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1917 e l’incredibile fotografia di Roger Deakins

Era il 1991, quei geniacci dei Fratelli Coen firmavano Barton Fink, il film che avrebbe sancito l’inizio di una proficua collaborazione con Roger Deakins.

A molti il nome non dirà sicuramente nulla ed è comprensibile. Non stiamo infatti parlando di una grande celebrità o di una stella sempre pronta al rito dei riflettori. Roger Deakins è l’uomo che quei riflettori li accende.
Tanti gli elementi che hanno contribuito alla costruzione della sua cifra stilistica quanto i film che ha illuminato, Deakins è forse uno dei più instancabili direttori della fotografia contemporanea.

Roger Deakins sul set di 1917
Roger Deakins sul set di 1917

I Coen lo sanno e per questo non se lo sono mai fatto scappare, negli anni Deakins ha macinato ben 13 nomination come miglior fotografia agli Oscar (delle quali, ben 4 con i fratellini più famosi di Hollywood), portandosi a casa una sola statuetta grazie a Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve. Non a caso divenne particolarmente famoso anche per la sua sfortuna, finalmente spezzata durante la scorsa edizione degli Academy Awards. Una sfortuna che, siamo certi, verrà nuovamente frantumata quest’anno grazie al suo ultimo lavoro.

Fra i vari collaboratori di Deakins non troviamo infatti solo i Coen e il sopracitato Villeneuve, ma anche l’inglesissimo Sam Mendes.

L’uomo del momento. Da molti già professato come regista dell’anno. L’ultima sovrumana impresa di Sam Mendes è riuscita a mettere d’accordo sia il pubblico che la critica. Stiamo ovviamente parlando di 1917 che, a colpi di macchina da presa, è stato in grado di conquistare lo scettro di film dell’anno all’interno di numerose manifestazioni.

Piano sequenza dunque è la parola d’ordine: un long take che, seppur artefatto, ha scritto un piccolo paragrafo di come i film si girano. Le intenzioni di Mendes e Deakins sono ovvie: qui la necessità era quella di creare un’esperienza avvolgente, unica, raccontando la guerra come mai prima d’ora.

Il risultato è una resa illuminotecnica perfetta che acquista ancora più valore nell’economia della realizzazione del film. La complessità di quello che c’è dietro è infatti a dir poco inimmaginabile, basti vedere i fantastici video di backstage che ormai circolano da mesi.
Stiamo parlando di un lavoro che doveva mettere in conto da subito la necessità di rendere credibile nonché evocativa la raffigurazione di un personaggio che si sarebbe spostato per 15 minuti, almeno. Un’impresa titanica che nel mentre non si è risparmiata di mettere in scena aeroplani che si schiantano e spari a pelo d’acqua.

Un’epopea simil-tolkienana senza draghi e anelli. Un viaggio epico, asfissiante, pieno di intemperie e colmo di trovate sbalorditive. Un’apnea visiva lunga quanto la durata intera della pellicola. Insomma, su 1917 si potrà dire quel che si vuole, ma non si può assolutamente negare la maestria con la quale è stato messo in scena.

Non c’è tempo. Le parole non servono. 1917 è un film che parla per immagini. La location non è mai la stessa: in un sol respiro si passa da magnetici ruderi devastati dalla guerra a dettagli di scarponi sudici che attraversano un corridoio di morte. Un appeal impossibile, che ha richiesto mesi di preparazione. Sotto il comando di Roger Deakins sono stati difatti creati svariati modellini per testare la resa visiva di ogni momento del film.

Quella in schermo è una trincea claustrofobica, logorante. Anche un solo movimento di macchina ha il potere di asfissiare lo spettatore.
Sotto un certo aspetto, 1917 eredita quelle maestose carrellate firmate da Kubrick in Paths of Glory, con protagonista il recentemente scomparso Kirk Douglas. Altri avviseranno invece una sottile somiglianza con Dunkirk. Il war movie di Christopher Nolan svolge però un lavoro più minuzioso sul suono rispetto l’immagine. 

Gli elementi caratteristici del leggendario direttore della fotografia sono ovviamente onnipresenti. Passiamo dall’accostamento cromatico vincente che lo premiò con l’oscar a Blade Runner 2049 sino alle sue mitiche silhouette ormai celebri.

Particolarmente ad effetto proprio i momenti dedicati alla città fantasma. L’intuizione di usare dei flare per illuminare una scena notturna ha richiesto si uno sforzo produttivo incredibile, ma ha dato dei risultati sicuramente mozzafiato.
Ormai stremato e annientato: con gli occhi puntati sullo schermo assistiamo alla corsa disperata del protagonista nel buio della notte. Ad illuminarlo, una luce anormale, alienante, in grado di creare una situazione di vulnerabilità e angoscia palpabile.
Inutile dire quanto il risultato sia stato merito di un lavoro a dir poco scrupoloso sull’immagine (che si, è stato notevolmente caricato da una colonna sonora che raggiunge il suo apice proprio in questo momento), in grado di regalare momenti di cinema assoluto.

Insomma, se da una parte abbiamo avuto un immeritato ventennio senza l’ombra di un premio Oscar, dopo la recente vittoria del 2017, Deakins sembra ironicamente già pronto per un sonoro bis. Sperando dunque non si ripeta l’effetto Vice dell’anno scorso, noi, siamo già pronti a festeggiare.

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Lorenzo Marcoaldi

Cinefilo e videogiocatore incallito, non perdo mai l'occasione di andare al cinema.
Appassionato del cinema riflessivo di Villeneuve e quello parodistico di Edgar Wright, considero la trilogia del cornetto un monito da contemplare saltuariamente.

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