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Anime & Manga Approfondimento

Karate Shoukoshi Kohinata Minoru – Manga di Botte #2

12 novembre 1993, MCNichols Sports Arena di Denver, Colorado.

Royce Gracie, jiujitsuka per niente imponente, batte uno dopo l’altro uomini ben più massicci di lui, dando il là per una serie di eventi conosciuta con il nome di Ultimate Fighting Championship.
Le arti marziali miste (d’ora in poi MMA) erano state anticipate pochi decenni prima dall’epocale incontro tra Mohammed Alì e Antonio Inoki, a sua volta preceduto dalla devastante vittoria del judoka Gene LeBell sul boxer Milo Savage. Per quanto soprattutto il primo fosse un evento di portata globale, qualsiasi appassionato è solito ricondurre la nascita delle moderne MMA a quel fatidico UFC 1, aiutato nella diffusione dello sport dal boom delle arti marziali scaturito dall’impegno di Bruce Lee e di altri leggendari combattenti.

Come accennato nel precedente Manga di Botte, in Giappone si formano rapidamente diverse promotion (Pancrase, PRIDE, Deep) e le arene si riempiono di spettatori paganti; è l’inizio di una frenesia che dura ancora oggi, tra trash talking e KO spettacolari. E naturalmente, com’è caratteristica dell’arte popolare, anche nel fumetto mainstream tale argomento è stato esplorato in lungo e largo, a partire da quel Baki The Grappler che è fuoriuscito dal marasma per i suoi discorsi pregevoli.
Differentemente dall’esagerato Keisuke Itagaki, diversi autori hanno abbracciato un realismo maggiore rispecchiando una tendenza sempre più polarizzante.

Il giovane prodigio del karate, Kohinata Minoru

E’ il 2000 quando Yasushi Baba, conosciuto oggi come quello che fa cavalcare le cose a Putin, riesce a capire l’andazzo pubblicando sulle pagine di Young Magazine la longeva e fortunata Karate Shoukoshi Kohinata Minoru. In America le MMA vengono demonizzate e definite “human cockfighting” per la brutalità rappresentata dal combattere senza regole precise; in tale situazione, una percezione ben diversa permette al PRIDE Fighting Championship di affermarsi anche al di fuori del suolo giapponese e diventare così l’organizzazione più importante al mondo. E’ un periodo estremamente fertile per le arti marziali in Giappone, e quando Baba fa partire la sua storia riesce ad ottenere un riscontro immediato e positivo.

Kohinata Minoru è un diciannovenne appena iscrittosi all’università Reinan, conosciuta per l’estrema qualità dei suoi club sportivi; iscrittosi a quello di ginnastica, l’efferato bullismo dei suoi senpai lo spinge ad abbandonare progressivamente le attività tra le proteste dell’amica Nana. Il karateka Ryuuji Mutou (cui hobby è menare chiunque) si trova ad osservare uno di questi soprusi e, incazzatosi come una faina per il patetismo di Minoru, mette KO prima i bulli e poi anche lui. Al suo risveglio l’attraente universitario si ritrova con addosso un karategi, pronto ad iniziare un nuovo ed esaltante capitolo della sua vita.

Migliorare col tempo

Parliamoci chiaro: non si tratta di una premessa invitante. Dal momento in cui Osamu Tezuka ha canonizzato quello che oggi definiamo come “manga moderno” un numero spropositato di autori si è avvalso di protagonisti debolucci che pian piano diventano superforti, facendo affidamento sui buoni valori e sull’impegno costante. A ciò va aggiunto, oltretutto, che quella di Kohinata è una storia realistica, priva di quell’appeal che l’esagerazione dà alle semplici botte.

Dai superuomini di Baki si passa a studenti universitari, impiegati che praticano il karate e campioni del mondo ispirati a quelli reali. KSKM, insomma, presenta un racconto poco invitante, figlio di una tendenza di nicchia e inizialmente radicato in una dimensione scolastica praticamente assente. E si, tranquilli, ora arriva lo spiegone che ribalta le pessime aspettative costruite finora. Scusatemi, sono stanco pure io di questi colpi di scena del menga.

Però, e questo è un bel però, credo sia sacrosanto specificare quanto Kohinata Minoru sia inizialmente ben poco interessante. Sono parecchi i fumetti di arti marziali in cui l’attenzione data al combattimento – piuttosto che alla tecnica spaccamascella – porta l’autore a concentrarsi fin troppo sugli eventi perdendo di vista il contesto e i personaggi; History’s Strongest Disciple Kenichi ne è un esempio lampante, coi suoi scontri sempre più intricati e noiosi. E se si deve dare importanza alle prime impressioni, è abbastanza palese che KSKM finisca per ricordarlo: Kohinata impara il karate per essere più forte, inizia a combattere contro i membri degli altri club e bla bla bla, la solita solfa.

Crescere, vivere, lavorare

L’interesse nasce quando, capito che l’antifona non funziona, Baba guarda veramente alla realtà e inserisce Koushun Izumi, personaggio chiaramente ispirato al patron del Seidokaikan Karate Kazuyoshi Ishii. Il King of Strikers, circuito professionistico di cui Izumi è presidente, entra in scena con grande forza rompendo gli equilibri scolastici precedentemente definiti. Dai combattimenti cazzari contro i kendoka si passa quindi ai tornei, alle nocche sporche di sangue e, infine, alla concezione di professionismo. Kohinata inizia il karate come un passatempo, riesce in breve tempo a dimostrarsi talentuoso e a legare coi suoi compagni, eppure bisogna sempre tener conto di come il tempo passi, inesorabilmente.

Le attività che facciamo da ragazzi per passare il tempo, a volte, crescono dentro di noi germogliando in una passione sconfinata; la vita, tuttavia, non ci consente sempre di seguirle. A me fumetto e animazione sono sempre piaciuti tantissimo, per esempio. Parlarne mi fa sentire bene, e in un certo senso è l’unica cosa che mi piace davvero fare. Per questo motivo, negli ultimi 2 anni, mi sto sbattendo in tutte le maniere possibili per far sì che diventi a tutti gli effetti il mio lavoro.

Per le arti marziali vale un po’ lo stesso discorso: fino agli ’90 era difficile vivere a tutti gli effetti praticando karate o judo. La massima aspirazione un’artista marziale potesse avere era fare l’attore, o aprirsi una palestra: anch’essere campione del mondo, dopotutto, a che avrebbe portato? A essere l’eroe di una ristretta cerchia di praticanti?
Con l’ascesa delle organizzazioni di MMA, invece, il discorso è cambiato radicalmente. Quelli che prima spaccavano le pile di mattoni per avere un po’ di rilevanza ora potevano invece dimostrare al mondo intero la propria forza, ed essere pagati per questo.

Il duro percorso del professionismo

Allo stesso modo, in KSKM l’attaccamento verso lo stile Kaburagii-ryuu si sposta dalla concezione dal passatempo alla professione; le tecniche che i senpai passano al giovane Minoru crescono dentro di lui, rivelando come lo sport aiuti il singolo individuo nella sua maturazione. Le sfide rappresentate da un combattimento, dopotutto, non sono così diverse da quelle poste dalla vita: cercare un’apertura per sferrare un doumawashi è identico al trovare un posto nel mondo, con tutte le difficoltà che esso comporta.  Dopo essersi laureati, i membri del secondo club di karate si trovano spaesati, privi di una collocazione precisa nel grande schema delle cose. Le tecniche trasmesse dai maestri, i kumite e le trasferte negli altri dojo li hanno però preparati ad affrontare le diversità col giusto piglio; dall’essere semplici studenti i karateka si avviano col corso della storia ad essere uomini, oltre che artisti marziali.

Con la maturazione dei suoi protagonisti, KSKM cambia gradualmente anche in termini di impatto visivo: se inizialmente il tratto di Baba è piuttosto classico e a tratti eccessivamente ipertrofico, nel corso dei volumi il dettaglio dei corpi si fa sempre più certosino e notevole da vedere. I combattimenti, da una staticità quasi statuaria, divengono tanto dinamici e impressionanti da stupire per una costruzione sempre più complessa. Le discipline messe in ballo aumentano di capitolo in capitolo, spaziando dal karate al brazilian jiu-jitsu e, addirittura, al ninjitsu tradizionale. In questo modo, Baba riesce a descrivere brillantemente una grossa gamma di difficoltà, allegando anche diversi modi per superarle.

La vita stimola a combattere

Tavole di grande impatto riempiono gli occhi del lettore, mentre Kohinata cresce tra piccole soddisfazioni e grandi delusioni. Ciò che rende la lettura di KSKM ancora più stimolante, infatti, è che per il protagonista la vita non sembra mai essere facile; la vittoria del personaggio principale, scontata in moltissimi fumetti del genere, qui diviene sempre più incerta e difficile da raggiungere. Per trionfare non basta essere al centro della propria storia, non bastano l’impegno e il talento; in realtà, a dirla tutta, non c’è qualcosa che basti. Nel proprio percorso, infatti, non c’è mai nulla di certo, neanche se sembra che tutto stia andando nel migliore dei modi. La vita è imprevedibile: per questo e per mille altri motivi bisogna sempre essere preparati ad ogni avversità.

Suddetta ineluttabilità del destino si tramuta in una narrazione che non favorisce nessuno, permettendo talvolta a svariati comprimari di ottenere il proprio momento di gloria. Se non è detto che il protagonista debba essere al centro della sua storia, allora si apre la possibilità di dedicare l’attenzione ad un comprimario. Quelle “da zero ad eroe” sono sempre storie coinvolgenti, animate da un genuino riscatto sociale in cui la nullità riesce a raggiungere la cima. I comprimari di KSKM lottano con la formula del tag-team, prendendo i turni per riempire i vari archi narrativi; dalla sicurezza del personaggio principale si passa alla nascita di vere e proprie leggende, miti di una notte da ricordare per tutta la vita.

Imprevedibile come un jab

In conclusione, Karate Shoukoshi Kohinata Minoru è una serie di grandi botte: piena di calcinfaccia e nasi rotti, non si fa mancare un aspetto sociale interessante. Lo spettatore medio vede il lato superficiale del combattimento, quello composto dal trash talking nelle conferenze, da contratti stellari e pochi eletti che se ne avvalgono. Dietro allo splendore del main event si nascondono le preliminari, e ancor più a ritroso le promozioni nazionali, regionali e locali. C’è chi prende centinaia di migliaia di dollari ad incontro e chi, invece, poche centinaia. Per uno sport in cui venire picchiati è la regola. Decidendo di fare il lottatore di professione, ci si avvia su un sentiero pieno di rovi e piante urticanti. Il dolore diviene una costante con cui sopravvivere, mentre si cerca con disperazione l’occasione giusta per ottenere la svolta decisiva. Minoru Kohinata e i suoi compagni mostrano senza vergogna questo lato della medaglia, in un periodo in cui gli incontri di kickboxe e quelli di MMA non avevano ancora il clamore che hanno oggi. Ed è per questo che, nonostante le titaniche dimensioni, è una lettura stimolante ed ancora, a conti fatti, unica.

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