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Cosa succede quando l’industria televisiva si ferma? Sciopero degli sceneggiatori ed emergenza coronavirus a confronto

Sciopero degli sceneggiatori ed emergenza coronavirus a confronto

Alzi la mano chi è un fan di una o più serie televisive. Alzi anche l’altra mano chi, settimana dopo settimana, anno dopo anno, aspetta diligentemente il nuovo episodio o la nuova stagione a seconda delle abitudini. Adesso, a meno di mutazioni figlie della zona contaminata di Chernobyl, avrete sicuramente finito le mani da alzare, ma sono sicuro che anche voi starete in qualche modo esprimendo il vostro disappunto per lo stop che hanno subito le serie tv, se seguite la programmazione originale, o per la mancanza di doppiaggio, se aspettate l’episodio sulle emittenti italiane.

Il seguente articolo, nonostante l’attualità dell’argomento, per gli argomenti che tratterà, è figlio di un modo vecchio di fare e vedere la televisione. Con l’avvento delle piattaforme streaming e con l’abbandono del rilascio settimanale in favore di una pubblicazione istantanea di tutta la stagione si è perso quel senso di attesa e di curiosità che tutti i figli degli anni 80 e 90 conoscono bene.

Fatto sta che se si era fan delle serie tv durante i primi anni 2000, non vi era alternativa se non quella di aspettare diligentemente e pazientemente il nuovo episodio settimanale. Gli show iniziavano in America a settembre, andavano avanti fino a poco prima di Natale per poi fermarsi per le feste. A febbraio, solitamente dopo il Super Bowl, e dopo due mesi di reality, game show e repliche, riprendeva la normale programmazione (oltre alle nuove serie del palinsesto primaverile, le cosiddette serie midseason). Verso maggio/giugno vi era poi il periodo dei finali di stagione, che culminava nella settimana degli Upfronts, in cui i network presentavano agli investitori il palinsesto della stagione successiva. In estate era poi il periodo dei burn-off, ovvero della messa in onda di show fallimentari o destinati alla cancellazione in periodi e fasce orarie di secondaria importanza.

E in Italia? Se eravamo fortunati riuscivamo a vedere, tipicamente durante l’estate e in fasce orarie improponibili, alcune delle serie tv delle precedenti stagioni statunitensi. E il mondo dell’home video era decisamente più bistrattato rispetto ad oggi.

Adesso vi starete sicuramente chiedendo il perché di questa premessa che guarda al passato.

Il motivo è presto detto. Per poter rispondere alla domanda che ci siamo posti nel titolo e per contestualizzarla al giorno d’oggi e all’emergenza coronavirus che ha messo di nuovo in stallo tutta l’industria, bisogna tornare a quegli anni, e rivolgere il nostro sguardo alla più grande catastrofe del panorama televisivo della storia recente: lo sciopero degli sceneggiatori della Writers Guild of America del 2007-2008.

In verità, dovendo trattare pedissequamente l’argomento, sarebbe più corretto parlare dello sciopero del 1960, che durò 146 giorni, o di quello del 1988, che con una durata di 153 giorni è ancora oggi lo sciopero di categoria più lungo della storia.

Ci soffermiamo invece su quello del 2007-2008 perché, nonostante i suoi 100 giorni di durata che lo collocano al terzo posto del podio, è quello di cui abbiamo potuto toccare con mano le conseguenze.

Ma andiamo con ordine.

Era il 5 novembre 2007 e oltre 12.000 tra sceneggiatori e scrittori rappresentati dai sindacati della Writers Guild of America decisero di incrociare le braccia o, per meglio dire, di posare la penna.

Lo sciopero chiedeva di incrementare i benefici degli sceneggiatori proporzionalmente agli enormi introiti delle produzioni. Si dirigeva principalmente alla Alliance of Motion Picture and Television Producers (AMPTP), l’associazione di categoria che all’epoca rappresentava centinaia di case di produzione cinematografica e televisiva statunitensi.

Dopo settimane di negoziati, alla fine l’8 febbraio si arrivò a un accordo che venne poi sottoposto alla votazione e all’approvazione da parte dei soci iscritti. Le agitazioni terminarono il 12 febbraio, dopo 100 giorni di sciopero.

Ma a quel punto il danno dello sciopero degli sceneggiatori era già fatto.

A dicembre 2007, la maggior parte delle serie erano in pausa e, anche dopo lo stop invernale, non sarebbero tornate in onda per mesi. Gossip Girl e One Tree Hill della CW completarono l’anno con stagioni abbreviate; Heroes della NBC vide prodotti e trasmessi solo 11 episodi dei 24 previsti per la seconda stagione e fu fuori palinsesto nove mesi, cosa che causò l’inizio del lento declino della serie; la terza stagione di Bones di Fox fu interrotta e la serie andò in pausa per quattro mesi; alcune serie come LOST e Scrubs andarono in onda con un numero ridotto di puntate e alcuni episodi che furono girati una volta terminato lo sciopero vennero accorpati alle stagioni successive degli show, causando talvolta anche alcune incongruenze di trama.

La programmazione dei late night show scomparve quasi del tutto (fino a quando conduttori come Conan O’Brien, Jon Stewart e Stephen Colbert lottarono per tornare in onda senza sceneggiatori). Molti eventi di premiazione come i Golden Globe vennero cancellati.

La lista delle conseguenze dello sciopero non finisce certo qui e comprende anche molte altre serie che sono nei cuori di tutti noi tra cui Breaking Bad e How I Met Your Mother. Potete recuperarla integralmente (in inglese) a questo link.

Lo sciopero degli sceneggiatori del 2007-2008 fu una vera e propria bomba per l’industria televisiva statunitense.

Alcune produzioni basate in Canada si salvarono, altre corsero ai ripari ingaggiando sceneggiatori non affiliati ai sindacati promotori dello sciopero. La maggior parte delle produzioni, tuttavia, subì le ripercussioni devastanti dei 100 giorni di negoziazioni.

Lo sciopero portò a tre principali conseguenze nel panorama televisivo:

  1. Il successo dei reality e dei game show
  2. Le difficoltà nel (ri)trovare lavoro da parte dei giovani sceneggiatori
  3. L’inizio dell’epoca dello streaming

Lungi da noi stare qui ad analizzare nel dettaglio ognuna di queste conseguenze, lasciamo in fonte un link (in inglese) che permette di capire meglio alcuni di questi retroscena.

Torniamo però alla domanda che ci siamo posti in apertura

É adesso il momento di traslare, con le dovute accortezze, tutta questa situazione al giorno d’oggi.

Nonostante il blocco delle produzioni che stiamo vivendo in questi mesi sia causato da un’emergenza sanitaria e non da agitazioni sindacali, è difficile pensare ad un epilogo differente.

Già oggi molte serie hanno rimandando i restanti episodi a data da destinarsi e una volta trasmessi quelli già girati e montati, si fermeranno in attesa di poter tornare al lavoro.

Alcune serie, poche in verità, avevano già completato le riprese di tutti gli episodi. In questi casi è stato possibile terminare la post-produzione nonostante il lockdown, trattandosi di lavoro da fare al computer e che quindi poteva essere svolto anche da casa. C’è però da dire che non tutti i tecnici e montatori dispongono di uno studio di post-produzione a casa e in molti casi si è stati costretti ad interrompere il lavoro in attesa della riapertura degli spazi preposti.

Altri show sono stati ancora più sfortunati. Sono decine infatti le serie le cui produzioni sono state bloccate quando ancora non erano stati girati tutti gli episodi dell’attuale stagione. Ad oggi è difficile dire cosa succederà. I restanti episodi potrebbero andare in onda in estate o direttamente il prossimo autunno, in base a quando rientrerà l’emergenza coronavirus e si potrà tornare sul set.

Che ne sarà della stagione televisiva?

Una cosa è certa. L’attuale stagione televisiva 2019-2020 è oramai irrimediabilmente compromessa. E a seconda di come si evolveranno le cose nei prossimi mesi anche la stagione 2020-2021 potrebbe essere a rischio.

Cosa ne pensate di tutta questa situazione? Eravate a conoscenza dello sciopero degli sceneggiatori del 2007-2008? Ditecelo nei commenti!

FONTI: 1, 2

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Gabriele Pati

Gabriele Pati

Cresciuto con libri di cibernetica, insalate di matematica e una massiccia dose di cinema e tv, nel tempo libero studia ingegneria, pratica sport e cerca nuovi modi per conquistare il mondo. Vanta il poco invidiabile record di essere stato uno dei primi con un account Netflix attivo alla mezzanotte del 22 ottobre 2015.

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