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Oriente e Occidente, il dualismo del mondo videoludico – L’Analisi

Videogiochi

L’approccio con il mondo videoludico

Precedentemente ci siamo cimentati nella ricostruzione storica che ha dato inizio alle disputa odierna tra i due mondi che scindono il videogioco: Oriente e Occidente. Due diversi modi di intendere l’approccio al divertimento, declinato in impianti ludici abissalmente differenti, ma talvolta coinvolti nel tentativo di trovare punti di contatto. In questa seconda parte dell’editoriale concentreremo l’attenzione sulle differenze di pensiero, di sviluppo e di mercato tra le software house giapponesi e occidentali, come precedentemente annunciato. Il famoso analista Michael Pachter, in una dichiarazione nel 2016, affermava che i videogiochi giapponesi rivestivano una parte marginale dell’industria videoludica, nonostante alcuni titoli abbiano avuto un discreto successo in occidente. Ci troviamo nella stessa situazione?

Final Fantasy XV

Il pensiero

Sempre secondo Pachter i giochi che sono caratterizzati da un forte stile giapponese nella struttura e nella parte artistica, non riescono a penetrare in un mercato di massa, ma rimangono di nicchia. Solo Nintendo, con uno stile particolare e molto spesso “formato famiglia” è riuscita a conquistare i cuori di tutti, puntando a elementi che trascendono sia i gusti occidentali che orientali, senza dunque determinare forzature degli uni o degli altri. Le parole dell’analista:

“Rimango della mia opinione, i giochi giapponesi non rivestono un ruolo importante nel mercato videoludico. Un titolo come Persona 5 ha venduto 2 milioni di unità, un discutibile MAFIA 3 ha piazzato 5 milioni di copie.

Persona 5 è stato davvero il primo gioco giapponese che mi sia piaciuto negli ultimi anni, tuttavia rimane un prodotto di nicchia. Ci sarà sempre un Final Fantasy che riuscirà a vendere 8, 10, 20 milioni di copie, ma i videogiochi giapponesi che ottengono successo in tutto il mondo sono quelli per la massa, caratterizzati da uno stile occidentale come la serie di Metal Gear.

Nintendo è l’eccezione che conferma a regola. I loro giochi hanno uno stile unico e particolare. Se vi mostrassi un titolo Nintendo vicino a Persona 5 o anche a Final Fantasy nessuno direbbe che vengono dallo stesso posto. Nintendo in Giappone è come il nostro Disney, hanno dei prodotti unici e la più grande controversia dell’E3 è stata proprio quella di vedere Mario impugnare una pistola in Mario + Rabbids: Kingdom Battle.”

Una mezza verità

Quanto dichiarato da Pachter, è verità solo in parte. Se è vero che lo stile dei giochi giapponesi non attira l’occidentale medio, è anche vero che la qualità generale di determinati prodotti è indiscutibile. Un occhio obiettivo non fa fatica a percepire quanto di buono venga prodotto dall’industria nipponica. Ciò che viene creato nella terra del Sol Levante è influenzato anche, e soprattutto, dalle vite delle persone che abitano la terra stessa. La vita quotidiana delle persone giapponesi si riflette molto sulle produzioni finali, complice uno stile rigido, condito da una dose massiccia di squisita cultura.

Sempre in Giappone, l’attività del videogioco era di nicchia agli inizi, un passatempo per giovani generazioni ed esperti di tecnologia che conoscevano il settore. Tuttavia, nel tempo ha assunto una posizione sociale quasi primaria, e tutto questo proprio grazie all’abbraccio con la cultura nipponica. Due sono gli elementi che hanno reso grande il Giappone in tal senso: il folklore popolare e il rigore della quotidianità; due forme contrapposte che hanno dato vita ad una subcultura intrigante, che molto spesso si specchia nel videogioco di oggi. Essa riesce a unire i giovani spensierati e le persone più serie e mature.

Cultura pop di spicco

La cultura giapponese include anche l’amore per le visual novel, adottando lo stile anime, che si traduce in produzioni parallele all’animazione giapponese, famosa in tutto il mondo da tempo immemore. L’apposizione della famosa J davanti ad ogni genere di videogioco, è la riprova del voler marcare il proprio prodotto, diversificandolo da ciò che non è prettamente orientale, nello specifico: J per giapponese, espressione massima della fierezza e l’amore per la propria Nazione.

Tuttavia, lo sviluppo della mentalità giapponese è stato accompagnato anche della presenza del pachinko, il classico gioco d’azzardo, allora molto diffuso nel paese. Questo ha portato all’evoluzione delle sale giochi, che includevano ogni sorta di prodotto. Sale giochi che oggi possiamo vedere innumerevoli e mastodontiche, sparse per tutte le zone più sviluppate del paese. Con le nuove tecnologie, il gioco d’azzardo si è diffuso online senza problemi, ma le vecchie sale hanno un loro fascino storico-culturale non indifferente e sono ancora frequentate.

Lo sviluppo – Oriente

Riprendendo il discorso delle “J”, e introducendo lo sviluppo vero e proprio del videogioco – tra i giochi a piattaforme, pseudo simulatori di gare automobilistiche, picchiaduro da sala e sparatutto a scorrimento – non possiamo fare a meno di prendere in analisi il genere preferito dai giapponesi in termini videoludici, ovvero il gioco di ruolo o RPG (GDR); rigorosamente J-RPG perché il classico gioco di ruolo giapponese ha delle caratteristiche che lo differenziano da quello orientale, e ora vedremo quali.

i J-RPG di pura origine giapponese hanno la tendenza a essere più tattici rispetto a quelli occidentali, complici anche molto spesso i tipici combattimenti a turni. I W-RPG (di stampo occidentale) infatti, mostrano una solida componente action più marcata, cercando di venire incontro alle esigenze del suo mercato. Molto spesso il protagonista di un RPG orientale tende ad avere un background predefinito, con sviluppi già scritti all’avanzare della narrazione. Tendono a incarnare lo spirito di avventura con percorsi perlopiù preimpostati, molte volte non si è realmente liberi di fare delle scelte – salvo maestose opere antitetiche.

Lo sviluppo – Occidente

Sul fronte occidentale abbiamo di norma molta più personalizzazione e plasmazione dell’avventura, per quanto sia possibile discostarsi dal filo conduttore principale, e in molti casi possono diventare dei veri e propri sandbox. Skyrim di Bethesda è l’esempio perfetto RPG occidentale, in cui viene enfatizzato il concetto di esplorazione. Giochi di questo tipo generalmente presentano mondi molto ampi, in cui il giocatore può fare praticamente ciò che vuole nell’ordine che preferisce. Lui ha il controllo sul gioco e nell’ambiente che lo circonda c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, anche quando si ha la certezza di aver completato tutto.

L’RPG orientale segue un concetto di gioco più lineare per quanto vasto possa anch’esso essere. In questo caso si punta su una narrazione più avvincente, che possa rimanere impressa al giocatore per anni. All’inizio di un GDR occidentale, abbiamo quasi sempre un editor del personaggio che permette la creazione da 0 del nostro alter ego, mentre in oriente ci ritroviamo quasi sempre a vivere l’esperienza di un personaggio predefinito attraverso i suoi occhi. Ovviamente in entrambi le versioni – sia occidentali che orientali – si verificano delle eccezioni.

Tra realismo e fantasia

Quanto riportato, è riferito alle linee generali di sviluppo. Altra particolarità che rotea intorno all’esperienza dei GDR orientali, è la cospicua attività di grinding. I giapponesi ne vanno letteralmente pazzi, mentre gli occidentali un po’ meno. In alcune produzioni nipponiche che vengono importate, troviamo dei cambiamenti che semplificano o modificano l’esperienza in tal senso, il tutto per renderla più fruibile dai giocatori meno “hardcore”. Anche esteticamente, entrambe le produzioni sono estremamente distinguibili. Come già citato, le produzioni nipponiche si basano sull’animazione giapponese, concetto estetico questo che ritroviamo nella maggior parte dei J-RPG, con personaggi che possiedono capelli molto spinosi e occhi molto grandi.

L’occidente punta molto sul realismo anche per i propri RPG, proponendo, per quanto possibile, situazioni riconducibili a film o romanzi con personaggi riconducibili alla realtà. Sul fronte del combattimento, come sopra accennato, abbiamo un sistema di turni contro delle fasi action. i turni sono più propensi a testare la tatticità del giocatore e le statistiche dei propri pg, mentre gli action mettono alla prova i riflessi e le abilità manuale del giocatore – qualora non rappresentino un pretesto per ridurre al minimo la varietà d’interazione. La tendenza dello sviluppo di questo genere in occidente, predilige molto spesso l’impiego di un singolo personaggio, mentre in oriente si è molto spesso alla guida di un intero gruppo di personaggi, ognuno con caratteristiche diverse dall’altro.

Icone vere e proprie

L’ambasciatore dei giochi orientali in tal senso, è senz’altro Final Fantasy. Questa scelta sarebbe riconducibile al pensiero culturale del concetto di protezione e interessi di gruppo, unito per uno scopo comune. Invece, in Occidente, è presente la figura del classico eroe solitario. Un discorso a parte andrebbe fatto per gli MMORPG, versioni online e massive dei classici RPG, che coinvolgono giocatori in tutto il mondo. Proprio in giappone c’è una cultura del multiplayer in tal senso molto sviluppata. Con un po’ di ritardo, è arrivata anche da noi questa forte corrente, complice la mal visione generale del videogioco come passatempo di gruppo fisso.

Le radici dello sviluppo

In questo periodo storico, il conflitto Oriente vs Occidente ha raggiunto il suo culmine, complice anche lo sviluppo di grandi case produttrici occidentali quali Electronic Arts, Blizzard, Ubisoft e CD Projekt Red. Alcuni sviluppatori occidentali che lavorano per software house nipponiche, riportano di come non venga mai fatto riferimento ad altre produzioni durante lo sviluppo di un gioco. In oriente quindi, in linea di massima non si guarda al game design occidentale.

Tuttavia, la differenza principale alla base del videogioco che si vuol creare, risiede nella filosofia alla radice del suo sviluppo. È questo ciò che contraddistingue l’oriente dall’occidente in ambito videoludico. In un’intervista, Jordan Amaro, noto game designer di Nintendo, il quale ha lavorato a grandi progetti come The Legend of Zelda Breath of the Wild e Splatoon 2, ha spiegato l’approccio che tengono i vari studi di sviluppo. Originario di Parigi ed ex di Ubisoft, Crytek e 2K Games, è riuscito a entrare nelle grazie di Hideo Kojima, diventanto così l’unico sviluppatore occidentale di Metal Gear Solid V.

Una visione interna, parla Jordan Amaro

Ci sono molteplici differenti tipi di approccio in Giappone. Ogni compagnia ha la sua cultura. A me sembra che il modo in cui creavamo i giochi alla Kojima Productions, il modo in cui sono realizzati da Capcom e Nintendo, la via percorsa da Platinum Games o From Software, penso che tutti diano massima importanza alle meccaniche di gioco piuttosto che all’ambientazione, la trama, il messaggio e tutta quella roba“, ha detto Amaro.

“Sto stereotipando il tutto, ma in occidente trama, visuali e caratteristiche sono l’attrattiva principale. Per esempio quando ero agli studi di Kojima Productions L.A. avevamo un ufficio a Los Angeles dove accettavamo proposte per nuovi giochi. Ogni colloquio cominciava sempre con: <<Questo è il mondo in cui vi trovate. Questa è l’esperienza che vogliamo dare>>. Mentre il gameplay era relegato a pagina 5, 6 o 10. Gira tutto attorno a chi siete, chi è il personaggio, che succede, ma non su come è il gioco“, ha continuato il game designer.

In Giappone, il progetto è di una o due pagine. Nella prima pagina si scrive di cosa parla il gioco e come giocarlo. E la seconda è dedicata a eventuali illustrazioni. Non ci interessa sapere chi sia il protagonista o quale sarà la trama, o il mondo di gioco, nulla di tutto questo è importante“.

Chi ha giocato molte produzioni di varia provenienza, avrà notato che l’approccio nipponico punta molto anche sulla rigiocabilità dei propri titoli, mentre le trame occidentali nel breve periodo non invogliano il giocatore alla rigiocabilità dei suddetti, e quindi si cerca di risolvere il problema della longevità anche con l’aggiunta del multiplayer in varie forme. Come sopra riportato, le eccezioni ci sono e se si spulcia nei cataloghi di videogiochi nella storia, si possono notare molte produzioni che non rispettano i canoni classici elencati.

Il mercato

Quando parliamo del mercato, troviamo uno scenario molto variegato. Diversi sono gli approcci dei vari publisher a livello di marketing, ma lo scopo è sempre uno: vendere il più possibile. C’è chi preferisce mantenere del suo nelle proprie produzione e chi tenta di apportare dei cambiamenti per accedere al numero più vasto di acquirenti. Ogni qual volta un gioco viene rilasciato, ci sono sempre delle scelte di localizzazione da fare. Alcune volte questo si traduce in un prodotto che arriva su un determinato mercato con un po’ di ritardo.

Capita molto spesso che un gioco giapponese arrivi in occidente con un anno di ritardo, e quando succede, arriva con alcuni cambiamenti a livello di meccaniche e di contenuti. Può accadere anche il contrario, ovvero che un gioco occidentale arrivi in oriente con dei ritardi. Alcune teorie al riguardo, riportano della tendenza dei giocatori giapponesi a essere molto duri nel recensire giochi rispetto ai giocatori occidentali. Questo influenzerebbe negativamente le vendite in tutto il mondo.

Critiche non sempre obiettive e post lancio

D’altro canto possiamo notare come alcune riviste giapponesi siano palesemente di parte, giudicando i giochi della propria terra quasi sempre perfetti. Nel supporto post lancio dei propri prodotti, abbiamo potuto assistere ad alcuni scivoloni da entrambe le parti. Il più eclatante è stato il fenomeno Final Fantasy XV, che ha portato con se uno sviluppo travagliato. Esigenze di mercato lo hanno voluto sugli scaffali troppo presto e ne è risultato un prodotto incompleto. Ancora oggi, a distanza di due anni dal rilascio, continua a ricevere contenuti a pagamento che, oltre ad ampliare l’esperienza, la modificano considerevolmente, aggiungendo feature che sembrano state tagliate dal progetto principale per mancanza di tempo.

Sul fronte occidentale, abbiamo le classiche politiche di espansione che riguardano gli FPS, cardine del nostro mercato videoludico. Le suddette offrono sempre mappe aggiuntive per ampliare l’esperienza multiplayer e negli ultimi tempi, anche skin per armi e personaggi. In tempi recenti abbiamo potuto assistere all’ascesa del genere battle royale, che ha letteralmente spopolato in occidente ma che non sembra aver sfiorato minimamente il mondo orientale, il quale continua con le sue produzioni classiche.

L’interscambio culturale

Avrete sicuramente notato come nel tempo occidente o oriente abbiano provato anche a imitare le produzioni l’uno dell’altro, inserendosi nel mondo opposto. Irrompere in una barriera culturare così diversa non è un percorso facile, ma ha dato vita a produzioni particolari e interessanti. Il coraggio non è mancato agli sviluppatori, che muovendo passi amichevoli verso la direzione rivale hanno ottenuto dei discreti risultati. Punti di incontro importanti, come i metroidvania o i survival horror, oppure le più famose produzioni Dark Souls e Metal Gear Solid, le qualirappresentano un’alchimia culturale perfetta. Tuttavia, l’appartenenza culturale di alcuni generi è indubbia e si può notare.

Solitamente i giochi sparatutto a scorrimento, JRPG, picchiaduro beat’em up e visual novel sono nativi della terra del Sol Levante, mentre in occidente si hanno molti più strategici, gestionali, RPG openworld, avventura punta e clicca, sparatutto in prima persona, simulazioni e mondi online, divenuti MMO. Metroid è stato uno dei giochi più ispiratori per l’occidente, perché racchiudeva l’ibridazione perfetta, e con Prime si è arrivati al culmine della fusione di platform bidimensionale, sparatutto e action tridimensionale, condito dall’esplorazione.

Un segno indelebile

L’era dei platform – genere puramente giapponese – è iniziata con Donkey Kong, evoluta in Mario e Sonic, e approdata alle tre dimensioni, con Super Mario 64. Proprio grazie a produzioni del genere, l’occidente ha potuto dare vita a opere leggendarie comeBanjo-Kazooie e Battletoads di Rare, nonché altre importanti proprietà intellettuali. Queste ultime, ancora oggi, fanno sentire al loro presenza sul mercato grazie anche a grandi lavori di restauro (remake), come Spyro The Dragon, sviluppato da Insomniac e Crash Bandicoot, sviluppato da Naughty dog.

Un altro genere giapponese è l’hack & slash, che ha influenzato il mondo occidentale fino ad estendersi a Prince of Persia, puramente occidentale. Inoltre, le dinamiche di arrampicata si sono estese fino a Tomb Raider, per arrivare poi ad Assassin’s Creed. Tutto questo è nato dal genere platform, che comunque ha continuato a percorrere una strada più classica, con delle aggiunte sempre ben implementate, e lo ha fatto con dei titoli di calibro appartenenti all’era PS2, come Ratchet & Clank per le fasi di shooting in terza persona, oppure Jak & Daxter. Quest’ultimo ha unito moltissimi generi, tra cui è spicca anche la guida. Non va dimenticato Sly Cooper, con fasi stealth molto profonde per l’epoca.

La chimera

Nel corso della storia è successo che sperimentando l’unione di più sottogeneri, si sono venuti a creare dei generi totalmente nuovi. Per quanto il Giappone sia un paese perlopiù chiuso, è tuttavia inevitabile il “contagio” di altre culture, nel bene e nel male. Ecco che si vengono a creare dei veri e propri esperimenti videoludici che prevedono l’ibridazione di più categorie di giochi in uno, provenienti da altre parti del mondo, così come l’Occidente prende spunto dal Giappone. Tutto questo anche per arrivare a quella fetta di mercato che magari, prima di ora, era stata preclusa per scelte di design limitative. La mossa di una delle parti scatena una reazione a catena dell’altra parte, dando il via ad una vera e propria guerra di sottogeneri videoludici.

Questo fenomeno può essere chiaramente visto se si girovaga negli store dei dispositivi mobile. Tantissimi giochi adottano un sistema di battaglia a turni alla Final Fantasy, pur mantenendo una certa ottica occidentale, perché rimane molto più comoda e favorevole in mobilità su dispositivi più piccoli di dimensioni rispetto alle console. Stardew Valley, ad esempio, è un simulatore di vita di fattoria in stile giapponese, con contenuti mischiati all’occidentale in una miscela perfetta.

D’altro canto, nel mondo si intravedono sempre più giochi che adottano il chiaro sistema occidentale dell’open world, incluso il Giappone. Basti vedere la piega della serie Final Fantasy con il quindicesimo capitolo. Anche per la trama dei giochi, ora si preferisce una diegesi con molteplici evoluzioni e finali rispetto alla classica storia lineare. Gli RPG di adesso sono l’esempio più grande di ibridazione, in cui troviamo contenuti sia occidentali che orientali, in qualsiasi versione del medesimo gioco: tante missioni secondarie e ripetitive volte al grinding estremo.

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In conclusione

La diatriba eterna è destinata a continuare, e nel mirino ci siamo noi videogiocatori. Sta a noi dunque decidere quali produzioni sono più meritevoli di attenzione di altre. Che sia Occidente o Oriente, l’importante è giocare e divertirsi, il videogioco è nato per questo, intrattenere le persone, che siano esse sole o in compagnia. I gusti di ogni persona sono diversi, per cui abbiamo un mercato totalmente variegato in cui è difficile annoiarsi. La voglia di sperimentare prodotti di diversa provenienza, può formare un videogiocatore a 360 gradi, capace di valutare in modo critico e non superficiale il lavoro svolto da ogni software house, nonché rispettare le evidenti differenze culturali.

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Mirko Proietti

Videogiocatore dal 1999, all'età di 3 anni la prima esperienza con Megadrive e PlayStation in contemporanea. Prediligo il genere Platform, ma da sempre mantengo una visione a 360 gradi del panorama videoludico. Studente di comunicazione orientato allo sviluppo tecnologico, cerco la completezza nella produzione del videogioco, che tendo a considerare un'arte vera e propria.