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Lettera ad Isao Takahata

Caro Isao,
mi prendo la libertà di darti del tu perché sai, non mi sei mai sembrato un tipo troppo formale. Da quando sei morto è passato appena un anno e io ancora non so come prendere questa notizia. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di una scemata, che in fondo l’ammirazione per un regista non è un sentimento così importante, ma il rapporto che c’era tra te e i tuoi spettatori non è mai stato così semplice. Il tuo compare di marachelle Hayao ha sempre dato voce ai suoi pensieri, da uomo burbero e diretto qual è, mentre tu invece ci hai lasciato ben poche parole. Per te la sfera pubblica quasi non esisteva: in 8 anni di Kaguya-hime quasi mai un’apparizione, d’altronde neanche ti presentavi in studio. Eppure, Isao, anche se nei documentari dedicati al Ghibli comparivi due volte di numero (rigorosamente con una sigaretta in mano), io non credo di essermi mai sentito tanto vicino ad una persona che non ho mai conosciuto come mi è successo con te.

Mi ricordo ancora che quando andai a vedere La Storia della Principessa Splendente non volevo più uscire dal cinema: le mie unghie s’erano attaccate automaticamente alla poltroncina, tant’è che passarono 10 minuti contati prima che trovassi la forza di metabolizzare. Un diciannovenne dopotutto non ha ancora tutti gli strumenti per rendersi conto di ciò che vive, no? E poi me l’hai detto tu, con Pioggia di Ricordi, che lasciare andare i propri ricordi è uno dei compiti più difficili per ogni essere umano.
Io, però, non volevo che quell’istante se ne andasse.

Perché sai Isao, io non sono esattamente quello che si potrebbe definire una persona forte, o stabile. Eventi che per altri sono insignificanti a me colpiscono con la forza di una sciabolata, il mio cervello rimugina sempre sugli errori e sono anni, oramai, che ho una paura fottuta di affrontare il mondo.
Là fuori ti ammazzano Isao, ti spolpano e poi sputano i resti.
A pensarci, però, che te lo dico a fare? Tu lo sai e lo hai sempre saputo, molto meglio di me. Non so bene che tipo di persona fossi – dopotutto non hai mai voluto farlo capire davvero – ma so invece che se Miyazaki parla del mondo che vede, tu il mondo ce lo hai sempre avuto dentro.
Ogni tuo film e ogni tua serie, da “Heidi” a “I miei vicini, gli Yamada”, non era una semplice rappresentazione della vita: era proprio la vita stessa.

Non hai mai avuto bisogno di essere conciliante nei confronti dei tuoi spettatori: quello che volevi, dopotutto, non era fare carezze ma dare schiaffi, di quelli che ti lasciano il segno in faccia. Non è che fossi un sadico, è che semplicemente volevi dare a me e a tutti gli altri quelle sensazioni che ti aveva dato leggere Prevért, o guardare Godard. Volevi, Isao, che capissimo quanto il mondo sia un posto oscuro e terribile in cui, però, possiamo comunque vivere.
Certo, le sofferenze saranno sempre tante e il lieto fine una comoda illusione, eppure in quel dolore si nasconde una bellezza che tu sei sempre stato capace di interpretare come nessun altro al mondo. Tu non ti sei mai trattenuto, anzi; sembra quasi che il tuo lavoro non fosse fare film, quanto invece ricordarci che stare al mondo è un’esperienza da preservare.

La Tomba delle Lucciole è sempre stato identificato come un film strappalacrime, sai, ma io lo so che tu volevi evidenziare la stupidità del nazionalismo mostrando come lo stato giapponese, dopo quella atroce disfatta, vi aveva abbandonato. E da quel momento, la tua carriera è stata un modo per descrivere la rinascita di un popolo e di una società che tramite i suoi cambiamenti si rialzava dal fango in cui era stata sbattuta. Di film in film hai sempre allargato il focus, sei passato dal tuo paese al mondo e lo hai fatto sempre con forza, perché essere delicati in questi frangenti non serve a niente. Per questo, Isao, quando Kaguya-hime è arrivato alla sua scena finale io ho sentito la mia realtà che si disfaceva per ricostituirsi alla comparsa dei titoli di coda.

L’ ho capito, sai? La Principessa, in realtà, sei tu. Sono io. Siamo tutti noi.
Soffriamo, stiamo male, ci sentiamo soli, eppure vogliamo vivere.
E quando ne capiamo la motivazione, quando capiamo che è questo il posto a cui apparteniamo, vengono a prenderci per portarci via. Ti immagino nel tuo letto, a urlare di lasciarti stare perché è in questo mondo che vuoi stare. Tu che non hai mai alzato la voce, tu che sei sempre stato un tipo taciturno.
Non ci sei più, Isao, e inizialmente pensavo che per me sarebbe stato ancora più difficile: non ti mentirò dicendo che va tutto bene, perché non è così. Faccio fatica, molta fatica, tanto che ho tentato più volte di gettare la spugna. Io non mi sento a mio agio in tutto questo, anche se ho tante persone che mi vogliono bene e un successo in cui non avrei mai sperato. Il terreno su cui poggio i piedi non mi sembra mai stabile, anzi più volte ho aspettato solo il momento in cui sarei sprofondato.
Però sei tu ad avermi insegnato che non è per questo che sono qui. Sei tu ad avermi detto che nonostante tutto vivere è la cosa migliore che ci sia capitata. E per questo, anche se avrò paura, io non ti dimenticherò mai.
Io voglio vivere Isao, e se è così è anche per merito tuo.
Per sempre tuo,
Italo.

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