gremiti di NPC (nemici controllati dal computer) che ci spareranno a vista o che attiveranno l’allarme anti-intrusione per richiamarne altri. Sulla loro discutibile intelligenza artificiale ci torneremo più avanti, ma l’aspetto più importante è che una volta superato l’obiettivo finale verrà richiamato l’elicottero nella zona di estrazione che ci porterà alla salvezza.

Ritmi di gioco alti tra gunplay e movimenti imprecisi

In tutto questo oltre agli NPC e a casuali cinghiali presenti in giro per la foresta, il vero disturbatore della missione è il Predator controllato da un altro giocatore che cercherà di fare di tutto pur di annientare il team e vincere la partita. La presenza dell’alieno, però, non è sempre un aspetto negativo perché può anche essere un valido aiutante alla stessa nostra missione principale: infatti, non solo il Predator può uccidere a sua volta gli NPC, ma nel caso in cui, unendo le proprie forze, i soldati riuscissero ad uccidere l’alieno prima del superamento della missione principale, la partita sarebbe immediatamente vinta dai Marine. Questi, quindi, devono cercare di svolgere un lavoro certosino e di vera squadra cercando di mantenere sempre dei ritmi di gioco alti, ma stando attenti alle varie insidie che si nascondono in giro per la grande mappa di gioco.

Dal punto di vista dei Marine, però, possiamo osservare i primi problemi che inficiano il gioco. Innanzitutto il gunplay è davvero poco soddisfacente risultando poco realistico e alquanto scialbo. Le armi sono poco caratterizzate e sembra di essere tornati indietro di anni quando sparare si riduceva unicamente a mirare con un puntino rivolto ad un avversario: non vi è praticamente rinculo e le stesse animazioni poco curate e realistiche ricordano i primi esempi di FPS. I movimenti dei soldati, poi, sono legnosi e l’unico aspetto interessante è dato dalla corsa con tanto di stamina, ma gli stessi sono influenzati da uno stuttering onnipresente e da un aim assist non poco invadente.

Il Predator

Per quanto riguarda invece il gioco nei panni dell’alieno, Predator: Hunting Grounds si trasforma in uno sparatutto in terza persona e la telecamera si posiziona alle spalle del cacciatore seguendolo in ogni suo movimento quale arrampicarsi sugli alberi, saltare da ramo a ramo e compiere lunghi salti alle spalle degli ignari avversari. Il predatore è caratterizzato dalla presenza del rilevamento termico per scoprire le prede e da impulsi localizzanti per localizzarle.

L’obiettivo, ovviamente, è quello di avvicinarsi ai Marine senza essere visti e provare ad ucciderli tutti. Il compito dell’alieno, però, non deve essere quello di andare all’attacco senza alcuna strategia, bensì quello di indurre gli avversari a commettere errori esercitando una pressione psicologica costante dalla distanza. Un approccio verso l’attacco diretto porterebbe alla sconfitta immediata sotto i colpi incessanti dei Marine che avrebbero una forza d’attacco nettamente superiore. Il Predator, inoltre, ha anche la possibilità di consumare le risorse degli avversari quali proiettili o siringhe mediche che rigenerano la salute. Il momento propizio per un attacco è quando uno dei giocatori rimane isolato dal gruppo, ma qui nascono altri problemi.

Essere nei panni del predatore è molto spesso uno svantaggio più che un vantaggio o comunque una decisione equilibrata, soprattutto nelle fasi iniziali del gioco. Predator: Hunting Grounds, infatti, inserisce un sistema di progressione a livelli caratterizzato dallo sblocco di armi e potenziamenti livello dopo livello. Nelle fasi iniziali, però, il dislivello tra Predator e Marine è parecchio evidente e ciò porta l’usabilità del primo a livelli estremamente complessi proprio a causa dei molti svantaggi a cui deve sottostare. La mobilità tra gli alberi, ad esempio, è molto limitata e peggiora quando i Marine sparano ai rami rompendoli e distruggendo le già limitate possibilità di movimento.

Gli spostamenti e il fattore sorpresa 

Gli spostamenti, poi, sono macchinosi e innaturalmente lenti a causa di scene scriptate che non danno mai la sensazione di avere il pieno controllo sul personaggio. Altra limitazione è data dagli indizi: se i soldati hanno mille indizi per scoprire la presenza del Predator quali foglie che cadono, il verso dell’alieno, i fasci laser del suo cannone e anche la sagoma evidente durante l’occultamento tattico, il Predator non ha nulla su cui aggrapparsi se non il rumore degli spari se nelle vicinanze dei giocatori e lo sguardo termico solo se i giocatori si trovano nell’area di osservazione e sempre se non si confondono con gli NPC.

Questo, quindi, spinge i Marine a creare delle strategie sempre più funzionali per combattere il Predator e quest’ultimo a muoversi a zonzo pur di raggiungere l’obiettivo. Se infatti il team conosce la posizione del cacciatore, questo ha quasi matematicamente vinto. L’unico “colpo di scena” che può applicare a quel punto il Predator è quello di farsi colpire e uccidere con la consapevolezza che parte automaticamente l’autodistruzione. Per evitare questo, i Marine possono decidere di non dare il colpo di grazia quando il Predator è morente, ma anche in caso di colpo finale il tempo dell’autodistruzione è talmente lungo da avere tutto il tempo per scappare dall’area di deflagrazione e vincere velocemente la partita. Tutto ciò accade perché gli sviluppatori non hanno pensato bene alle condizioni di vittoria, magari delineando cosa potesse accadere in caso di vittoria pulita, o di deflagrazione o ancora di fuga senza uccisione del Predator. Gli unici obiettivi sono: per i Marine compiere la missione principale e per il Predator impedirglielo. Bianco o nero, non c’è alcuna scala di grigi.

Aumenti di livello e missioni troppo semplici

Le cose cambiano se i livelli sono più alti, le armi a disposizioni su entrambi i fronti sono più elaborate e il giocatore nei panni del Predator sa bene come muoversi. A quel punto la partita si fa decisamente più accattivante ed elaborata. Il Predator, infatti, può decidere di intrappolare il team all’interno di un edificio anche senza l’uso delle caratteristiche unghiate o seminare il panico dalla distanza con l’uso di armi potentissime. Il gioco, infatti, si fa più divertente e interessante se giocato con gli amici con cui si possono sperimentare strategie e tattiche anche intelligenti e curiose. Ad esempio i Marine possono decidere di coprirsi di fango per non farsi scoprire dai sensori del cacciatore e in questo modo possono provare a scappare o a resuscitare un proprio compagno caduto.

Il Predator, di contro, può camuffarsi grazie all’invisibilità per cercare di prenderli alla sprovvista da dietro e seminare il panico. Purtroppo, però, queste stesse cose accadono davvero di rado durante le partite anche con gli amici. Le mappe, infatti, non sono piccole e le missioni sono talmente semplici e veloci che per il Predator diviene difficile riuscire a trovare gli avversari nel giusto tempo prima che riescano a fuggire.

Perché le missioni sono così semplici nonostante un gran numero di nemici? La risposta l’abbiamo accennata poco sopra: l’intelligenza artificiale. Quest’ultima è a dir poco inesistente e primordiale al punto tale da divenire a tratti ironica e innaturale. Capita spesso, infatti, che i nemici vadano a zonzo per la mappa senza alcun apparente motivo o che anche faccia a faccia non sparino come se non ci vedessero. La mira, poi, è quasi sempre un optional a tal punto che anche a pochi metri di distanza riescono a non colpirci mai. Nel caso in cui l’alieno si manifesti in un’area densa di nemici, i soldati controllati dalla CPU risultano inutili per i Marine perché non riescono ad essere una valida difesa e inutile per il Predator che non riesce più a riconoscere i nemici se non con l’uso della vista termica.

I potenziamenti, il matchmaking e il level design

Poco prima vi abbiamo parlato brevemente dei potenziamenti ed è giusto aprire un paragrafo a parte. L’esperienza di gioco infatti migliora notevolmente proprio grazie ai numerosi gadget, accessori e armi che si sbloccano salendo di livello. Questi includono anche armi da lancio, classi e abilità varie come ad esempio una maggiore velocità e resistenza, cure e armi da lancio extra o difesa superiore. Predator: Hunting Grounds porta con sé anche un sistema di unlock caratterizzato dalla presenza di borse apribili e un sistema di acquisto tramite l’uso di una sorta di moneta di gioco. In questo modo possono anche essere sbloccate le skin delle armi, del Predator o dei Marine alcune delle quali sono davvero molto belle da vedere e indossare.

Anche qui non mancano i problemi, infatti nonostante sia intrigante provare a salire di livello e sbloccare delle migliorie, questo sistema svantaggia incredibilmente i novellini. Si tratta di una caratteristica che penalizza tutti i giochi basati su questo sistema di crescita, ma in questo caso vi è anche l’aggravante del matchmaking (quando funziona e non dura un’eternità) che accoppia i giocatori casualmente e non in base al loro livello di gioco.

A differenza di quanto accade in giochi come Call of Duty dove ogni giocatore, anche di livello più basso, è invitato a sperimentare build che possano essere funzionali anche contro i giocatori più forti, in Predator: Hunting Grounds l’approccio è unicamente rivolto alla ricerca di armi sempre più forti che non fanno altro che sbilanciare l’equilibrio delle partite tra chi è a livelli più avanzati e chi magari ha iniziato a giocare da poco. Altra nota negativa legata ai potenziamenti è il sistema di personalizzazione del personaggio e del suo equipaggiamento che risulta macchinoso e poco immediato.

Le novità acquisite, infatti, vengono indicate con un triangolino arancione, ma a volte non è chiaro in quale sottomenù si trovino e si finisce per andare a zonzo tra menù e vari sottomenù alla ricerca del potenziamento o della skin acquisita. Inoltre è incomprensibile il motivo che porta a dover uscire obbligatoriamente da un party tra amici o sconosciuti per poter apportare delle modifiche al proprio equipaggiamento, soprattutto perché prima di iniziare una partita ogni giocatore deve confermare di essere pronto ad iniziare pertanto bastava, a nostro dire, inserire tutto all’interno della lobby di attesa.

Tante aggiunte, poca varietà

L’unico vantaggio di questo meccanismo ricade nel Predator che, dopo non poche ore di gioco, può contare su importanti miglioramenti e aggiunte tattiche che riguardano un arco per colpire i nemici dalla distanza, una rete per intrappolare i giocatori e un bellissimo disco rotante molto affilato di cui si può controllare la traiettoria. Sono delle migliorie che si acquisiscono dopo ore e ore di gioco passate a sopportare partite sbilanciate, ma che una volta sbloccate permettono di gustarsi le successive partite con un altro sapore.

Predator: Hunting Grounds

Altra nota dolente del gameplay è data dalla scarsità di offerta dal punto di vista delle mappe di gioco ovvero appena tre, nessuna delle quali si differenzia incredibilmente dalle altre. Non ci sono particolari innovazioni per quanto riguarda il level design e risultano ripetitive a tal punto che dopo un po’ di ore si riesce a memorizzare bene ogni singola posizione dei punti più importanti e con potenziali missioni. Non cambia nemmeno l’atmosfera generale, ma le uniche variazioni sono di contorno estetico.

Scatti innaturali a ritmo dei Metallica

Questa breve parentesi è importante per poter parlare del comparto tecnico. Anche qui siamo su livelli medio-bassi con notevoli problemi legati al framerate e un colpo d’occhio solo parzialmente intrigante. Bella l’idea di realizzare una vegetazione dinamica che può anche essere tagliata, ma i modelli poligonali generali sono poco vari, poco realistici e per nulla definiti. Ad essere, invece, ben caratterizzati e decisamente più convincenti sono i modelli dei Marine e il Predator grazie anche alla notevole personalizzazione estetica presente con gli sbloccabili.

Non si può dire la stessa cosa degli NPC che oltre ad essere tutti incredibilmente uguali presentano anche dei gravi problemi nei movimenti che divengono innaturali e a volte scattosi come se mancasse un collegamento tra un frame di movimento e un altro. Dall’estetica degli NPC possiamo notare un’incredibile copia e incolla di asset che portano ogni area ad assomigliarsi tra di loro, anche quando sono presenti piccoli elementi differenziali come un tempio Azteco o una stazione dei treni.

Predator: Hunting Grounds

Infine dal punto di vista del comparto sonoro, possiamo notare una buona caratterizzazione dei suoni ambientali, ma poco diversificati e incoerenti in base all’ambientazione. Belli, invece, quelli del Predator e la loro discreta localizzazione. Alcuni suoni, però, sono esageratamente accentuati come nel caso dell’affaticamento dei Marine e altri innaturalmente bassi come quelli dell’allarme degli accampamenti. La colonna sonora, infine, è il vero punto di forza dell’opera dato che riprende quella originale del lungometraggio con brani di gruppi come Nickelback, Megadeth, Pantera e Metallica.

In conclusione…

Predator: Hunting Grounds è un prodotto dal forte potenziale graffiato e rovinato dagli innumerevoli problemi tecnici e di gameplay presenti. Quest’ultimo, nonostante la sua immediatezza e la ritmata azione, diventa frustrante nelle fasi iniziali e peggiora quando si mettono in mezzo i sopracitati problemi legati al gunplay, ai movimenti e al level design.

La volontà di IllFonic di riprendersi dagli errori di Venerdì 13 si notano in alcune migliorie che in realtà non riescono a convincere appieno e in ogni caso restano ancorati ad un motore grafico arretrato rispetto agli standard moderni e che non convince nemmeno per il grado di modellazione e per la resa complessiva. Non ci sentiamo, però, di bocciare totalmente il titolo poiché se giocato con gli amici o a livelli avanzati potrebbe donare una buona dose di divertimento e di azioni adrenaliniche.

Pro

  • Gameplay immediato e semplice
  • Ambientazione e missioni fedeli all’opera cinematografica originale
  • Colonna sonora intrigante

Contro

  • Comparto tecnico arretrato e mal ottimizzato
  • Level design ripetitivo e scarsa offerta contenutistica
  • Intelligenza artificiale obsoleta

VOTO: 6/10

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L'autore

Giovanni Arestia

Ingegnere informatico con la strana passione per la scrittura. Essa, unita alla passione per la tecnologia, mi ha portato ad essere qui. Chiamatemi pure Gioare, ormai anche i miei genitori mi conoscono così.

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