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Kingdom Come Deliverance: la recensione

Il Medioevo secondo Warhorse Studio

Kingdom Come Deliverance ha una storia di sviluppo parecchio travagliata. Il 22 Gennaio del 2014, una piccola casa di sviluppo chiamata Warhorse Studio lanciò su Kickstarter un progetto molto interessante ed ambizioso. La software house aveva intenzione di creare un videogioco di ruolo che simulasse in tutto e per tutto la vita in epoca medioevale; dunque niente mostri, nè draghi, nè poteri incredibili, ma solo cavalieri, istituzioni e guerre. Dopo la raccolta fondi, che ebbe incredibile successo, il progetto suscitò l’interesse di Deep Silver, che decise di fare da publisher per il titolo. Quest’ultimo, nonostante il notevole ritardo causato da alcune modifiche apportategli in corso d’opera, è finalmente arrivato su Playstation 4, Xbox One e PC.

Warhorse Studio sarà riuscita a mantenere le promesse? Scopritelo in questa recensione!

La storia, quella vera

Siamo alla fine del quattordicesimo secolo. Veneceslao IV, primogenito e dunque successore dell’amatissimo sovrano Carlo IV, sembra essere particolarmente inadeguato a ricoprire il ruolo di sovrano, tanto da essere soprannominato “il Pigro”. Una folta schiera di nobili dunque, stanchi della situazione venutasi a creare, decide di rapire il legittimo sovrano, al fine di favorire l’ascesa al trono di Sigismondo d’Ungheria, fratellastro di Veneceslao. Sigismondo, approfittando della situazione, decide dunque di mettere a ferro e fuoco la Boemia per legittimare la sua ascesa al trono. Durante quella che è una vera e propria invasione, i soldati di Sigismondo decidono di distruggere e saccheggiare un piccolo e tranquillo villaggio che altri non è che la casa del protagonista del gioco, Henry, e della sua famiglia. Figlio di fabbro, il giovane Henry non è altro che un ragazzo dell’epoca, che come tanti altri passa le giornate dedicandosi a ciò che più ama: le donne, la birra e le scorribande con gli amici. La sua tranquilla e felice vita verrà però sconvolta proprio dall’operato dell’esercito di Sigismondo, che ucciderà senza pietà alcuna sua madre, suo padre e tutti i suoi amici.

Una banale vendetta

Comincia qui dunque il viaggio di Henry, che dopo essersi miracolosamente salvato dall’assedio di Sigismondo deciderà di vendicare i suoi affetti, morti a causa della follia di un illegittimo sovrano. L’intreccio, nonostante abbia un’accuratezza storica che impressiona in più di un’occasione, non brilla di certo per originalità. La trama che fa da sfondo a Kingdom Come Deliverance è infatti la solita, trita e ritrita storia riguardante la vendetta, e purtroppo non riesce a mozzare il fiato del giocatore in nessun caso. Insomma, se da un lato c’è una cura maniacale per ciò che riguarda il contesto storico in cui si svolge l’avventura, supportato splendidamente da un Codex incredibilmente vasto che farà la gioia degli appassionati di storia, dall’altro ci sono le banali vicende di Henry, che purtroppo non ci hanno per niente convinto. In sintesi, in Kingdom Come Deliverance vi è un ottima contestualizzazione di ogni tipo di accadimento, ma nessuno di questi è realmente memorabile.

Il Gameplay: Nobile o eretico?

Parlare del comparto ludico di Kingdom Come Deliverance è particolarmente complicato. Il titolo infatti propone al giocatore un’incredibile varietà di situazioni, simulando in maniera più che egregia quella che poteva essere la vera e propria vita vissuta dagli uomini e le donne del tempo. Ogni missione ricalca molto fedelmente le abitudini e le situazioni che si potevano vivere nel Medioevo, rendendo il titolo di Warhorse Studio ciò che gli sviluppatori volevano fosse: un simulatore, prima che un RPG.

La maggior parte delle quest presenti sono costruite davvero bene, e difficilmente invogliano il giocatore ad abbandonare il titolo. Ci ritroveremo infatti davanti a combattimenti ben congegnati, a lunghi viaggi a cavallo, a sessioni semi-stealth in cui dovremo nasconderci dalle guardie oltre che scassinare e borseggiare, e, in alcuni casi, davanti a delle conversazioni che ci hanno ricordato parecchio i dating simulator. Insomma, durante tutta la durata della main quest ci sarà davvero parecchio da fare.

Tuttavia la bontà delle missioni non basta. Nonostante queste siano, come già detto, pregevoli per quanto riguarda la loro costruzione, lo stesso non si può dire nel modo in cui le si affronta. E non parliamo di varietà di approccio, ma di meccaniche che non convincono.

Innanzitutto, l’ambiziosa idea di creare un vero e proprio medieval simulator avuta da Warhorse Studio ha reso il gioco eccessivamente lento e macchinoso. Alcune delle feature proposte dalla software house Ceca sono sì ben studiate ed interessanti, ma mal implementate. Ad esempio, la crescita dei parametri di Henry può avvenire tramite i dialoghi a scelta multipla, o tramite il compimento di determinate azioni, che lo porteranno ad avere la stima delle nobili casate boeme, ad essere un ladro provetto, un gran combattente, o un playboy d’altri tempi. Insomma, il mondo di gioco reagirà in base alle skill del nostro avatar; tutto molto bello direte voi. Si, ma lasciare un fattore importante come quello della crescita del personaggio a fattori esterni e poco chiari, non ci è sembrata una grandissima idea.

Ovviamente il sistema di level up non è l’unica scelta errata fatta da Warhorse Studio. Gli scassinamenti, ad esempio, sono particolarmente complicati e metteranno a dura prova la pazienza del giocatore, così come le guardie, che durante una sessione di furti, spunteranno dal nulla per arrestarvi. Per farla breve: tante ottime idee, ma realizzate parecchio male.

Scherma Medioevale

Lo diciamo senza troppi giri di parole: il combat system di Kingdom Come Deliverance è una delle parti più riuscite del titolo. Tramite la pressione di due tasti infatti, il nostro Henry potrà sferrare un fendente o una stoccata – rispettivamente attacchi pesanti e leggeri- che dovrà direzionare tramite l’utilizzo della levetta analogica destra. Ovviamente è possibile ed anzi doveroso pararsi dai colpi degli avversari. Tuttavia l’efficacia in combattimento del protagonista dipende da una varietà pressochè sterminata di fattori: peso dell’arma e dell’armatura, condizioni fisiche, fame e sete, e così via. Ad esempio, avere la pancia troppo piena comporterà una maggiore goffaggine dei movimenti di Henry, mentre la troppa fame renderà il nostro eroe più debole e meno preparato allo scontro.

Insomma, il combat system di Kingdom Come Deliverance è simulazione, ed è la più bella rappresentazione delle idee di Warhorse Studio all’interno del prodotto finale. Se però desiderate capriole, agili schivate e simili, dovrete recarvi verso altri lidi. E meno male, aggiungeremo noi, dato che un combat system a la Dark Souls avrebbe stonato parecchio all’interno del contesto.

Cry Engine, Cry

Partiamo con una piccola premessa: abbiamo giocato Kingdom Come Deliverance grazie ad un codice download gentilmente offertoci da Koch Media – distributore del titolo – su PlayStation 4 Pro.

Il titolo è mosso dal famigerato Cryengine di Crytek, motore grafico capace di dare un grando impatto visivo al titolo, ma che comporta parecchi compromessi su hardware mid-range, quali console e pc di fascia media.

Purtroppo tutti i compromessi di cui sopra sono venuti alla luce durante la nostra prova. Nonostante Kingdom Come offra in parecchi casi degli scorci visivi incredibilmente reali e mozzafiato, il frame rate del titolo ed il dettaglio grafico sono da considerarsi insufficienti. Durante la nostra avventura infatti abbiamo notato parecchi cali di frame, molti dei quali in situazioni neanche particolarmente concitate.

Da dimenticare anche i caricamenti, lunghi e particolarmente estenuanti. Per avviare un semplice dialogo infatti, dovremo aspettare circa 3 secondi, dove tutto ciò che si parerà davanti a noi sarà uno schermo nero ed una barra di caricamento circolare. Essendo questo un titolo dove sono i dialoghi a farla da padrona per gran parte del gioco, la situazione ci ha particolarmente irritato. Niente di irrisolvibile tramite una patch, ma ci sembrava doveroso e giusto far notare la cosa.

Degno di nota è invece lo stile grafico dei menu e soprattutto della mappa, che ci ha ricordato molto il mai dimenticato Travian.

In conclusione

Kingdom Come Deliverance è, almeno per noi, un grandissimo “vorrei ma non posso coi fondi che ho”. Il titolo infatti è sicuramente uno dei migliori RPG, di stampo non fantasy, presenti sul mercato, oltre ad essere un ottimo simulatore di vita medioevale. Le idee di Warhorse Studio sono ottime, ma la messa in pratica di queste rasenta la sufficienza in alcuni casi, ed è totalmente insufficiente in altri. Se avete voglia di dare una chance a questo titolo fatelo, ma state in guardia.

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L'autore

Carlo D'Alise

Videogiocatore dagli indimenticabili tempi dello SNES. Praticante avvocato nel tempo libero, appassionato in particolare di Action, Soulslike ed RPG, ma in generale del videogioco in (quasi) tutte le sue declinazioni. Sono ad un panino dall'obesità.

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