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Film/Serie Tv

Mindhunter: l’eleganza dell’omicidio.

Billy the Kid. ‘800. La sua eco risuona tutt’ora nell’immaginario collettivo.
Quel Billy the Kid dalla cui storia sono stati tratti un gran numero di film e canzoni.
Lo stesso Billy the Kid protagonista della celeberrima “Knocking on Heaven’s Door” di Bob Dylan, scritta per il film “Pat Garrett and Billy the Kid”, di Sam Peckinpah.
Lo stesso Dylan che, successivamente, scriverà “The times they are a changing” con cui la recensione si potrebbe anche chiudere.


L’unica foto esistente di Billy.

Perché proprio Billy the Kid?
Come la serie ci insegna, fu uno dei primi criminali a diventare una celebrità, insieme ad altri nomi di spessore come Bonnie e Clyde, o magari il più vicino Al Capone. Ed è anche l’incarnazione di una società ben definita: i criminali, fino agli inizi della seconda metà del ‘900, operavano solo in funzione delle loro brame. Si rubava, si stuprava, si ammazzava per vendetta, per un torto, o per i più disparati motivi. Ma non si mutilavano i corpi. Non si intraprendevano rapporti sessuali con i cadaveri, o gli si scattavano foto. Era un crimine materiale, quello dei criminali come Billy.
Poi arrivano i ’60, con le rivoluzioni sociali, lo spettro della Guerra Fredda che incombeva, Woodstock, i figli dei fiori, le droghe, la guerra in Vietnam.
E Charles Manson.


Charles Manson.

Charles non ha bisogno di introduzioni, il suo nome dice già abbastanza. Così eloquente e demonizzato che addirittura nella serie i personaggi hanno timore di pronunziarlo. Manson architetta delle serie efferate di omicidi, richiama a sé gruppi di persone che plagia con i suoi discorsi, ed organizza riti satanici. E’ il demonio.
E già qui il distacco è netto: non abbiamo a che fare con una persona normale che commette crimini, bensì con un deviato, che scrupolosamente ammazza per via dei suoi traumi ed ossessioni; una persona da cui anche i tutori della legge si tengono alla larga, tale è il ribrezzo suscitato dai suoi crimini.

La serie comunica ciò, la criminalità diventa lo specchio insanguinato della società, che, cambiando, di conseguenza cambia anche i malviventi. La società che fallisce nei valori e marcisce, producendo nuove figure fino a poco prima inedite, i serial killer.
La serie ci narra della nascita, la crescita ed il metodo del reparto del FBI adibito a questa categoria di persone credute da tutti semplici “pazzi”, che formula dal nulla nuovi glossari, e schematizza la “pazzia”.

Mindhunter riesce a mantenere alta la tensione, ad inquietare senza mai mostrarci realmente la crudezza degli omicidi, mostrando invece la ben più cruda personalità dei killer. Scopriamo dunque i loro moventi, il loro passato ancora più crudo che li ha completamente segnati e traumatizzati. I killer sono vittime.

Come si riesce a tenere in piedi lo spettacolo senza l’azione? Semplice: i dialoghi.
Joe Penhall confeziona il suo prodotto mostrandoci situazioni reali, scritte per personaggi reali, destinate ad un pubblico reale, che per tutto il tempo resta incantato da quelle macabre, malinconiche, pericolose e sfacciate parole.
Ovviamente, la buona scrittura necessita di buoni interpreti, che, in questo caso, sono egualmente eccellenti. I nostri protagonisti, Jonathan Groff (Holden Ford), Holt McCallany (Bill Tench) ed Anna Torv (Wendy Carr) , son tutti ottimi attori che danno vita a personaggi concreti e complessi, che simboleggiano i diversi tipi di approccio al problema dei Serial Killer.
Il tutto si muove sotto la sapiente regia di David Fincher (episodi 1-2-9-10), che, con le sue caratteristiche eleganza e perfezionismo, ci introduce e conclude questa storia. Caratteristiche che verranno poi rispettate dai diversi registi che si susseguiranno nel corso della serie.

Mindhunter riesce ad insediarsi senza troppi problemi nel novero delle serie tv più belle di tutte i tempi perché, in maniera disarmante, rappresenta l’eccellenza. Niente è fuori posto, niente viene abbozzato o banalizzato, ma anzi, dalla serie traspaiono solo l’assoluto rigore e la serietà che sempre più raramente si riescono a riscontrare nella realtà effettiva delle serie tv moderne.
Se scruti a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”, diceva Nietzsche.
La serie ci fa immergere, ci ingombra, ci intrappola in questo abisso, ci fa immergere n
ei personaggi mai inutili, che nei silenziosi sguardi tessono la trama, sempre più articolata ma mai confusionaria; nelle musiche, che macabramente atterriscono lo spettatore; nel montaggio, intrigante e funzionale; nella fotografia, che spazia da tinte algide e fredde, come i cadaveri che visioneremo, a tinte calde e rassicuranti, degli ambienti familiari, del calore umano, che impareremo a guardare con rinnovata gioia, episodio dopo episodio.

Ed infine ci fa naufragare, nel finale amaro e disfattista, che consacra, come detto poc’anzi, la serie già dalla prima stagione.

“E il naufragar m’è dolce, in questo mare”.

Mindhunter, disponibile in streaming su Netflix.

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