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Film/Serie Tv Approfondimento

Tre film da vedere (quasi) solo per la colonna sonora

Navigando in un ormai raro negozio di dischi quasi mai comprare una colonna sonora è una buona idea. Questa sembra troppo spesso uno spazio da riempire nel modo più indolore possibile, più che un banco di prova per le possibilità espressive del film.

Ecco però tre esempi di colonne sonore che si discostano da questo trend:

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Koyaanisqatsi-Philip Glass

Capita di trovarsi davanti ad opere intellegibili; oggetto di plauso universale, ma che senza la giusta chiave di lettura sembrano casuali e privi di senso.

Un esempio di ciò è Koyaanisqatsi, album di Philip Glass del 1983, nella sua prima edizione raccolta dalle musiche per l’omonimo film, opportunamente accorciate . Qui il minimalismo del compositore americano si fa meno rigido arrichendosi di suggestioni extraeuropee e tonali.

Film e colonna sonora sono fittamente aggrovigliate: la musica è espressione fisica dell’immagine, immagine che si comporta dualmente, come espressione visiva della musica al punto che Koyaanisqatsi nella sua totalità risulta più un collante tra fotografia e colonna sonora, che queste parte del film.

Godfrey Reggio considera quest’opera, prima e più brillante della sua carriera, come una messa in discussione del processo stesso di filmmaking.  Questo dovrebbe produrre un’esperienza, priva di attori e copione, con lo scopo di lasciare un’impressione nello spettatore, al quale è lasciato l’onere di assegnargli significato.

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Si tratta infatti di un montaggio di filmati tematicamente incorrelati tra di loro, sincronizzato alle sfumature della musica, più che con la sua struttura, dove l’unico tema riconoscibile è lo sguardo sulle attività umane, al nostro muoverci in griglie rigide e prestabilite. al che il titolo di “Grid”, brano più lungo dell’album di Glass, corrispondente nel film ad una delle sequenze più famose, e che ancora influenza come rappresentiamo le città, un lunghissimo montaggio di metropolitane, autostrade, paesaggi urbani.

Se il concetto,nella sua possibile interpretazione di critica alla meccanizzazione della vita contemporanea, non è stato una novità (Tempi Moderni anyone?), è proprio la musica di Glass ad aver sancito il successo, e successiva ascensione di Koyaanisqatsi al rango di classico, testimoniata dagli omaggi di Simpsons, Scrubs e GTA, tra gli tanti.

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Helvetica-El Ten Eleven

Per un documentario indipendente sulla tipografia e le sue implicazioni sociali,  una colonna musicale elettronica, magari ridotta all’osso, sarebbe stata più che sufficiente.

Alla proceduralità della scrittura: vista non più come concetto unitario, ma come periodo, slogan, frase, lettera, e infine al microscopio, come tratto o dato immagazzinato in un computer, si sarebbe potuta affiancare la proceduralità della sequenza di istruzioni, riunite in algoritmi a formare i programmi sui quali si sarebbe potuta scrivere questa ipotetica musica.

La scelta del direttore Gary Hustwit è stata invece più sottile, ma sempre tesa a riprendere questo concetto di “sequenza di azioni”.

Jimmy Page fatti da parte

Il gruppo californiano degli El Ten Eleven ad un primo ascolto sembra offrire altro: rock allegro, venature math alla Don Caballero nell’intenzione più che nell’atmosfera, New Wave ed un che di Indietronica berlinese, dove a farla da padrone sono melodie e ritmi accessibili, con il loro frenetico accavallarsi.

L’atipicità degli El Ten Eleven sta nell’essere un duo, dove Kristian Dunn, oltre a suonare basso e chitarra, registra e modifica al volo i loop che vanno a formare la struttura del pezzo, tutto questo saltando tra una dozzina di pedali diversi.

Suonare diventa un discorso tecnico, un esercizio pseudo-ginnico dove ogni movimento deve essere precisamente calibrato, senza aiuto software per mantenere la sincronizzazione.

Il risultato è una gioiosa catena di montaggio: i singoli frammenti hanno poco valore, ma il risultato finale è molto più della somma delle parti.

Dancer in the Dark-Bjork

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The tumbrl material is strong with this one

Film esasperatamente drammatico, quasi manipolativo, dove la costante esagerazione da soap-opera, viene bilanciato da uno stile affine al  movimento Dogma 95. Questo, cofondato dallo stesso Von Tier con l’intento di riportare il cinema alla sua purezza originaria, impone un’estetica scarna e rigide regole “morali”, che praticamente annullano le premesse farsesche del film . L’attrice protagonista è la cantante Islandese Bjork alla sua prima, ultima e premiatissima prova attoriale, la quale avrebbe originariamente dovuto comporre solo la colonna sonora.

La troviamo a impersona un’immigrata Cecoslovacca nell’america degli anni 60, prossima alla completa cecità per via di una malattia ereditaria. Se questo quadro desolante non bastasse, viene raccontato il suo tentativo di  guadagnare abbastanza per far operare il figlio, per evitargli lo stesso destino. Da queste deprimenti premesse, il film si inerpica verso vette depressive inesplorate, che sfruttano tutte le possibilità espressive della cantante, attorialmente e musicalmente.

Musicalmente perchè, per tutti i 140 minuti di valle di lacrime, scene drammatiche si trasformano in palchi improvvisati per musical d’avanguardia. Come in un sogno, suoni d’ambiente generano drammatici paesaggi sonori , che si sposano perfettamente con la voce della Guðmundsdóttir (ctrl c+ctrl v).

Chiunque,dopo aver visto il film

Come  Koyaanisqatsi, Dancing in the Dark morirebbe senza colonna sonora, lavoro però indipendente, pubblicato poi col nome di Selmasongs, rimaneggiato con il supporto di personaggi del calibro di Thom Yorke.

Si possono fare miracoli con musiche non originali, quanto mancare totalmente il punto con lavori appositamente scritti.  Quello che pochi sembrano volersi addossare è il rischio di sbagliare, di scontentare i gusti di qualcuno, in sala solo per sentire il già sentito e vedere il già visto.

 

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