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Anime & Manga Approfondimento

L’importanza e la bellezza dello stile meisaku nell’animazione giapponese

La magia dei meisaku

Spesso e volentieri quando ci si approccia ad un media e con il tempo ci si appassiona, quella passione diventa parte di noi e molte volte è interessante fuggire dalla realtà per rifugiarsi in dei mondi completamente nuovi ed impossibili da ritrovare nella vita di tutti i giorni; personalmente, penso che l’animazione in generale (in questo caso specifico, quella giapponese)  sia uno dei media che maggiormente riescono a veicolare delle sensazioni di questo tipo.

Un tempo l’animazione giapponese (verso gli inizi degli anni 70) non era così diffusa quanto lo è oggi: la maggior parte delle serie di allora, erano molto influenzate dal contesto socio-culturale giapponese e spesso avevano in comune questa componente, attraverso cui lo spettatore riusciva a fuggire dalla realtà tramite delle storie assurde, sognanti, ma al tempo stesso legate alla realtà nei loro messaggi e nei loro contenuti.

Tra fantascienza e realtà

Leiji Matsumoto, ad esempio, con la sua space opera onirica, melodrammatica e molto atmosferica, riusciva da una parte a coinvolgere lo spettatore nelle sue storie uniche, dall’altra a portare dei contenuti molto importanti sulla guerra e legati al dolore che l’autore stesso provava nei confronti della ferita subita dal Giappone durante la seconda guerra mondiale. Yamato stesso rappresenta infatti una sorta di rivalsa dei giapponesi verso un’oggettiva disfatta e una riflessione molto importante sul fatto che in guerra non ci sono buoni e cattivi, non ci sono vincitori e vinti, ma solo esseri che lottano per la propria sopravvivenza perché non si ha altra scelta.

Ci sono sicuramente storie che invece sono molto più realistiche anche nella forma, come ad esempio Ashita no Joe (capolavoro assoluto del fumetto mondiale che qualsiasi persona appassionata del media dovrebbe leggere per tantissime ragioni), ma in ogni caso c’è sempre quella caratteristica comune dell’opera fortemente legata alla propria terra.
In un contesto di questo tipo, in cui serie molto giapponesi nella loro essenza e storie sognanti, tecnologiche ed assurde prendevano piede rapidamente, si contrappone uno stile del tutto particolare che aveva un obiettivo ben maggiore: arrivare anche al pubblico occidentale con storie vicine a questi.

Lo stile meisaku

Nasce quindi lo stile meisaku, che non è altro che uno stile caratterizzato da idee comuni che ha proprio come obiettivo principale quello di arrivare a tutto il mondo. Le caratteristiche che bene o male connotano tutte le opere appartenenti a tale filone sono diverse: principalmente si andava ad adattare dei romanzi della letteratura occidentale per ragazzi, andando poi ad interpretarle in chiave nipponica; tale operazione non va vista come uno stravolgimento vero e proprio, quanto più che altro come aggiunte che arricchiscono la narrazione.

Le opere appartenenti allo stile meisaku sono perlopiù storie molto realistiche ed indirizzate principalmente ad un pubblico giovane, ma l’estrema stratificazione dei contenuti e l’importanza di alcuni temi rendono i meisaku delle opere spesso leggibili su più livelli e quindi adatte a tutte le età.

Non meno importante è lo sforzo che gli autori dell’epoca hanno dovuto fare nel rappresentare nella maniera più realistica possibile delle ambientazioni occidentali spesso ottocentesche, in modo tale da ricreare un’atmosfera credibile e nostalgica.
Come opere principali ricordiamo sicuramente Heidi e Anna dai capelli rossi, ma ce ne sono diverse che col tempo sono finite nel dimenticatoio e che a mio parere meritano di essere riscoperte anche ai giorni nostri.

Tramandare l’affetto per il meisaku

Come tutti noi sappiamo, lo stile meisaku ha avuto un enorme successo qui in Italia con alcuni tipi di serie, eppure col tempo l’affezione si è un po’ persa a causa del fatto che il pubblico non è più predisposto a certi tipi di storie e a dei ritmi narrativi particolarmente dilatati. Io credo che, alle volte, sia anche bello rifugiarsi in un’opera d’animazione che rappresenti in tutto e per tutto la realtà e ce la faccia respirare a pieni polmoni attraverso dei ragazzini che, posti in condizioni particolarmente avverse e difficili (spesso sia a livello affettivo che a livello economico), trovano la loro posizione all’interno del mondo attraverso una sorta di autorealizzazione che avviene episodio dopo episodio.

Proprio per questo motivo questo articolo non sarà assolutamente fine a se stesso, ma avrà lo scopo di avviare una rubrica settimanale (o comunque con una certa periodicità) con il fine di andare a proporre i titoli più importanti dal 74 (anno in cui lo stile viene consolidato definitivamente con Heidi) al 2009 (anno in cui il prequel di Anna dai capelli rossi, mette fine al progetto).

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