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Anime & Manga Recensione

Clannad: l’importanza della famiglia

Un omaggio a Clannad e alla KyoAni

Visti i recenti avvenimenti che hanno coinvolto lo studio Kyoto Animation, mi sento in dovere di parlare di quella che è una delle serie più discusse all’interno di varie community anime e manga da 20 anni a questa parte. Clannad e Clannad After Story, dirette entrambe da Ishihara Tatsuya, sono riuscite a ritagliarsi uno spazio importante nella memoria degli appassionati di animazione giapponese. Ancora oggi, infatti, sono ricordate come una delle serie più drammatiche ed intense da un punto di vista emotivo.

L’articolo che seguirà conterrà spoiler, e verranno presi in considerazione gli avvenimenti più importanti di entrambe le serie (finale di Clannad After Story compreso). Motivo per cui consiglierei di evitare la lettura a meno che non abbiate visto entrambe le stagioni.

Più di un semplice anime scolastico dai risvolti sentimentali

Tomoya Okazaki, studente all’ultimo anno di liceo, con il suo atteggiamento all’apparenza distaccato e indolente, viene considerato da molti un pessimo elemento a causa della sua pigrizia e del suo carattere a volte ribelle. Sarà l’incontro con la piccola, dolce e fragile Nagisa Furukawa (ragazza ripetente, introversa e cagionevole di salute) a cambiare totalmente la sua vita e, in una sorta di gioco degli opposti, tra i due si instaurerà un profondo rapporto d’amicizia. Il filo conduttore della storia si identifica con il sogno di Nagisa di partecipare a una rappresentazione teatrale, ma quando tutto sembrerà perso a causa della mancanza di membri del club di teatro, sarà Tomoya a spronare e ad aiutare Nagisa nell’attività di reclutamento.

La struttura narrativa della prima stagione di Clannad, si snoda in questa maniera: intrecci di stampo sentimentale più o meno evidenti con delle sfumature di harem, attività di club scolastici e problemi annessi quali il reclutamento di personale; il tutto condito da una componente comedy molto accentuata che talvolta ripete svogliatamente alcune gag e situazioni (come ad esempio Sunohara che viene preso a calci da Sakagami).

Se da un lato la struttura narrativa della prima stagione di Clannad si può perfettamente inserire assieme ad una valanga di altre serie di stampo scolastico-sentimentale senza arte né parte, dall’altra è abbastanza evidente che gli elementi soprannaturali di cui la serie è pregna la rendono in qualche modo particolare. La recita scolastica cui la nostra protagonista metterà in scena alla fine della prima stagione mostra infatti degli elementi che lo spettatore dovrà ben tenere a mente, perché saranno informazioni importanti per risoluzione di un puzzle decisamente più intricato di quel che inizialmente sembrerebbe essere. La recita infatti narra gli stessi eventi che parallelamente alla narrazione vengono mostrati allo spettatore episodio dopo episodio. Piccoli scorci di un mondo immaginario e illusorio dall’aspetto desolato: in tale mondo vive una giovane ragazza, che per alleviare la solitudine costruisce un corpo meccanico con dei rottami. Particolarmente curioso come dettaglio il fatto che entrambi i protagonisti ricordino questa storia, ma senza capire da dove provengano queste memorie.

Oltre a questi eventi principali che riguardano i due personaggi più importanti della serie, vengono caratterizzati alcuni dei personaggi secondari tramite archi interamente dedicati ad essi, spesso dai risvolti soprannaturali (il che ci dà un’ulteriore conferma del fatto che l’opera non è uno scolastico “normale”). Decisamente intenso e degno di essere ricordato su tutti per potenza emotiva è quello relativo alla timida Kotomi; ragazza impacciata, insicura e dotata di un’intelligenza decisamente fuori dal comune, che fatica a costruire delle amicizie a causa di una personalità introversa e di traumi insorti dopo la morte dei suoi genitori a seguito di un disastro aereo. I genitori di Kotomi erano degli scienziati che stavano lavorando ad una teoria, non del tutto dimostrata ma con delle basi solide, secondo la quale il concetto di tempo e di spazio sono ben diversi rispetto a come siamo abituati a pensare. Non esiste infatti un solo universo, ma ne esistono altri la cui realtà è parallela alla nostra e tra di essi ci sono dei collegamenti impercettibili.

La fine delle prima stagione vede la dichiarazione di Tomoya a Nagisa, i quali inizieranno ad uscire insieme mostrando una certa timidezza nell’approcciarsi l’uno all’altro. Particolarmente curato il momento da un punto di vista tecnico (la dichiarazione di Tomoya), tanto da toccare il picco più alto della prima stagione. Un montaggio particolarmente serrato accompagna una fotografia di impatto grazie ad un uso di una colorazione satura, l’ost segue in modo perfetto gli stacchi del montaggio, ne enfatizza il momento e lo rende memorabile.

La fine della scuola e l’inizio di una nuova vita

La seconda stagione di Clannad inizia esattamente da dove si era interrotta la prima e inizia a snodarsi in un modo piuttosto lento e farraginoso. Episodi più o meno belli incentrati su altri personaggi secondari spezzano un po’ troppo il ritmo narrativo, ma al contempo ci regalano un’attenzione non indifferente rivolta a dei personaggi che altrimenti sarebbero rimasti anonimi. Su tutti l’arco relativo a Misae l’ho trovato particolarmente romantico e poetico.

Terminata l’attenzione narrativa rivolta ai personaggi secondari, gli eventi iniziano pian piano a focalizzarsi sulla crescita dei due protagonisti, i quali affronteranno d’ora in avanti diverse difficoltà. La fine della scuola infatti segna per entrambi i personaggi un passo importante da affrontare per raggiungere l’età adulta e mentre Nagisa affronterà questo passo solo in un secondo momento in quanto è stata costretta a fermarsi per un altro anno a causa di un problema di salute, Tomoya inizia ad affrontare i suoi demoni, distaccandosi dal nucleo familiare formato unicamente da suo padre e inoltrandosi nel mondo lavorativo. Il padre di Tomoya infatti rappresenta per lui una figura negativa da allontanare quanto prima, non tanto perché sia una presenza intrisa di negatività, ma piuttosto perché si tratta di una persona che non è riuscita ad affrontare del tutto la morte di sua moglie ed il peso del dover crescere da solo un bambino. Il tutto lo ha schiacciato completamente riducendolo ad un simulacro mosso unicamente dall’istinto della sopravvivenza, che trova talvolta modo di sfogarsi con l’alcol, dimenticandosi di tutto e di tutti.

La morte di Nagisa e la disperazione più totale

Gli eventi si susseguono ad un ritmo narrativo piuttosto serrato; Tomoya continua a lavorare e a costruirsi solidamente la sua posizione all’interno della società, mentre Nagisa riesce finalmente a diplomarsi. I problemi di salute tuttavia continuano a non dare tregua e così facendo le risulterà impossibile partecipare alla festa di addio alla scuola. In un secondo momento i vari amici di Nagisa e Tomoya si metteranno d’accordo per organizzarle una festa celebrata sempre nel luogo scolastico.

Superato questo scoglio non indifferente, i due decideranno di sposarsi e di andare a convivere. Da qui in avanti la serie prenderà una piega devastante, in quanto Nagisa rimarrà incinta di una bambina, ma i problemi di salute le renderanno difficile la gravidanza. Quando riesce a mettere al mondo Ushio, muore subito dopo averlo fatto tra le braccia di Tomoya che, dilaniato dal dolore, ripensa a tutti i momenti passati con la sua compagna ed arriva a rinnegare tutto, chiedendosi quanto sia stato giusto entrare nella sua vita se poi l’epilogo sarebbe stato questo.

Quanto grande può essere l’impatto che le nostre azioni e le nostre scelte possono avere sul prossimo? Quanto può essere dolorosa la perdita di una persona così importante? Ponendosi inutilmente queste domande, Tomoya si abbandona a sé stesso e rifiuta di crescere la figlia affidandola ai genitori della defunta Nagisa, i quali comprenderanno la scelta del fuggire dalla propria vita e di non affrontarla in quanto il dolore è troppo grande per provare ad essere razionali. Giunti a questo punto la serie ci mostra uno dei momenti più strazianti a livello emotivo:  un Tomoya dilaniato dal dolore finisce ineluttabilmente per subire lo stesso destino di suo padre, impotente di fronte alla realtà ed incapace non solo di ragionare in modo sensato, ma anche di trovare la forza di superare gli ostacoli che gli si parano davanti (caratteristica peculiare che lo aveva contraddistinto fino a quel momento).

Tale momento secondo il mio punto di vista va ad umanizzare il personaggio di Tomoya, il quale si mostra in tutte le sue sfaccettature e fragilità, e ci fa capire quanto irrazionali possano essere le persone poste di fronte al dolore ed alla perdita. Ci insegnano sempre ad andare avanti nella vita, a superare gli ostacoli perché questo ci rende persone forti e degne di ammirazione, ma è sempre possibile questo? Clannad sembra volerci dire che ci sono dei momenti nella vita in cui è impossibile superare determinate cose; con molta probabilità sarà possibile farlo in un secondo momento, in alcuni casi magari sarà impossibile farlo, ma nessuno potrà dirci quanto tempo ci vorrà per rimarginare le ferite e per ricominciare a vedere le cose con nitidezza. La comprensione e l’accettazione di un comportamento irrazionale di una persona a cui vogliamo bene posta di fronte al dolore, diventa l’unico conforto possibile, in quanto le parole perderebbero di qualsiasi efficacia.

Ancora qualcosa per cui vale la pena lottare

Trascorsi diversi anni di disperazione in cui le esigenze biologiche del corpo umano del protagonista erano gli unici motivi esistenti affinché egli si alzasse dal letto, i genitori di Nagisa decidono che è arrivato il momento per Tomoya di provare a voltare pagina. Con la scusa di voler fare una gita, lasciano il protagonista solo con Ushio cercando in qualche modo di far avvicinare i due. La tensione tra i due personaggi è palpabile e non appena capito il fatto che i genitori di Nagisa non sarebbero tornati di proposito e che la gita era solo una scusa, Tomoya decide ugualmente di portare fuori sua figlia a fare questa gita. 

La gita rappresenta probabilmente il punto di svolta più importante della serie e nella crescita del protagonista. Recatosi sul posto, ha modo di incontrare sua nonna, con cui avrà una discussione mirata ad approfondire alcuni aspetti di suo padre. Il padre infatti, pur schiacciato da un dolore devastante, ha continuato a crescere suo figlio da solo cercando di dare il massimo che avrebbe potuto in quelle condizioni pietose. Quello che era stato a tutti gli effetti un padre misero fino a quel momento, appare agli occhi di un Tomoya una persona da ammirare e meritevole di solidarietà che, nonostante tutto, ci ha provato a differenza sua.

La presa di coscienza di determinate realtà e l’accettazione della propria condizione, diventa uno strumento fortissimo per avvicinarsi a sua figlia; Ushio sembra essere in qualche modo consapevole che i sentimenti di suo padre sono veri e non artefatti, motivo per cui l’avvicinamento tra i due è inevitabile. Quello che inizialmente era un rapporto freddo e distaccato, si scalda in pochissimo tempo grazie alla presenza di sentimenti veri e genuini che seppur sopiti nel corso degli anni, sono sempre rimasti lì in attesa di germogliare.

La scena dell’abbraccio tra i due nel campo di fiori al tramonto concretizza in modo definitivo il loro legame e il momento viene enfatizzato così tanto da un punto di vista registico, reso a tutti gli effetti come quello che è probabilmente il momento più alto di tutta la serie. La colorazione calda del tramonto, il campo incredibilmente vasto e suggestivo, il montaggio questa volta meno frenetico e più attento a focalizzarsi in maniera più lenta su alcune inquadrature, la presenza di un’ost che diventa sempre più intensa, rendono la scena davvero forte da un punto di vista emotivo ed è davvero difficile rimanere indifferenti.

Il finale

Il padre di Tomoya si trasferisce da sua madre in modo tale da prendersi il suo meritato riposo, in virtù del fatto che suo figlio ormai è in grado di camminare perfettamente con le sue gambe. Tomoya stesso ha superato la sua condizione di immobilismo ed ha trovato una raison d’etre; sembrerebbe andare tutto per il meglio, fino a quando anche la figlia inizia a manifestare gli stessi problemi di salute della madre. Di primo acchito potrebbe sembrare un’esagerazione, ma considerando alcuni elementi impossibili da ignorare, diventa una cosa che assume un suo senso all’interno della serie. Ma andiamo con ordine e torniamo al tempo in cui Nagisa viene salvata dai suoi genitori quando viene trovata in fin di vita accasciata davanti alla porta di casa all’addiaccio.

Il padre di Nagisa chiede un miracolo alla città e sembra quasi che lo abbia ascoltato; da quel momento in avanti il destino di Nagisa e di sua figlia (inevitabilmente connessa a lei) sono segnati, e sembra quasi come se la città voglia a tutti i costi rivendicare la vita che non si era presa a quel tempo. Il destino di Ushio e di Nagisa quindi sono inevitabilmente segnati in quella linea di universo (ricordiamo infatti che in Clannad esistono infiniti universi in cui le cose vanno diversamente) e inutili saranno i tentativi di Tomoya di salvare le persone più importanti della sua vita agendo in modo razionale. Quasi consapevole di questa realtà, Tomoya si accascia al suolo assieme ad Ushio e si abbandona al suo destino assieme a lei.

Così si chiude il penultimo episodio di Clannad Afterstory, ma l’episodio successivo mostra una realtà del tutto differente a quella mostrata fino ad allora. Ed arrivati a questo punto è inevitabile fare un ulteriore passo indietro e tornare al mondo parallelo desolato dimorato da una ragazzina e da un robot che cercano a tutti i costi di evadere. Veniamo a conoscenza del fatto che quello altro non è che uno dei tanti universi paralleli in cui la bambina è Ushio, e la sua condizione di solitudine simbolizza il periodo della bambina trascorso senza la presenza di suo padre. Tra i due mondi sembra esserci un collegamento e sembra che quelle sfere luminose che appaiono di continuo nel mondo desolato e nel mondo principale, altro non sono che i sentimenti positivi delle persone che si manifestano in momenti particolarmente importanti nell’arco della vita. C’è un motivo difatti per cui sia Nagisa che Tomoya fossero a conoscenza di questa sedicente fiaba senza mai averla sentita da nessun’altra parte (Nagisa grazie al suo profondo legame con Ushio, e Tomoya grazie al fatto che coesisteva in quel mondo sotto forma di essere meccanico).

Gli universi esistenti difatti non sono soltanto due, ma tantissimi e probabilmente infiniti; ci sono infinite realtà in cui qualsiasi cosa esiste, basta solo trovare l’universo giusto. Di conseguenza esiste un universo in cui sia Nagisa che Ushio non muoiono e conducono una vita serena, bisogna solo capire come arrivarci. Il protagonista si ritrova nell’ultimo episodio proprio in questo scenario in cui le cose gli vanno bene, ma come ha fatto ad arrivarci? L’aver reso felice la città, le persone che aveva attorno, ha reso possibile un collegamento tra i due mondi che ci vengono mostrati e di conseguenza, la possibilità per il protagonista di cambiare universo. Mentre Tomoya esaudisce l’ultimo desiderio di sua figlia, ovvero quello di portarla in gita ancora una volta (quando poi si accascerà al suolo e morirà), “raccoglie” tutte le sfere luminose e i sentimenti positivi delle persone con cui aveva a che fare; ciò gli ha dato la possibilità di giungere nel mondo ideale. Nel corso della serie difatti vedremo il protagonista aiutare tante persone ed ogni volta vedremo questa sfera luminosa apparire nel momento in cui egli avrà aiutato qualcuno di importante. Quello che inizialmente sembra essere un elemento insignificante, diventa poi fondamentale per capire come sono andate effettivamente le cose.

Il finale di Clannad, eccessivamente buonista per alcuni, va letto a mio parere con una visione molto buddista delle cose, a cui la società giapponese è profondamente legata sia culturalmente che socialmente. Dobbiamo guardare il tutto come un’unica entità e non come un insieme di tante cose sconnesse tra loro. La vita di ciascuno di noi, i vari universi, il sassolino apparentemente insignificante che si trova sul marciapiede, fanno parte di un unico insieme in cui tutto è profondamente connesso. La capacità di Tomoya di aver colto queste connessioni (seppur in modo inconsapevole) ha fatto sì che le sue azioni positive verso gli altri, abbiano in qualche modo agito sul tutto ed abbiano reso possibile il raggiungimento dell’universo ideale, in cui la città (come dice la serie, ma secondo me è più un “tutto”) ha tratto giovamento dai sentimenti positivi dei personaggi e viceversa.

Tale scelta narrativa, seppur coerente ed assolutamente non campata per aria come sostengono alcuni, ha tuttavia a mio parere come “effetto collaterale” quello di depauperare la morte stessa. Se da un lato infatti ciò che ci voleva comunicare l’autore è abbastanza chiaro in un contesto in cui il simbolismo la fa da padrone, dall’altro forse è anche lecito domandarsi se in una serie come Clannad la morte ne esca un po’ ridimensionata in una visione delle cose in cui è praticamente possibile aggirarla se ci si comporta in un certo modo. Tale è il motivo per cui probabilmente questa serie ha tantissimi fan, ma anche tantissime persone che la detestano.

Clannad è unico

Nonostante tutto Clannad rimane una di quelle serie che sono riuscite a far parlare di loro e a non essere mai dimenticate; vuoi per una capacità di trasmettere le emozioni in un modo così intenso, vuoi anche per il fatto che si tratta di un’opera che è riuscita ad andare oltre lo scolastico sentimentale e a proporre qualcosa di più, osando non poco e proponendo un insieme di componenti impossibili da ritrovare in qualsiasi altra serie. Impossibile inoltre da parte mia, giunti a questo punto, non menzionare l’incredibile comparto grafico artistico della Kyoani, che mostra una regia sempre di impatto nei momenti più intensi (come ho menzionato più volte nel corso dello scritto). Movimenti di macchina ben studiati e un montaggio attento, rendono a mio avviso la regia di Clannad impossibile da non notare e caratteristica fondamentale che ha reso ogni momento intenso da un punto di vista della storia, memorabile agli occhi di chi lo guarda. Sublimi le animazioni e la fluidità del character acting (notevole la varietà di espressioni facciali e la fluidità del movimento del capelli), che mostrano qualche piccola incertezza nelle pochissime scene di stampo action in cui si nota un’inesperienza degli animatori nell’avere a che fare con sequenze in cui i vari personaggi si muovono in modo più repentino ed innaturale.

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