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Anime & Manga Approfondimento

Perché Crybaby mi è piaciuto più del Devilman originale

DEVILMAN CRYBABY:

Quando un adattamento è migliore                                                        

A più di un anno dalla sua uscita, le opinioni discordanti si sprecano riguardo la reinterpretazione moderna del classico di Go Nagai. Trovo affascinante come il pubblico si divida nettamente in due per certi titoli: chi li odia e chi li ama, senza alcuna via di mezzo.
Ho letto le opinioni sia di una parte che dell’altra con estremo interesse e credo di rivedermi più fra quelli che lo hanno apprezzato, ma non per gli stessi motivi.

L’opera di Go Nagai, seppur molto breve e con alcune ingenuità, è una delle cose più potenti che abbia mai letto e ho sempre desiderato una versione animata che le rendesse giustizia. Ne abbiamo già avute in passato, ma erano o incomplete o del tutto differenti nello stile e negli obbiettivi.
Ricordo con piacere la mia gioia quando Netflix annunciò la produzione di questa serie, alimentata sopratutto dal fatto che ad occuparsene sarebbe stato Masaaki Yuasa (uno dei registi migliori che l’animazione giapponese possa attualmente vantare a mio modesto parere). Nonostante i vari riconoscimenti ottenuti, le critiche non gli sono state clementi, accusandolo di aver rovinato l’opera originale e scagliandosi contro la veste grafica.

Riguardo alle animazioni posso anche capirle, effettivamente lo stile di questo regista non è niente di vagamente simile a ciò che ormai siamo abituati a percepire come “anime“; sull’aver rovinato la storia, tuttavia, non posso che esprimere la mia dissidenza. Devilman Crybaby è un’opera incredibilmente ben fatta: una reinterpretazione che non solo rende onore all’opera originale, ma in certi punti addirittura la migliora. Yuasa e il suo team hanno deciso di optare per la via più ardua: modernizzare il tutto e rendere l’opera più adatta al contesto moderno, e ci sono riusciti.

Differenziarsi dall’originale

Il manga risale al 1972, e nonostante vanti un messaggio sempre molto attuale pecca di molto in alcuni aspetti: personaggi tremendamente stereotipati e rapporti fra di loro non meglio approfonditi. Prendiamo ad esempio Miki Makimura, un personaggio che lo sceneggiatore Ichiro Okochi trasforma completamente: nel manga è del tutto marginale, la classica damigella in pericolo che non vede l’ora di darla al protagonista, mentre in Crybaby assume un ruolo molto più importante, soprattutto sul finale.

Aggiungiamoci che la sua tragica fine (ciò che cambia completamente la visione di Akira Fudo sugli umani e sul mondo) avviene in maniera molto meno intensa rispetto alla serie. Perché in quest’ultima il messaggio che lei tenta di inviare a favore della comprensione di chi è diverso, dell’importanza di ciò che uno ha nel cuore (umano o demone che sia) porta la massa a scagliare su di lei tutto l’odio e la violenza di cui è capace. Questo bellissimo messaggio di amore e accettazione intervallato da un Devilman in lacrime che dichiara a tutti la propria umanità è del tutto assente nel manga perché profondamente radicato nei nostri tempi.

Le lacrime di Devilman sono molto importanti in questa serie: Akira è raffigurato come un ragazzo molto empatico, ed esse rappresentano la sua umanità e la sua capacità di provare pena per il dolore degli altri (caratteristica che non ha perso neanche dopo la sua fusione col demone). I ragazzi rapper, che aiutano attivamente il nostro protagonista, nel manga sono una rappresentazione caricaturale dello stereotipo del bullo da liceo giapponese; per non parlare poi della lente d’ingrandimento puntata sugli altri semi- demoni, nel manga totalmente assente. Queste aggiunte esclusive di Crybaby arrichiscono di molto il pathos che si prova durante certe scene.

Spero di non scatenare le ire di nessuno, ma trovo che Devilman Crybaby sia un’opera molto più completa e riuscita rispetto alla sua controparte cartacea; sono soddisfatto che Yuasa, Okochi e ciascuno dei membri del piccolo studio Science Saru abbiano deciso di fare la loro versione di Devilman, senza essere limitati da quella di Nagai, che comunque rispettano ed omaggiano.

Come si fa un adattamento?

Ed è proprio qui che si trova il vantaggio di una trasposizione: poter usufruire della medesima storia ma dal punto di vista di un autore con stile, obbiettivi, idee e contesti differenti.
Non ho mai capito coloro che in qualsiasi anime tratto dal rispettivo manga vogliono un copia-incolla, perché ciò equivale ad imboccare la strada più facile verso il consenso del pubblico, sacrificando il tuo pensiero e la tua espressività come autore.

Personalmente ho sempre preferito un regista che ci mette del suo, che infonde il suo pensiero nell’opera senza per questo snaturarla, piuttosto che di uno limitato da un copione già scritto. Non ho nulla contro gli adattamenti che seguono per filo e per segno l’opera a cui si ispirano, io stesso li guardo, ma non condanno affatto chi invece decide di mettersi in gioco come autore per realizzare la propria versione.

Soprattutto con Devilman, una trasposizione pedissequa al manga e ciò che meno avrei voluto vedere da uno come Masaaki Yuasa; un artista estremamente capace, che con il suo stile unico riesce a trasformare l’animazione in un mezzo dall’espressività ineguagliabile. Lui non è limitato dalle regole, da ciò che la gente definisce come “bello” o “ben animato“: ogni suo personaggio viene scritto con grande cura, il suo sapiente uso dei colori trasforma ciò che vediamo su schermo in una rappresentazione delle emozioni e degli stati d’animo dei personaggi, fregandosene delle proporzioni, della bellezza visiva o della logica ( un po’come i quadri di Pablo Picasso).

La forza di una trasposizione

Perfino nelle ultime stagioni abbiamo avuto prodotti che, seppur con dei cambiamenti rispetto agli originali, riescono a funzionare bene quanto – se non addirittura più  – di essi.
Il recente Dororo ne è un esempio perfetto: lo studio Mappa ha applicato delle piccole differenze per renderlo più funzionale, evitando però di strafare e rovinare il manga di Osamu Tezuka. O addirittura, per usare un esempio leggermente più datato, io sono uno che (pur apprezzando molto di più il manga originale di Hiromu Arakawa e la serie Brotherhood) non ha disprezzato completamente la prima storica serie animata di Fullmetal Alchemist del 2003.

Per non parlare poi, uscendo momentaneamente dal campo dell’animazione, del famoso film Shining di Stanley Kubrick, che è quanto di più diverso ci possa essere dal romanzo originale di Stephen King nonostante gli sia superiore di molte spanne. Insomma, un adattamento differente non è il male sceso in Terra. Rispettare un’opera non significa per forza copiarla in tutto e per tutto.

Sta ovviamente a noi, in quanto spettatori, giudicare se i cambiamenti proposti sono di nostro gradimento o meno.
Alla fine, come in ogni altro campo, sono i gusti personali di ciascun individuo a decidere.

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