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Anime & Manga Approfondimento

5 centimetri al secondo: una colorata retrospettiva analitica

Articolo realizzato in collaborazione con FAR from Animation! Il Film” 5 centimetri al secondo” sarà proiettato nei cinema italiani tra il 13 e il 15 maggio. Scopri qui dove si trova la sala più vicina a te!

Sfatiamo qualche mito

Diciamolo subito: 5 Centimetri al secondo non è il lavoro di un giovane regista debuttante, che per la prima volta spicca il volo verso il firmamento di uno stile che ancora deve far proprio completamente così come non è una pellicola diretta da un veterano dall’abilità gestionale sviluppata in qualche decina d’anni d’esperienza nel mondo dell’animazione cinematografica. È piuttosto un film animato realizzato da una personalità già sicura di sé ma che vive il mondo degli anime in maniera ancora atipica rispetto alla maggior parte dei suoi colleghi.

Contrariamente al racconto che viene fatto dai più, nel 2007 Makoto Shinkai non è affatto un artista novellino: a 34 anni è forse il regista di sigle animate di visual novel più influente di sempre, ambiente nel quale ha avuto modo di affinare la sua peculiare estetica ricca di inquadrature ambientali ed effetti fotografia che invadono dolcemente il cuore. Ha già prodotto due corti animati, Hoshi no Koe e Kanojo to Kanojo no Neko, amatissimi dalla critica a tal punto da fargli vincere ben tre premi ed ha già diretto Kumo no Mukou Yakusoku no Basho, il primo film della sua CoMix Wave Inc.

Dalla sigla di testa di EF: a tale of Memories

Eppure, il suo nome non è ancora così conosciuto all’infuori dai fan dell’animazione indipendente e della casa produttrice di eroge Minori. Comprensibilissimo, considerando il così limitato circuito delle sue opere e i consistenti riferimenti al genere sekaikei, ancora ancorato ad un pubblico fortemente otaku, di Kumo no Mukou.

Il nuovo lungometraggio nasce, quasi sicuramente, proprio per allontanarsi da questi ristretti ambienti ed abbracciare un pubblico ben più ampio, interesse non così scontato considerando il panorama di quel periodo storico: all’epoca infatti i film animati per adulti che tentavano di allontanarsi dolcemente sia dagli stilemi narrativi degli anime late night che dall’animazione più sperimentale erano una componente ancora assolutamente minoritaria del botteghino animato nipponico, basti pensare che soltanto in quegli anni Keiichi Hara e Mamoru Hosoda stavano ottenendo i loro nuovi e più autoriali spazi attraverso Un’estate con Coo e La ragazza che saltava nel tempo. Inutile dire che il film sarà soltanto il primo passo di Shinkai alla ricerca del mainstream, un viaggio che si potrà dire unanimemente concluso soltanto con Il Giardino delle Parole e Your Name, con i quali ha letteralmente aperto la strada a date-movie per giovani adulti come Uchihage Hanabi e Kimi no suizou wo tabetai, che fino a pochi anni fa avrebbero rappresentato degli investimenti non così sicuri per i comitati di produzione.

5 centimetri al secondo non può limitarsi ai più entusiasti fan degli anime. Non può proprio permetterselo, perché è una storia che non parla di loro e nemmeno parla solamente a loro, con i tratti distintivi a cui sono abituati. Byousoku Go Senchimeetoru parla a tutti, perché è la storia di tutti. I piccoli e abbozzati Takaki, Akari e Kanae trascorrono vite dannatamente comuni, si imbattono in situazioni altrettanto familiari che risolvono in maniera assolutamente anticlimatica. Sono delle persone normalissime, proprio come tutti noi, condannati ad un’esistenza di struggimenti a cui tutti siamo abituati. Non vivono eroicamente, non dimostrano qualità sopra la media o molteplici sfaccettature. Ma questi non sono affatto dei problemi, perché Makoto Shinkai non intende emozionarci grazie un intricato intreccio ricolmo di colpi di scena o attraverso tragedie strappalacrime. Ciò che vuol davvero ricercare è l’empatia dello spettatore di fronte ad impasse emotivi che prima o poi coinvolgono tutti, impreziosite magistralmente dal vero protagonista del film: gli sfondi, riuscitissima metafora dei sentimenti e delle età dei protagonisti.

Un comparto tecnico insolito ma costante

La predilezione del regista per i fondali rispetto ad altri aspetti produttivi si evince anche semplicemente osservando un po’ i titoli di coda: Shinkai non si dedica soltanto a regia, storyboarding, stesura della sceneggiatura e fotografia ma è persino l’art director della pellicola, pur avendo una formazione più legata al mondo della 3DCG e della post-produzione. Inoltre, il primo episodio da cui è composto il film, presenta addirittura più addetti ai background che key animators, un fatto decisamente insolito per una produzione nipponica.

Le motivazioni dietro ad una scelta come questa sono perlopiù di natura produttiva, ma c’è anche un pizzico di autorialità: Shinkai all’epoca, nonostante il già affermato stile visuale, non possedeva un gran numero di agganci e conoscenze all’interno del mondo dell’animazione. Kumo no Mukou impiegava tra tutti soltanto un animatore, Naoto Hosoda, abituato al mondo dei lungometraggi animati e 5 centimetri rappresenta addirittura un passo indietro rispetto alla precedente pellicola su questo versante: tra i crediti non compare nessun grande nome ed il character designer, nonché principale supervisore delle animazioni, Takayo Nishimura era un più che discreto animatore ma che ancora faticava nella realizzazione di convincenti personaggi originali.

 

Quel che per molti registi avrebbe potuto rappresentare la punta di un insormontabile scoglio alla buona riuscita del film non spaventa particolarmente l’asso nella manica della Minori: dopotutto, la messa in scena del primo Shinkai è fortemente basata sull’interazione delle sagome dei personaggi con i paesaggi mozzafiato, sui layout statici ma dai vivissimi colori che fotografano le sensazioni della voce narrante e sulle luci accuratamente posizionate che forniscono un senso di varietà e novità allo spettatore. In fondo, quel che ha fatto fino a quel giorno non è stato altro se non cercare di trovare delle soluzioni visive convincenti attraverso risorse estremamente limitate al fine di fornire un certo “cinematismo” alle proprie creazioni. Non che lo Shinkai più maturo vada verso altre direzioni, certo, ma i mezzi con cui realizza i propri simulacri del cinema dal vero sono ben più vari e spesso affidati a professionisti dello staff d’animazione. Mi riferisco in particolar modo alla accuratissima resa dei volumi che ha caratterizzato Your Name, pellicola nella quale figurano alcuni tra i più importanti animatori “realisti” dello scorso secolo.

5 centimetri al secondo ovviamente non presenta nulla del genere e, a dirla tutta, lunghe sequenze emotive fortemente recitate avrebbero stonato all’interno di ambienti spesso davvero ampi e talvolta fortemente bidimensionali. Questa visione dello spazio, come è naturale presumere, non verrà totalmente abbandonata con Hoshi wo Ou Kodomo e in alcune sequenze sarà possibile notare importanti parallelismi persino tra 5cm e Kotonoha no Niwa, tuttavia fin dal successivo lungometraggio l’approccio del regista all’animazione dei personaggi si farà via via più puntale ed esigente. Da questa prospettiva è possibile tracciare una linea di demarcazione tra quel che è venuto prima di Byoosoku e quel che verrà dopo.

Anche gli sfondi presentano un’identità propria che si evolverà verso un’altra direzione nel tempo: rispetto ai fondali di Your Name e del Giardino delle Parole dagli inossidabili volumi e i mille dettagli, qui le forme vengono tratteggiate sottilmente attraverso puntuali ombreggiature e riflessi di luce, che forniscono un’identità precisa e al contempo un ruolo dinamico agli elementi in metallo, che figurano in moltissime scene e aiutano con il loro brillio ad evocare le più differenti atmosfere. Gli elementi più vicini all’orizzonte vengono dipinti con pennellate piatte e larghe ma risultano comunque molto piacevoli grazie a scelte di colorazione sofisticate e mai banali. Si tratta di una direzione artistica che cede all’iperrealismo soltanto durante le inquadrature a dettaglio, che preferisce evocare quel senso di cinematismo attraverso puntuali studi cromatici, senza riempire lo schermo di una eccessiva moltitudine di elementi invasivi o fastidiosi.

La descrizione cromatica delle differenti ambientazioni riesce non soltanto a catturare lo stato emotivo dei protagonisti ma anche a delineare ciò che caratterizza l’età che stanno trascorrendo: il viaggio verso Tochigi dalle multiple e penetranti fonti di luce si lega alle confuse speranze della preadolescenza; il candore quasi roseo della scuola elementare enfatizza il percepito idealismo della relazione tra Takaki e Akari; la vivace Kagoshima dai mille colori è il palcoscenico ideale per mettere in scena la bollente giovinezza vissuta da Kanae così come la grigia Tokyo serale porta davvero su un altro livello la perdizione esistenziale del nostro protagonista una volta divenuto adulto. L’enfasi su un certo tipo di luci o su una particolare combinazione di colori però non finisce col creare una caricatura quasi poetica del mondo reale, ogni location ottiene sicuramente un nuovo fascino ma al contempo rimane fortemente riconoscibile a tal punto che molti dei luoghi-simbolo del film hanno rappresentato un vero e proprio must dei “pellegrinaggi otaku” della scorsa decade.

Conclusione

A dodici anni dall’uscita il film risulta sicuramente un po’ invecchiato, vuoi per un character character design già dimenticabile di suo e fortemente legato al lustro precedente o per il continuo riferimento a lettere ed e-mail inviate attraverso cellulari del Cretaceo il film non è più un prodotto del presente ma la sensibilità artistica che rappresenta permea oramai il nostro oggi, in cui film animati per adulti lontani dal modello Ghibli e dai Gekijouban trovano facilmente il loro spazio nelle sale nipponiche attraendo sia i fan dell’animazione che gli spettatori più casual. Ciononostante 5 centimetri al secondo rimane comunque un film non eguagliato dai suoi successori nel proprio peculiarissimo intento, ovvero nella creazione di una storia dell’ordinario dai naturalissimi sviluppi, così come nel suo linguaggio visivo altrettanto unico nel mondo dell’animazione cinematografica giapponese mainstream. I suoi stilemi ed obiettivi narrativi rimangono l’ago della bilancia che farà apprezzare o meno la pellicola ad ogni genere di spettatore, oggi come fra qualche decina d’anni.

Nonostante 5 centimetri abbia ben poco a che vedere con i titoli più recenti del regista, il destino di Makoto Shinkai sembra comunque quello di d’essere o odiato o amato. In parte rimpiango lo Shinkai di 5 cm al secondo, non lo nego, ma sono comunque certo che questa sia una di quelle storie che una volta scritta non potrà più ripetersi così facilmente. Ma anche senza venire riproposto in altre modalità 5 centimetri al secondo si è guadagnato un piccolo e speciale posto nella storia dell’animazione, piccolo e speciale quanto lui.

Questo articolo è stato scritto in collaborazione con farfromanimation.com, visitate il sito per altri approfondimenti legati all’animazione giapponese!

 

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