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Film/Serie Tv Recensione

Black Mirror, una quinta stagione davvero deludente

Black Mirror è una serie tv antologica distribuita per le prime due stagioni da Channel 4 e successivamente da Netflix, che ad oggi si è occupata di pubblicare altre 3 stagioni. La serie ha fortissimi richiami al distopico, alla fantascienza e al drammatico. La serie ontologica è legata dal filo conduttore dello spunto di riflessione finale, spesso drammatico, che varia da episodio ad episodio. Generalmente la riflessione cade sull’abuso della tecnologia, raramente troppo distante da quella a nostra disposizione. Il 5 giugno 2019 Netflix rilascia i 3 episodi che compongono la quinta stagione: “Striking Vipers”, “Smithereens” e “Rachel, Jack and Ashley Too”. Di seguito sono analizzati i pro e i contro di ciascun episodio, senza troppi spoiler.

Striking Vipers

In questo episodio viene a mancare totalmente un aspetto fondamentale della saga, la distopia. Non c’è assolutamente nulla che rimandi ad una lontana parvenza di abuso di tecnologia. L’episodio verte su una relazione tra due amici attraverso un videogioco a realtà aumentata. Nel gioco uno dei due amici sceglie di immedesimarsi in un personaggio femminile, mentre l’altro in uno maschile. I due amici attraverso i personaggi scelti andranno ad instaurare una relazione lungo tutta la durata dell’episodio. Il più grande problema di questo episodio è la centralità della relazione e l’assoluta secondarietà della tecnologia. La quale non è più l’elemento attorno al quale ruotano le vicende, ma viene totalmente stravolta e posta come un semplice mezzo. Il finale non è neanche lontanamente distruttivo, ogni personaggio è felice e soddisfatto andando a demolire sotto ogni punto di vista la riflessione, talvolta obbligatoria, che il singolo episodio dovrebbe lasciare. Un finale felice che di fatto mostra che nell’episodio non è assolutamente successo nulla se non l’instaurarsi di una relazione extraconiugale.

Smithereens

Qui la tecnologia ha un ruolo più centrale ma ben lontano dagli standard che la serie ha posto. Un taxista prende in ostaggio uno stagista dell’azienda Smithereens, nota per una applicazione che porta il suo nome, per entrare in contatto con il suo CEO. Durante tutto l’episodio cresce il desiderio di sapere il perché debba contattare l’amministratore e soprattutto di cosa parlagli. Si nota subito che anche qui il titolo Black Mirror c’entra poco e niente con la trama posta. I fatti si svolgono in una realtà molto vicina alla nostra, precisamente Londra 2018, fatto che può anche andar bene nonostante la maggior parte degli altri episodi sia ambientata nel futuro prossimo. Degna di nota nell’episodio è l’interpretazione di Andrew Scott, già visto nel ruolo di Moriarty nella serie tv Sherlock, che trascina con forza l’episodio. Alla fine della visione otteniamo la risposta alle nostre domande, Ma si nota subito un basso impegno da parte degli sceneggiatori nel trovare una causa scatenante. Il più grande problema di questo episodio è che gli stessi personaggi non danno la colpa alla tecnologia, bensì allo stesso taxista, il quale ne è consapevole fin da subito. Lo sbaglio dell’uomo è posto fine a se stesso: io ho avuto questo problema, ma non è detto che altri lo abbiano. Il finale qui è parzialmente aperto e l’episodio fa trasparire una importante osservazione sulle informazioni dei social network. Infatti vediamo come il popolo inglese segua attentamente le vicende del rapimento, ma che una volta concluso, tutti tornano alla propria routine.

Rachel, Jack and Ashley Too

L’ultimo episodio può benissimo essere slegato dagli altri due e posto come film “stand alone” di matrice Disney seppur maggiormente dark. La tecnologia vista nell’episodio è stata già usata molte volte nella serie. L’episodio è una trasposizione in chiave drammatica della vita di Hanna Montana, per “coincidenza” interpretata sempre da Miley Cyrus. La quale interpreta davvero bene il suo ruolo di Ashley O, dato che è cresciuta recitando quella parte, cercando di trascinare l’episodio come ha fatto nel precedente Andrew Scott, purtroppo non riuscendo. Oltre alla recitazione, Miley ha doppiato la bambola Ashley Too, la quale ha una parte di coscienza di Ashley, il personaggio parodia di Hanna Montana. L’episodio è quello con più buchi di trama e soprattutto quello con la sceneggiatura più carente. Due ragazzine riescono a violare una bambola che custodiva un importantissimo segreto semplicemente collegandola ad un pc. Ce ne sarebbero davvero molti altri ma è importante soffermarsi anche su quanto tutti gli eventi siano stati gestiti male ad esempio l’introduzione delle ragazzine a casa di Ashley. La parodia dark di Hanna Montana offre però, almeno, degli spunti di riflessione sul finale. Come il fatto che all’utente medio non importi come sia stato ottenuto un qualcosa, in questo caso musica, e pagherebbe pur di vedere ciò che cerca.

Conclusione

Tirando le somme, il titolo Black Mirror può benissimo essere tolto dai 3 episodi, i quali rappresentano film decisamente mediocri, che una volta additati come Black Mirror, rasentano il disastro. Il senso di un futuro pessimo ma al tempo stesso plausibile qui è totalmente assente, infatti alla fine dei tre episodi non avremo molto su cui riflettere. Riflessione che in tutti i casi verte sulla domanda “perché Black Mirror è caduta così in basso?”. Relazioni extraconiugali, foto di cani e dark-Hanna Montana non rappresentano gli standard a cui la serie ci aveva abituato. Dopo una quarta stagione vacillante, questa quinta segna la linea di non ritorno per una serie che una volta era originale, acuta e interessante. La tecnologia cerca di essere al centro delle vicende, ma ogni volta fallisce miseramente andando a fare da puro contorno alla vicenda. Sarebbe stato più giusto attribuirgli un titolo diverso e concludere Black Mirror con la quarta stagione piuttosto che presentare un lavoro inconcludente ma soprattutto mal fatto. Da persona che apprezzava davvero tanto la serie, sono altrettanto deluso, perché questo, che possa piacere o meno, non è assolutamente Black Mirror.

Voto: 4+

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