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Le Mans ’66: la nostra recensione

Abbiamo visto Le Mans ’66, l’ultima fatica di James Mangold e siamo qui per raccontarvi le nostre impressioni.

Un panorama dalla poca concorrenza

È ormai abbastanza noto come sia decisamente arduo concepire un film di automobilismo in grado di presentare tutti quegli elementi che si direbbero oggettivamente riusciti all’interno di una narrazione cinematografica. La minaccia di cadere nel tecnicismo più impenetrabile è sempre dietro l’angolo, rischiando, magari (o meglio, sicuramente), di annoiare i meno appassionati di un mondo assai sconfinato. Senza contare poi quelle pellicole in cui l’automobilismo diventa un pretesto per piantare il piede sull’acceleratore, mostrando una sequela di azione sfrenata che metterebbe a dura prova persino il più arduo fan di Steven Seagal e compagnia.

Insomma, fare i film sui motori è un compito arduo, ed è ancora più arduo fare un film sui motori riuscendo a convincere chi di motori non se ne interessa proprio. In questo campo desolato, fortunatamente arriva James Mangold, reduce da uno dei cinecomic più apprezzati di sempre.
Mangold decide così di portare a schermo una delle corse più incredibili della storia dell’automobilismo, quella di Le Mans ’66, attraverso i suoi diretti interessati, le geniali menti dietro la realizzazione e il collaudo della leggendaria Ford GT40.

Anni ’60, dopo un fallimentare tentativo d’acquisto della Ferrari da parte della Ford, la compagnia americana è decisa a rilanciare la sua immagine ad ogni costo. L’obiettivo diviene ben presto quello di vincere la gara di Le Mans, territorio dove la ferrari sembra ormai imbattibile da anni. Per farlo, Henry Ford II cercherà dunque di assemblare una squadra che lo possa portare vittorioso sulla linea del traguardo, riqualificando la sua azienda sotto ogni punto di vista.
Qui entrano in gioco i nostri protagonisti, il designer di automobili Carroll Shelby (Matt Damon) e l’intrepido pilota britannico Ken Miles (Christian Bale). Ben presto l’anziano Ken Miles inizierà però a bruciare un trionfo dietro l’altro, oscurando il successo della neonata ford GT40.

Non solo corse

Basteranno pochi minuti per rendersi conto che l’approccio del film è totalmente estraneo alla maggior parte delle opere dedicate allo sport. C’è si una forte preponderante dedicata al tema dell’autorealizzazione, combinata ad una delle condizioni tipiche della narrazione americana, quella dell’uomo self-made; ma il focus si concentra sicuramente altrove.
In Le Mans ’66 i roboanti motori fanno da splendida quanto visivamente impressionante cornice ad un quadro che da raccontare ha molteplici sfaccettature.

Ken Miles, talentuoso pilota dalla carriera mai decollata con gli anni dell’atleta finito. Un uomo scorbutico, bisbetico, dotato di un codice morale ferreo e inossidabile. Una personalità anti-sistema che, per necessità, si rivelerà essenziale proprio per il sistema stesso. Con l’obiettivo di vincere Le Mans, si vive una storia di uomini contro corporation, di amicizia e di rivalsa su se stessi.
Ad accompagnarci lungo il cammino, 2 star d’eccezione, Matt Damon e Christian Bale, quest’ultimo sempre stupefacente grazie alle sue incredibili capacità camaleontiche.

Una recitazione, quella di Bale, fatta di sguardi e provocazioni non pronunciate. Magnetici scambi visivi a bordo di autovetture a 200 chilometri l’ora. Mangold è stato in grado di valorizzare quel maledetto sguardo che vale più di mille parole, combinando, attraverso un sapiente utilizzo del montaggio, i momenti di pura grinta con quelli più umani; evitando quell’effetto stucchevole generalmente onnipresente in questo genere di film.

Il tempo perfetto a Le Mans

Ed è probabilmente il ritmo uno dei pregi più grandi di Le Mans ’66. Due ore e mezza senza intoppi. Una durata corposa che invece procede alla stessa velocità delle auto del film. Un alternarsi di tensione, gioia, tristezza e rabbia. Momenti di pura adrenalina costellati da una ricerca visiva perennemente accattivante.

Che siate appassionati di auto o meno è imperativo fiondarsi al cinema, Le Mans ’66 è uno spettacolo sotto praticamente ogni punto di vista. Quella orchestrata da Mangold è una delle storie più umane giunte dal paese a stelle e strisce da qualche anno a questa parte. Ci si emoziona e ci si commuove, passando attraverso momenti raccontati con incredibile dolcezza.

Infine non si può che non concludere con un consiglio: se non conoscete la vicenda che ha ispirato il film, non documentatevi e vivetela sul momento, ha dell’incredibile veramente.

Voto: 8+

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L'autore

Lorenzo Marcoaldi

Cinefilo e videogiocatore incallito, non perdo mai l'occasione di andare al cinema.
Appassionato del cinema riflessivo di Villeneuve e quello parodistico di Edgar Wright, considero la trilogia del cornetto un monito da contemplare saltuariamente.

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