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Dietro le maschere: quanto valgono i caschi dei Daft Punk?

L’origine del mito
9:09 del 9 settembre 1999, Francia

Una coppia di emergenti pionieri della musica elettronica francese si ritrova in uno studio di registrazione per  lavorare all’ultimo progetto. Durante il processo creativo accade però un disastro: esplode un campionatore difettoso coinvolgendo i presenti. Nella deflagrazione i due svengono. La coppia si renderà conto di aver perso le loro fattezze umane solo una volta rinvenuti i sensi, a dichiararlo è stato proprio uno dei due coinvolti. Guy Manuel e Thomas Bangalter, tale sono i nomi di questi ex-umani.
Se i due nominativi non vi hanno ancora suggerito niente, sicuramente li conoscerete con l’appellativo di Daft Punk.

Ora non stiamo di certo qui per attestare la veridicità di tali dichiarazioni, che diamo per scontato esser vere; piuttosto per ragionare su una data chiave, che sancisce l’inizio di un nuovo capitolo per il mondo della musica, in particolare sotto l’aspetto comunicativo.

Difatti non è un mistero: dopo il boom mediatico dei Daft Punk, non sono pochi gli artisti che hanno adottato soluzioni simili per plasmare la propria figura. Si va dal canadese Deadmau5 fino all’italiano Sir Bob Cornelius Rifo, frontman dei The bloody beetroots.
I Daft Punk non sono però di certo stati i primi a decidere di nascondere le proprie identità. Fra i tanti “pionieri” (se così li vogliamo definire) di quest’aspetto comunicativo, è sicuramente il caso di citare Jimmy “Orion” Ellis, che tentò di ingannare il mondo sull’effettiva morte di Elvis Presley.


Ovviamente nel 99′ i Daft Punk erano già più che affermati. Al tempo il duo aveva già rilasciato Homework, album che divenne ben presto caposaldo della musica elettronica a livello mondiale. Eppure il desiderio di apparire mascherati al pubblico lo possiamo ricollegare a qualche anno prima.
Mentre Around the world era sul vertice delle classifiche mondiali, i due decisero di non farsi più riprendere a volto scoperto. Non si parla però di certo degli elaboratissimi caschi cromati, bensì di rudimentali maschere di Halloween.

Klaatu barada nikto

Con l’idea di restare nell’anonimato, il duo si rivolse ad un mago degli effetti speciali e del make up: Tony Gardner. Il genio del trucco americano ricevette così l’incarico di realizzare i caschi che avrebbero per sempre (o quasi) celato il volto dei Daft Punk.

Ora è però necessario fare una distinzione. I caschi si suddividono infatti in base ai periodi musicali degli stessi Daft Punk. Anche se a volte il cambiamento potrà sembrare minimo, fra un album e l’altro il duo francese ha sempre cercato di rinnovare il robotico look; dando poi ai loro elmetti una sorta di connessione con la musica che avrebbero portato in quel determinato periodo storico.

Siamo nel 2001. Sugli scaffali dei negozi di musica esce Discovery, quello che da molti viene considerato tutt’oggi il miglior album dei Daft Punk.  Vivace ed innovativo, per il periodo della scoperta e della disco (il significato di Discovery era anche very disco appunto), i due parigini si presentarono al pubblico con le loro maschere più fastose.

Argento ed oro. Una smisurata quantità di led. I Daft Punk divengono ufficialmente immortali.

Dalle luci sfarzose ai velati sorrisi, non c’è dubbio che i primi elmetti rispecchiassero appieno la natura dance di Discovery. I più accorti amanti del cinema se ne saranno sicuramente accorti: l’elmetto di Thomas Bangalter (la controparte argentata, per intenderci) è ispirato al robot alieno di Ultimatum alla terra, film cult degli anni 50′.

The Day the Earth Stood Still; Robert Wise

Il processo creativo per i primi due caschi è stato sicuramente molto laborioso e dispendioso. Fra ricerca e realizzazione, gli spettacolari elmetti hanno alleggerito il portafoglio dei Daft Punk di ben 65.000 dollari. 
Anche se non è mai stato reso noto, è ovvio che le seguenti maschere siano costate sicuramente meno.  C’è però da tenere in conto che, negli anni, i Daft Punk si sono fatti realizzare una gamma di elmetti incredibile. 

I periodi successivi

A questo punto i Daft Punk hanno cambiato aspetto, ma in che modo si saranno evoluti negli anni?

Come già accennato prima, nel tempo i nuovi volti si sono adattati in base alle esigenze. E se nel 2001 gli elmetti presentavano un design colorato pieno di luci, non si potrà di certo dire lo stesso per il periodo di Human After All. Nel 2005 sono state infatti rimosse tutte le luci dai caschi. Inoltre, Per rispecchiare i toni più seri e le sonorità più dure, fu persino eliminato il velato sorriso dal casco di Thomas.

Passano gli anni, ma il quarto album di studio da parte dei Daft Punk arriverà solo nel 2013.  Sulle note di Get Lucky, Random Access Memories è un successo mondiale.
Il progetto vanta collaborazioni di tutto rispetto, e per l’occasione i due francesi torneranno più eleganti che mai.


Ovviamente, in base all’occasione, ci sono state diverse varianti fra un album e l’altro. Va assolutamente ricordato lo sfavillante stile adottato per la comparsa in Tron (2007), del quale i Daft Punk sono anche i curatori della colonna sonora.


O ancora quando si presentarono ai Grammy Awards del 2014, dove il duo fece incetta di premi. 4 i titoli vinti, fra i quali anche miglior album dell’anno. I due francesi ritirarono le ambite statuette dorate vestiti completamente di bianco, esibendosi poi al fianco di Stevie Wonder, Pharrell Williams e Nile Rodgers per un gigantesco pubblico.


Quando si parla degli elmetti dei Daft Punk, risulta abbastanza impossibile precludere il discorso ad un mero valore economico. Certo, i primi prototipi costarono 65.000 dollari, ma è certo che oggi l’importanza sia ben più che elevata. Gli elmi sono diventati una vera e propria icona.

Per quanto possa sembrare folle ed esagerato, le robotiche maschere hanno innegabilmente cambiato un aspetto essenziale della musica e di come questa si rapporta al consumatore. Sostanzialmente, in questo campo i Daft Punk sono stati in grado di modellare la propria immagine più di chiunque altro.

Non c’è dubbio che, negli anni a venire, queste icone della musica elettronica non saranno ricordate solo per la musica.

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Lorenzo Marcoaldi

Lorenzo Marcoaldi

Cinefilo e videogiocatore incallito, non perdo mai l'occasione di andare al cinema. Appassionato del cinema riflessivo di Villeneuve e quello parodistico di Edgar Wright, considero la trilogia del cornetto un monito da contemplare saltuariamente.

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